Nota di RS. Riceviamo e pubblichiamo questa lettera sulle consacrazioni senza mandato compiute dal card. Slipyj nel 1977. Se è bene chiarire che si tratta di una situazione diversa rispetto a quella di Mons. Lefebvre (1988) e che gli argomenti per difendere la più che legittima operazione sopravvivenza vanno attinti anche altrove (vedere ad esempio, tra i tanti articoli che abbiamo pubblicato sul tema, questo), va riconosciuto che il testo inviatoci contiene molti spunti interessanti e utili a sottolineare ancora una volta un dato semplice, ovvero che l’ordine giuridico non va considerato astrattamente ma deve essere inteso pure come realtà divina e metafisica, dunque comprendente l’ordine di situazioni eccezionali.


di Pietro Pasciguei

Nel 1977 il cardinale Josyf Slipyj, a capo della Chiesa cattolica greco-ucraina, consacrò tre vescovi senza mandato pontificio: Stepan Chmil’, Ivan Choma e Ljubomyr Huzar. Un gesto gravissimo – come non smettono di ripeterci molteplici testate giornalistiche “conservatrici”. Eppure, nessuna scomunica. Nessuna dichiarazione di scisma. Nessun anatema pubblico. Nessuna demonizzazione permanente. Perché?

Perché c’era uno “stato di necessità”.

La Chiesa greco-cattolica ucraina era perseguitata dal regime comunista dell’URSS. I vescovi imprigionati, il clero disperso, la successione apostolica minacciata. Senza vescovi, niente ordinazioni. Senza ordinazioni, niente sacerdoti. Senza sacerdoti, niente sacrificio della Messa e sacramenti.

Slipyj agì per salvare il sacerdozio.

E Roma, pur non approvando formalmente, comprese. Tanto comprese che uno dei consacrati, Ljubomyr Huzar, fu addirittura creato cardinale.

Difficile parlare di “scisma” quando si finisce in concistoro!

La consacrazione episcopale senza mandato è materia grave. Va bene. Ma la teologia classica insegna che lo stato di necessità incide sia sulla responsabilità morale che sulla qualificazione dell’atto.

Nel 1977 la necessità era causata da un governo ateo e anticlericale.

E nessuno ebbe difficoltà a dirlo.

E oggi?

Oggi la Fraternità San Pio X annuncia nuove consacrazioni episcopali. Non per creare una “nuova Chiesa”. Non per istituire un papato parallelo. Non per arrogarsi giurisdizione universale. Ma per garantire il potere d’ordine: vescovi che possano ordinare sacerdoti e assicurare la continuità del sacerdozio cattolico e dei sacramenti di sempre.

Eppure, la Fraternità viene accusata di scisma.

Due pesi e due misure?

Nel 1977:

  • consacrazione senza mandato
  • nessuna volontà di creare una Chiesa parallela
  • giustificazione per salvare il sacerdozio
  • nessuna scomunica formale e progressivo riconoscimento

Nel 2026:

  • consacrazione senza mandato
  • nessuna volontà di creare una Chiesa parallela
  • giustificazione per salvare il sacerdozio
  • immediata accusa di scisma

Perché un atteggiamento così diverso dinanzi ad una situazione simile di consacrazioni senza mandato pontificio? La differenza rispetto al 1977 non è nell’atto e neppure nello stato di necessità. È nella causa della necessità.

Allora la minaccia veniva dal Regime comunista.

Oggi la crisi nasce dagli errori dottrinali, liturgici ed ecumenici diffusi a partire dal Concilio Vaticano II e dalla loro applicazione nella gerarchia attuale.

Qui sta il punto che disturba.

Quando la fede è minacciata da un regime ateo, la necessità è evidente.

Quando è minacciata dall’ambiguità teologica, dal relativismo pastorale e dall’erosione della dottrina, operati dalla stessa Gerarchia, improvvisamente la “necessità” diventa un’eresia lessicale.

La domanda non è: “Si può consacrare senza mandato?”, bensì: “esiste oggi una crisi dottrinale e liturgica così grave da configurare uno stato di necessità per il quale è necessario consacrare dei vescovi?”.

Chi dice “no”, o è cieco o è parte del problema!

