La Chiesa Romana nella domenica di Sessagesima legge un passo della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi (XI, 19-33; XII:1-9) In cui l’apostolo fa una sintesi Del suo eroico apostolato[1]. Verso la fine della lettura ci imbattiamo in queste parole:

Se vorrò gloriarmi, non sarò mentecatto: atteso che dirò la verità: ma mi ritengo, affinché nessuno faccia concetto di me di là da quello, che in me vede, o di là da quello, che ode da me. E affinché la grandezza delle rivelazioni[2] non mi levi in altura, mi è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggi.

Su di esse San Tommaso d’Aquino (Super II Cor., cap. 12 l. 3) fa il seguente commento:

«Cristo, come sommo medico delle anime, per curare le gravi malattie dello spirito permette che molti dei suoi eletti e dei più grandi siano pesantemente afflitti da malattie del corpo e, cosa ancor più rilevante, per curare colpe maggiori, permette che essi cadano in peccati mortali minori. Tra tutti i peccati, in verità, il più grave è la superbia. Infatti, così come la carità è radice e inizio delle virtù, allo stesso modo la superbia è radice e inizio di tutti i vizi. Come dice l’Ecclesiastico (X, 15): “Inizio di ogni peccato è la superbia”. Ciò è evidente per questo motivo: la carità è detta radice di tutte le virtù perché congiunge a Dio, che è il fine ultimo. Come il fine è il principio di ogni azione, così la carità è il principio di ogni virtù; la superbia, al contrario, allontana da Dio. Essa è infatti l’appetito disordinato della propria eccellenza. Se qualcuno desidera una qualche eccellenza sottomessa a Dio – e la desidera con moderazione e in vista del bene – ciò può essere tollerato; se invece la desidera senza il dovuto ordine, può incorrere in altri vizi (come l’ambizione, l’avarizia o la vanagloria), ma non si tratta propriamente di superbia se non quando si brama l’eccellenza senza orientarla a Dio. Per questo la superbia propriamente detta separa da Dio, è la radice di tutti i vizi e il peggiore tra essi; per tale ragione “Dio resiste ai superbi”, come si legge in Giacomo IV, 6. Poiché dunque nei giusti si trova la materia principale di questo vizio — ossia il bene — Dio permette talvolta che i suoi eletti siano ostacolati da qualche parte, sia attraverso l’infermità, sia attraverso qualche difetto, e talvolta persino attraverso il peccato mortale. Ciò avviene affinché, venendo meno quel bene, essi siano umiliati da un lato per non insuperbire dall’altro, e l’uomo così umiliato riconosca di non poter stare in piedi con le sole proprie forze …L’Apostolo aveva grandi motivi per insuperbire, sia per quanto riguarda la speciale elezione con cui fu scelto dal Signore – come dice in Atti IX, 15: “Egli è per me uno strumento eletto” – sia per quanto riguarda la conoscenza dei segreti di Dio, poiché egli stesso dice di essere stato rapito fino al terzo cielo e in Paradiso, dove udì parole arcane che non è lecito a uomo pronunciare. E ancora per la sua resistenza nei mali … per la sua integrità verginale … per l’operosità nel bene … e specialmente per l’immensa scienza per la quale si distinse, la quale ha la specifica proprietà di rendere superbi. Per tutte queste ragioni, il Signore gli applicò un rimedio affinché non si esaltasse nella superbia … “Mi è stato dato lo stimolo della mia carne“, uno stimolo, che tormenta il corpo attraverso l’infermità fisica, affinché l’anima sia risanata; letteralmente, si dice che egli fu colpito violentemente da un dolore iliaco. Oppure, lo “stimolo della mia carne” va inteso come la concupiscenza che sorge dalla carne, dalla quale era molto tormentato … A tal proposito Agostino afferma che in lui vi erano moti di concupiscenza, che tuttavia la grazia divina teneva a freno. Questo stimolo è un angelo di Satana, cioè un angelo malvagio. È però un angelo inviato o permesso da Dio, ma “di Satana”, poiché l’intenzione di Satana è di sovvertire, mentre quella di Dio è di umiliare l’uomo e renderlo approvato attraverso la prova. Tremi il peccatore, se nemmeno l’Apostolo, il Vaso di elezione, poteva dirsi sicuro!»


  1. «Il brano che segue della lettera ai Corinti (II, XI, 19-33: XII, 1-9) è quasi un’autobiografia dell’Apostolo, tanto più preziosa, perchè in parte supplisce alle lacune degli Atti degli Apostoli e ci descrive al vivo le incredibili pene sostenute da Paolo nel suo apostolato fra i Gentili. Gesù gliel’aveva detto sin dal primo momento sulla via di Damasco: «Io gli mostrerò – dichiarava ad Anania – quanto dovrà soffrire pel mio nome !». È una legge questa del regno della grazia, che nel presente ordine della divina Provvidenza non ammette eccezioni. Il dolore è come l’atmosfera soprannaturale nella quale deve vivere ciascun Cristiano, battezzato, com’è, nella morte del Cristo. Nell’odierna lezione poi l’Apostolo è costretto a far la propria apologia a cagione del potente partito dei giudaizzanti, che pretendevano d’asservire ai riti israelitici anche le chiese della gentilità. I Corinti ritenevano questi predicatori, usciti direttamente dalla progenie di Abramo, come dei superuomini in confronto di Paolo, il quale a cagione della sua parola piana e facile, passava tra loro per un povero semplicione. San Paolo accetta di sostenere tale parte, e a riscontro dei titoli pomposi dei suoi avversari pone i propri, i quali confermano la sua missione d’apostolo: «Essi sono Ebrei, ed io pure lo sono ; sono della discendenza d’Israele, ed io pure ; sono dalla progenie di Abramo, ed io pure; sono servi di Gesù Cristo, ed io – parlo ora da semplicione -, lo sono assai più di loro». E qui dimostra in qual modo il servizio di Cristo gravi terribilmente sulle sue spalle ormai curve dagli stenti, dalle persecuzioni, dai flagelli sostenuti per la fede, egli che in mezzo a tanti martini sostiene la sollecitudine del governo di tutta la Chiesa d’Occidente. Che dire poi dei suoi ratti, del suo rapimento al terzo cielo, quando gli fu svelato quanto non può neppure tradursi in umana favella? Ma questi doni poco o nulla contano; ciò che vale sono le tribolazioni e le miserie della vita, quando danno occasione al Signore d’erigere il trofeo della sua grazia sulle rovine della superbia vitae» (Schuster, Liber Sacramentorum – Domenica in Sessagesima) ↩︎
  2. San Paolo parla del suo rapimento al terzo cielo. ↩︎

🔴 Schuster, Liber Sacramentorum – Domenica in Sessagesima

🔴 Commento di San Gregorio al Vangelo della Sessagesima 

🔴 Meditazione sul peccato originale.

🔴 Meditazione sul diluvio universale



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