di Luca Fumagalli

Lo scozzese Bruce Marshall (1899-1987) è stato uno dei più significativi romanzieri cattolici dello scorso secolo, tra l’altro molto apprezzato anche in Italia. Ma quali sono i suoi titoli migliori?

Non si può non partire da Il miracolo di padre Malachia (1931), di gran lunga il suo libro più noto.

Il vecchio benedettino Malachia Murdoch, temporaneo ospite di una parrocchia d’Edimburgo, un giorno è trascinato in una discussione dal reverendo Hamilton, un ministro della Chiesa riformata di indole più “moderna”, e arriva a sfidare l’incredulità di quest’ultimo promettendogli un miracolo: accade così che, tra lo sbigottimento generale, padre Malachia fa scomparire Il Giardino dell’Eden, la nota e discussa sala da ballo della zona. Il resto del racconto, dedicato alla descrizione delle reazioni a quanto è accaduto, è una raffinata riflessione sul miracolo e sull’eccezionalità della normalità, cioè di un quotidiano pieno e trasfigurato dall’esperienza cristiana.

Con Candele gialle per Parigi (1943) Marshall firmò un altro dei suoi testi più forti e impegnati.

Il titolo del libro, un riferimento alle candele di cera vergine che la Chiesa usa nelle messe funebri solenni, riflette il perenne stato di disordine che regna nella Parigi del 1934, anno in cui incomincia la storia di Bigou, ex soldato al fronte durante la Grande guerra e ora povero contabile che deve prendersi cura di una moglie gravemente ammalata e di una figlia che ha troppa voglia di crescere. Sfruttato dai datori di lavoro che approfittano del suo buon cuore per arricchirsi e incerto nei confronti di quella fede nella quale è cresciuto, Bigou trova un po’ di consolazione solamente nel bar sotto casa, dove la sua esistenza si incrocia con quella degli altri abitanti del quartiere. Tra l’alcol, il fumo e le immancabili discussioni le giornate passano in un clima di generale decadenza, mentre all’orizzonte si profila sempre più nettamente l’ombra di un’imminente sciagura.

Descrizioni vivaci e momenti umoristici particolarmente azzeccati si alternano senza soluzione di continuità in un volume di ampio respiro, capace di abbracciare l’angoscia di una nazione guidata da burocrati ottusi e di sondare in profondità l’animo del protagonista, la cui natura semplice, pur tra mille e più contraddizioni, gli permette perlomeno di cogliere sporadici bagliori di verità e bellezza nell’immenso buio che lo circonda.

Selezionato nel giugno del 1945 dal Book of the Month Club e ristampato in un’edizione economica di grande diffusione per i soldati americani, Tutta la gloria nel profondo (1944), scritto «in uno stile che ricorda quello di Flannery O’Connor», è altrettanto pregevole.

La narrazione segue la parabola umana e spirituale di Padre Smith, umile sacerdote scozzese, dagli inizi del Novecento fino agli anni Quaranta, lungo una vita segnata da due guerre mondiali, da rivolgimenti sociali e culturali e dalle piccole e grandi difficoltà che caratterizzano il ministero in una nazione così visceralmente avversa ai “papisti” (la piccola comunità cattolica, infatti, si ritrova per la messa domenicale al mercato della frutta, preso in affitto dal municipio, e spesso i muri esterni dell’edificio vengono coperti da scritte oscene). Il titolo, una citazione del Salmo 44, dichiara lo splendore della Chiesa, che non abbaglia, ma che si propone di illuminare la coscienza rendendole evidente il suo rapporto con l’infinito. In questo modo tutte le delusioni di un’esistenza che pare fatta unicamente di vuoti velleitarismi e fallimenti finisce per non contare nulla in confronto alla gioia eterna promessa da Dio. Tra gli episodi più significativi del libro, fatto salvo il commovente finale – un’esaltazione dell’umile servitore che trionfa sulla caducità delle cose umane –, vi è la conversione, in limine mortis, di un vecchio marinaio, al cui capezzale Padre Smith si accosta con la sapienza di chi ha acquisito una profonda consapevolezza del prossimo.

