di Luca Fumagalli

La storia moderna del cattolicesimo britannico è fatta soprattutto di martiri, ossia dei tanti, sacerdoti e laici, che caddero vittima delle persecuzioni iniziate nel XVI secolo, all’epoca della diffusione della riforma protestante.

Dopo la distruzione dei monasteri e la cacciata dei religiosi dal Paese per ordine di Enrico VIII, sotto il regno di Elisabetta – la vera “regina sanguinaria” della storia inglese – seguì una nuova ondata di arresti ed esecuzioni. Vietata ogni manifestazione pubblica di culto, i “papisti”, come venivano spregiativamente chiamati i cattolici, erano costretti a radunarsi di nascosto per celebrare i sacramenti. I pochi sacerdoti rimasti viaggiavano in incognito, spostandosi di continuo per evitare le spie costantemente sulle loro tracce. I fedeli più fortunati assistevano alla Messa non più una manciata di volte l’anno, mentre gli altri, gli abitanti delle province rurali e dei villaggi remoti, rimanevano senza comunione anche per lunghissimi periodi. Nel frattempo i ricchi possidenti dovevano pagare tasse maggiorate e poco alla volta furono costretti a vendere le loro proprietà per fare fronte alle crescenti richieste del governo.

Pure sotto la dinastia Stuart le cose non accennarono a migliorare, e sebbene si respirasse un clima generalmente più tollerante, non mancarono gli episodi di brutalità efferata, specialmente dopo la “congiura delle polveri” o il fantomatico “complotto papista” sotto il regno di Carlo II (in realtà una macchinazione protestante intesa a eliminare i pochi che erano ancora legati a Roma). Solo a partire dal XVIII secolo gli eventi presero una piega meno violenta, ma ormai, come si suol dire, il danno era fatto.

In generale per i colpevoli di tradimento – questa la calunniosa accusa rivolta ai cattolici – la pena prevista era quella capitale. Dopo la morte per impiccagione, o quando il condannato era ormai privo di coscienza, si passava alla mutilazione e allo sventramento. La testa decapitata e altre parti del corpo venivano poi esposte in vari punti della città come monito.

Ciononostante, diverse decine di giovani sacerdoti, nati in Inghilterra ma formatisi sul Continente, abbandonarono tutto, ambizioni e affetti, per ritornare a casa e tentare di recare conforto alle numerose anime in pena. Erano consapevoli di andare incontro a una morte quasi certa, ma la santità dello scopo valeva qualsiasi sacrificio. Allo stesso modo anche parecchi laici si spesero per tenere viva la fiamma della Fede, assistendo i sacerdoti e dando una mano al prossimo.

L’Enciclopedia Britannica indica che circa 600 cattolici morirono nelle persecuzioni tra i secoli XVI e XVII; tuttavia la cifra non include coloro che penarono e cessarono di vivere sotto il peso di stenti e torture, dentro e fuori dalle galere, o di fame e freddo durante le fughe.

Il primo Papa a promuovere la causa di canonizzazione di questi martiri fu Urbano VIII, ma, per varie ragioni, il processo si arenò. A partire dal 1850, quando la gerarchia della Chiesa cattolica fu reintegrata in Inghilterra e Galles, si cominciò e riesaminare l’eventualità di beatificare alcuni martiri, quelli la cui sorte era comprovata: Leone XIII ne beatificò 54 nel 1886 e 9 nel 1895; Pio XI ne beatificò 136 nel 1929 e nel 1935 canonizzò Thomas More e il cardinale John Fisher. Fu poi la volta di Paolo VI, che nel 1970 canonizzò 40 martiri, e di Giovanni Paolo II, il quale beatificò 85 martiri tra cui, per la prima volta, anche alcuni scozzesi.

La storia di questi uomini e donne che morirono eroicamente in nome di Dio è raccontata da Giuliana Vittoria Fantuz nell’ottimo libro Inghilterra di sangue (Ares, 2022). La Fantuz, in particolare, segue le vicende dei 40 martiri canonizzati da Paolo VI, tra i quali spiccano, per fama e notorietà, il gesuita Edmund Campion, maestro dei travestimenti, il confratello Robert Southwell, straordinario poeta, il carpentiere Nicholas Owen, ideatore di svariati nascondigli per preti – i cosiddetti “buchi sacerdotali” – e Margaret Ward, dama di compagnia che si sacrificò per salvare la vita di un sacerdote indegno (la sua vicenda, insieme gloriosa e drammatica, pare uscita direttamente da un romanzo di Graham Greene).

La vera vittoria fu la loro, non quella dei sovrani egoisti che con la forza bruta vollero imporre la loro volontà su una nazione inerme. Il sacrificio non fu vano; anzi, il sangue versato fu semente per una nuova generazione di cattolici. Come ebbe occasione di sottolineare lo scrittore Evelyn Waugh: «Noi siamo gli eredi della loro conquista».

Il libro: Giuliana Vittoria Fantuz, Inghilterra di sangue. I Quaranta Martiri Inglesi e Gallesi da Enrico VIII a Carlo II, Ares, Milano 2022, pp. 312, Euro 20.



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