L’obiezione consueta, trita, ormai logora, secondo cui la crisi della Chiesa non deriverebbe dal Concilio, ma da una sua “errata interpretazione”, da uno “spirito del Concilio” arbitrario e abusivo, è diventata ridicola. Se vi è stata una lettura distorta dei documenti, chi ne è responsabile? Solo i cattivi interpreti? O anche i documenti stessi, con le loro ambiguità, errori e concessioni a compromessi, hanno favorito questa lettura? Se l’interpretazione distorta ha prevalso, la responsabilità è davvero esclusivamente dei cattivi interpreti, o anche di chi avrebbe dovuto condannarla e non l’ha fatto? Se i media hanno diffuso una lettura falsata, la colpa è solo loro, o anche dell’evento storico e dei documenti che ne hanno permesso il terreno? Può davvero il Concilio considerarsi estraneo alla crisi che soffoca la Chiesa oggi? L’argomento secondo cui il Vaticano II avrebbe prodotto risultati diversi “se solo fosse stato applicato correttamente” è ormai un riflesso condizionato. Una formula meccanica, ripetuta per evitare di guardare i fatti in faccia. Non regge storicamente, teologicamente, né ecclesiologicamente.

Innanzitutto: se un testo magisteriale così vasto, prodotto da migliaia di vescovi, con commissioni, periti, consultori, ha bisogno di essere “correttamente applicato” per dare frutti, allora il Concilio è un paradosso. Un Concilio che richiede più chiarimenti dei suoi chiarimenti, più interpretazioni delle sue interpretazioni. Se non lo si applica con precisione millimetrica, genera inevitabilmente confusione.

Un Magistero autentico illumina. Non complica.

In secondo luogo: è falso che il Vaticano II non sia stato applicato. È stato applicato radicalmente, e dai vescovi modernisti che l’hanno fatto: loro hanno applicato il Concilio nelle loro diocesi. È stato applicato radicalmente, con zelo, con una rapidità quasi rivoluzionaria, talvolta con abuso di autorità, anche della suprema autorità ecclesiastica.

Riforme liturgiche introdotte senza precedenti. Seminari rivoluzionati. Catechesi ribaltata. Vita religiosa trasformata secondo la “svolta antropologica”. Ecumenismo, dialogo interreligioso, libertà religiosa, rapporto con il mondo moderno: tutto spinto ben oltre gli stessi testi conciliari.

Se, dopo sessant’anni di applicazione capillare, sistematica, incontrastata, i frutti attesi non ci sono, l’alibi della “errata applicazione” perde ogni credibilità. Un principio che funziona solo se applicato idealmente da uomini ideali in circostanze ideali è intrinsecamente fragile.

I testi stessi contengono errori ed ambiguità strutturali. La forma pastorale, il compromesso tra posizioni opposte, la rinuncia a condannare errori, il linguaggio aperto, adattabile, orientato all’opinione pubblica moderna: tutto questo non ha generato fraintendimenti a causa di cattiva volontà. Ha generato ciò che era inscritto nelle loro dinamiche interne: la possibilità di interpretazioni opposte, l’apertura a “sviluppi” dottrinali non previsti, incontrollabili. Quando un documento permette letture eterodosse, non è l’abusatore a creare il problema: è la debolezza intrinseca del testo.

I principali interpreti del Concilio hanno sempre visto il Vaticano II come svolta epocale. Non lo hanno frainteso. Lo hanno interpretato esattamente secondo la logica dei testi: apertura al mondo, dialogo, riforma della prassi, nuova impostazione pastorale, minimalismo liturgico. Se chi lo ha scritto e promosso lo interpreta così, dire che gli altri “lo hanno capito male” è insensato. Una riforma che ha bisogno di continue riforme, una pastorale da spiegare all’infinito, una teologia da riparare sistematicamente: non è mal applicata. È incapace di reggere alla realtà. Non esiste un’“applicazione corretta” capace di produrre frutti diversi da quelli che vediamo. Questi frutti sono ciò che il Concilio, nei testi, nello spirito, nelle categorie, ha reso possibile.

L’evento stesso, i documenti, gli uomini che lo hanno promosso e vigilato: sono loro i veri responsabili della crisi della fede. Tacerlo sarebbe omissione. La crisi che soffoca la Chiesa non è incidente, né malinteso: è il prodotto di una rivoluzione ecclesiale senza precedenti, innescata dal Vaticano II come evento storico e ideologico. Una Chiesa che ha cercato di conciliare verità e mondo, cessando di combattere l’errore, e che si è dissolta nella mondanità.

Il criterio è chiaro: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt. VII, 16). Guardiamo i frutti della “nuova primavera conciliare”: seminari svuotati, conventi deserti, altari spogli, dottrina ridicolizzata, liturgia desacralizzata, morale corrotta, gerarchia ammutolita o deviante. Fedeli abbandonati, persi in un linguaggio clericale ambiguo e compromissorio. Si vuole far credere che siano frutti di cattiva interpretazione? Dove sono i frutti della “buona interpretazione”? Dove sono parrocchie fiorenti, vocazioni in crescita, missioni ardenti, chiarezza dottrinale, santità traboccante?

