di Piergiorgio Seveso
Il recente annunzio dall’attuale superiore della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, di future consacrazioni episcopali senza mandato romano da tenersi il primo luglio 2026 ha trasformato un piovoso Blue monday di febbraio in una mattinata soleggiata e radiosa, vivacizzata da speranze ed intense discussioni.
Volendo passare da una prospettiva lievemente naturalistica ad una sovrannaturale è interessante annotare che la notizia sia giunta nella festa della Purificazione della Vergine con connessa benedizione delle candele. Qualunque possa essere l’esito di questo percorso, specialmente in relazione con la “Roma” occupata dai modernisti si deve guardare alla notizia con interesse, con cautelosa speranza, con sereno disincanto, con attitudine la meno bottegaia possibile (il mio riferimento è ovviamente alle agenzie religiose integriste concorrenti), nella speranza possa “purificare l’aia del tradizionalismo” non priva di carcasse e di molti sacchetti dell’umido abbandonati.
Ovviamente a nessuno sfugge che saranno cinque mesi lunghissimi, quasi un’eternità (per citare gli esercizi ignaziani) e i rischi e pericoli che si presentano sulla scena sono sempre gli stessi. Lo scrivevo senza troppi giri di parole su Radio Spada undici anni fa, nel settembre 2015, e ancora prima nel 2011 su “Il Guelfo nero”, pregevole rivista annuale del centro studi “Leone X” di Firenze.
Volendo passare rapidamente d’immagine in immagine e volendo chiamare le cose col proprio nome, Ratzinger portava Monsignor Fellay in cima alla più alta montagna e gli faceva un’offerta cui era difficile dire no, in base a queste premesse: “Accetta e giovati di questa epistemologia relativista nella valutazione degli atti magisteriali del Vaticano II e tutto questo sarà Tuo”.
La profferta di Bergoglio, priva di cascami intellettuali e dottrinali e ben più allettante, è invece assolutamente prassista e “misericordista”, sostanzialmente identica nei fini, radicalmente opposta nei mezzi, ulteriormente pericolosa negli esiti. Passa attraverso tecnici accomodamenti, riconoscimenti unilaterali, accordi cortesi e concessioni parziali (ad esempio la “riconosciuta” liceità delle assoluzioni della FSSPX durante il suo “Giubileo”), piccole maglie untuose madide di olio argentino che rimangono attaccate alla pelle e al cuore.
Nella letteratura affabulatoria bergogliesca la “Chiesa” ha un grande cuore e vi è un posto veramente per tutti, basta “sentirlo”, basta volerlo, forse non serve nemmeno chiederlo: qualcuno sposta una sedia, qualcuno sorride, qualcuno guarda altrove e ci si ritrova già a tavola a pranzare con la Rivoluzione. D’altronde è triste e doloroso rimanere in cortile mentre in casa si sente banchettare con risate fragorose e grandi battimani.
Parole che temo siano attuali anche oggi nell’epoca del lagrimoso e cordiale Prevost. Ma se noi affrontiamo queste evenienze ecclesiali, senza eccessive speranze e senza nessuna paura, riechieggiando l’antico adagio benigniano, vediamo grande agitazione nel “mondo di mezzo” conservatore.
Quest’ultimo non percepisce affatto che nell’epoca rivoluzionaria che stiamo vivendo, nell’epoca di anomica eclissi che stiamo subendo, nell’epoca di guerra civile che stiamo ccombattendo, lo “stato di eccezione” è la regola e la questione del “mandato romano” per le consacrazioni episcopali è ozioso paravento, inane quisquilia per chi crede di avere trovato salvezza e ricovero in qualche riscaldata chiesetta conservatrice di periferia o di montagna dove poter brontolare e fare gutturali gargarismi contro il “don” Ravagnani di turno. Sempre pronti, questi “puffi brontoloni”, a dire “me ne vado!” mentre la macchina scalcinata nel cortile del sagrato non parte mai.
Se son rose fioriranno, nel frattempo noi continueremo ad innaffiare i nostri gerani. Ah… Prima di congedarmi ricordo che – tenendoci lontani da indiscrezioni e pettegolezzi – venerdì sera, sul canale YouTube di RS (20:30), parleremo di un tema utile a comprendere diverse dinamiche del “mondo della Tradizione”: Mappa e storia dell’opposizione al neomodernismo.
Sancte Joseph, protector Sanctae Ecclesiae, ora pro nobis.

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