Danubio rosso (1947), anch’esso scelto dal Book of the Month Club, si ambienta invece nella Vienna del 1945, a guerra ormai conclusa, dove il colonnello britannico Michael “Hooky” Nicobar viene inviato per contribuire alla riorganizzazione del paese e per aiutare i sovietici a rimpatriare i loro concittadini. Alloggiato nel convento di madre Ausilia, una monaca dolce e risoluta, Nicobar si trova presto a dover gestire una situazione particolarmente delicata che riguarda Maria, una giovane ballerina russa che non vuole tornare a Mosca, temendo la prigione o, peggio, la morte. Tra dubbi e scelte difficili, pure la mancanza di fede del burbero colonnello è messa alla prova dalla vicinanza della madre superiora, la quale coglie ogni occasione utile per pungolare a fin di bene il suo ospite.

Decisamente più corposo, A ogni uomo un soldo (1950) racconta la vita del mite abbé Gaston, ex missionario in Africa e cappellano della parrocchia di Saint-Clovis, a Parigi, dal 1914 al 1948. Il sacerdote subisce spesso torti e ingiustizie, ma ogni volta trova nella preghiera e nei sacramenti la forza per reagire con amore, mettendo da parte le sue piccole ingordigie, gli orgogli e gli insuccessi. Del resto sa bene che la misericordia divina non è altro che una lunga fune a cui ci si può sempre aggrappare.

Opera delicata e toccante, riuscita pure per la presa di distanza da un manicheismo di comodo, A ogni uomo un soldo è una gioiosa, umile, quasi liturgica descrizione della bellezza che Dio ha donato alle sue creature, la quale non si appanna nemmeno se nella storia compare in brevi intermezzi un anonimo statista, quintessenza della politica fatta solo di chiacchiere e disonestà; anche l’arcivescovo cardinale di Parigi fa capolino di tanto in tanto a incarnare le esigenze, le debolezze e le grandezze dell’istituzione ecclesiastica. Così, tra un imprevisto e l’altro, la diuturna meditazione dell’abbé Gaston sul senso della parabola del titolo, il cui significato sembra sempre sfuggirli, nell’epilogo approda finalmente a una risposta: «Gli pareva di cominciare a capirlo, e cioè perché tutti gli operai della vigna ricevevano un denaro, sia che avessero portato il peso della giornata e del caldo oppure no. Pensava che la ragione era questa: che tanta parte del lavoro era ricompensa a se stessa, come tanta parte del mondo era castigo a se stessa. E a un tratto l’abbé Gaston si rese conto che lui, da prete, era stato molto felice».

L’ultimo di questi romanzi, che trae la sua forza dal prevalere dei toni drammatici e dalla scrupolosa disamina dei chiaroscuri che caratterizzano i personaggi, è La sposa bella (1953).

Lo spagnolo Don Arturo Carrera y Granja, un prete onesto che mal sopporta l’ipocrisia di una Chiesa – “la sposa bella” descritta nel Cantico dei cantici – che bada più alla forma che alla sostanza, inizia a provare una sincera attrazione per l’ideologia comunista: «La religione non è l’oppio del povero, monsignore; è l’oppio del ricco. Pregano fino a non vedere più nulla, fino a non capire più che il cristianesimo è ribellione e non circospezione». Allo scoppio della guerra civile abbandona l’abito talare e passa dalla parte dei repubblicani, lavorando per il servizio d’informazione. Col trascorrere dei mesi, però, si accorge che il “nuovo mondo” profetizzato dalle forze progressiste in fondo non è migliore di quello vecchio e, ancora una volta, finisce per essere preda di un dubbio e di un rimorso che troveranno un parziale scioglimento solamente nel finale, stranamente agrodolce. 



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