Sessant’anni dopo, l’interpretazione “giusta” resta introvabile. Non c’è una Chiesa più santa, più fedele, più missionaria. Al contrario, la crisi è generale, pervasiva. Non è credibile che tutti abbiano sbagliato e solo pochi ora capiscano finalmente.

Chi parla di “errata interpretazione” si assume implicitamente il ruolo di arbitro: “Io ho capito il vero senso”. Su quale autorità? Il Magistero non è un testo esoterico. Un insegnamento che orienta la fede deve essere chiaro in sé. Se un Concilio ha bisogno di continue correzioni per non distruggere la Chiesa, il problema non è l’applicazione: è il contenuto e la forma dei testi. Se i cattivi frutti sono ovunque, i buoni restano invisibili. E quei pochi buoni frutti non derivano dallo “spirito del Concilio”, ma dalla Tradizione perenne che ancora resiste come brace sotto la cenere. La vera vitalità della Chiesa – santi, martiri, missionari – viene da lì, non dal Vaticano II.

Ma ci rendiamo conto di ciò che sta succedendo? Alcuni prelati dicono apertamente eresie, compiono atti contrari alla fede e alla morale, e nessuno li corregge. E chi, al contrario, osa criticare anche una sola parola – sia di costoro, sia dei Papi conciliari – viene immediatamente attaccato e censurato. Quanto sono attuali le parole San Basilio, nel IV secolo d.C.:

«La sapienza di questo mondo vince i premi più alti nella Chiesa e ha rifiutato la gloria della croce. I pastori sono stati scacciati e al loro posto sono stati introdotti lupi spaventosi che mettono in fuga il gregge di Cristo. Le case di preghiera non hanno nessuno che vi si riunisca; i luoghi deserti sono pieni di folle lamentose. Gli anziani si lamentano quando confrontano il presente con il passato. I giovani sono ancora più da compatire, perché non sanno di cosa sono stati privati» (Ep. 90).

E ancora:

«Le dottrine della vera religione sono rovesciate. Le leggi della Chiesa sono in confusione. L’ambizione degli uomini, che non hanno alcun timore di Dio, si precipita nelle alte cariche della Chiesa, e le cariche esaltate sono ora pubblicamente conosciute come il premio dell’empietà. Il risultato è che quanto più un uomo bestemmia, tanto più il popolo lo ritiene adatto a diventare vescovo. La dignità clericale appartiene al passato. Mancano del tutto gli uomini che pascono il gregge del Signore con cognizione di causa. Gli uomini di Chiesa che detengono l’autorità hanno paura di parlare, perché coloro che hanno raggiunto il potere per interesse umano sono schiavi di coloro a cui devono il loro avanzamento. La fede è incerta; le anime sono immerse nell’ignoranza perché gli adulatori della parola imitano la verità. Le bocche dei veri credenti sono mute, mentre ogni lingua blasfema si agita liberamente; le cose sante sono calpestate» (Ep. 92).

Invece, ieri come oggi, «L’unica accusa che ora è sicura di ottenere una severa punizione è l’attenta osservanza delle tradizioni dei Padri» (Ep. 243). Ieri come oggi, molti nella Gerarchia sembrano ripetere gli stessi errori, e chi difende la verità viene messo a tacere. Come accadde a Mons. Lefebvre.

E questo grande Vescovo, veramente cattolico, lo diceva con lucidità soprannaturale: il vero colpo da maestro di Satana non è stato quello di cercare di distruggere la Chiesa dall’esterno. Il suo vero capolavoro è stato più sottile: far credere che l’obbedienza alla gerarchia coincida sempre e comunque con l’accettazione di qualunque cosa essa proponga. Anche quando contraddice ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Così si compie l’inversione perfetta: l’errore diventa “tradizione viva”; la confusione diventa “sviluppo”; la rottura diventa “rinnovamento”. E l’obbedienza — virtù altissima — viene svuotata e riempita di un contenuto nuovo: l’adesione passiva.  Nell’epoca successiva al Vaticano II, il fedele si trova stretto in una morsa morale.

  • Prima trappola: si pretende che accettare tutto ciò che viene imposto dall’alto, anche se ambiguo o contrario alla Tradizione, sia l’unica forma possibile di fedeltà. L’accettazione dell’errore viene rivestita di linguaggio devoto. Dubitare diventa peccato. Domandare chiarimenti diventa sospetto. Resistere diventa scandalo.
  • Seconda trappola: chi rifiuta ciò che contraddice la fede di sempre viene immediatamente classificato come ribelle. Non importa se cita il Catechismo, il Magistero perenne, i Concili precedenti. Non importa se difende la Messa tradizionale, la dottrina immutabile, la morale cattolica. Il solo fatto di dire “questo non è conforme alla Tradizione” viene dipinto come atto di disobbedienza.

Il risultato?

  • La coscienza dei fedeli viene confusa.
  • Il sacerdote fedele viene isolato.
  • Il cattolico che vuole semplicemente credere come si è sempre creduto viene trattato come un problema.

Un meccanismo perfetto. Diabolico, appunto.

Ma l’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è cieca adesione alla novità. È subordinata alla Verità. È ordinata al fine della legge divina. Non può contraddire il deposito della fede. Obbedire non significa collaborare alla dissoluzione. Obbedire non significa tacere davanti all’ambiguità. Obbedire non significa chiamare bene ciò che ieri era definito errore. La vera obbedienza è prima di tutto a Dio. E Dio non si contraddice. Se un comando umano — anche proveniente da autorità legittima — si oppone al bene supremo della fede, la resistenza non è ribellione: è fedeltà. Ecco perché l’azione di Mons. Lefebvre – e della Fraternità oggi – non può essere letta con la lente della ribellione. Le consacrazioni episcopali non sono un gesto politico. Sono un atto di sopravvivenza ecclesiale, non tanto per la Fraternità, ma per la fede cattolica! In uno stato di necessità oggettivo — dottrinale, liturgico, formativo — è necessario garantire la continuità del sacerdozio cattolico. Non si fonda una nuova Chiesa. Non si proclama un nuovo Papa. Non si inventa una nuova dottrina. Ma, sulle orme di Mons. Lefebvre, si trasmette ciò che si è ricevuto. Non sono atti di ribellione, ma atti di responsabilità pastorale. Se custodire ciò che la Chiesa ha sempre insegnato diventa “disobbedienza”, allora il problema non è la resistenza. È la ridefinizione dell’obbedienza. Il problema non è chi consacra per custodire il sacerdozio, ma chi considera la Tradizione un problema da gestire anziché un tesoro da difendere.

La storia della Chiesa conosce anche il senso dell’umorismo. E non ama le letture frettolose. È piena di gesti che il mondo ha giudicato temerari, di decisioni inizialmente criticate, di uomini sospetti che il tempo ha rivelato provvidenziali. Nel 1977, una consacrazione episcopale senza mandato pontificio non produsse uno scisma. Produsse, anni dopo, un cardinale. Chi avrebbe immaginato che da quell’atto, compiuto in uno stato di necessità, sarebbe emerso un membro del Collegio cardinalizio? Eppure, accadde. Oggi, si annunciano nuove consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X e già si alzano voci di condanna. Eppure – mi sia permesso sognare – chi dice che tra quei vescovi che saranno consacrati il 1° luglio, non possa, un giorno, nascere un cardinale? Chi dice che non possa emergere, un giorno, persino un papa secondo il cuore di Cristo, un pontefice capace di riportare la Chiesa alla fedeltà integrale, alla Tradizione, alla vera dottrina? La Provvidenza, si sa, ama sorprendere. E ama ribaltare le previsioni dei commentatori del momento. La storia non è finita. Sulla barca della Chiesa in tempesta, Cristo sembra che dorma, ma dorme a poppa (Mt. VIII,23‑27; Mc. IV,35‑41; Lc. VIII,22‑25). E questo ci ricorda che, anche quando tutto sembra caotico, il timone è nelle Sue mani.

La nostra arma è la preghiera, soprattutto la catena del S. Rosario.

Affidiamoci con fiducia a Maria Santissima, Madre della Chiesa, Debellatrice di tutte le eresie e Mediatrice di ogni grazia; a San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, che “allontana da noi la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo” e a San Michele Arcangelo, Principe della Milizia Celeste, che “caccia nell’Inferno satana e gli altri spiriti maligni che a perdizione delle anime vanno errando per il mondo”, affinché difendano la Chiesa, scaccino il male – e i malvagi! – e affrettino il Trionfo della Verità, che è N.S. Gesù Cristo, «heri et hódie, ipse et in saécula» (Eb. XIII, 8).


Come sempre, per comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, rimandiamo a: Parole chiare sulla ChiesaGolpe nella ChiesaBuona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggiLa rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuroMagistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristianoL’illusione liberale.


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