di Piergiorgio Seveso
Ovviamente, come ogni anno in Italia, l’attenzione della politica nelle Camere e nei palazzi romani ruota attorno alle canzoni sanremesi, anche solo per vincere il colossale tedium vitae che affanna le popolazioni di lingua italiana in questi mesi tardo invernali. E’ sommessa opinione di chi scrive che sin quando esisterà l’Italia repubblicana, il festival di Sanremo ne sarà la sua manifestazione più sublime e consustanziale, quasi un’eterea quintessenza dell’italianità: tutta mandolini, tamburelli e cartoline. Sanremo è il Parlamento dei padri costituenti, l’emiciclo, l’arco costituzionale della musica, lo specchio non deformante del Paese: in esso infatti si saldano in maniera quasi adesiva Paese legale e Paese reale.
Così scrivevo anni fa, prima del novello “schiaffo d’Anagni” di Marco “Morgan” Castoldi a Cristiano Bugatti in arte “Bugo”.
Non vorrei che si pensasse fuori di Radio Spada che io indulga a tematiche frivole mentre incalzano ognidove i dibattiti, ora queruli e ciancianti, ora sonnacchiosi e soliloquenti, sulle future consacrazioni episcopali FSSPX (mai abbastanza auspicate, mai abbastanza incoraggiate come grimaldello antiprevostiano, anche da una prospettiva diversa e lontana come può essere la mia).
Continuiamo allora a parlare di pose e piccoli malanni di casa nostra, la casa dell’integralità cattolica. L’attitudine del tradizionalista telematico medio nei confronti del festival di Sanremo è spesso di legittima ripulsa di fronte a questo o a quell’eccesso (fossero le parodie anticristiche di Fiorello, i baci dell’efebato di Achille Lauro, le propagande sguaiate contro il patriarcato o contro la generica “violenza di genere”, i clima da kermesse neo-pagana di periferia tra Commodo ed Eliogabalo (come quasi tutto quello che i media generalisti trasmettono).
Un po’ di atarassico distacco e di superiorità integristica gioverebbero: non a caso va ricordato a tutti che “musica est instrumentum regni et filia temporum”. Essendo massonici o para-massonici tutti i governi e certamente iniqui i tempi (data l’acefalia o la totale inazione dottrinale della Chiesa), anche le kermesse musicali seguono infallibilmente il contesto politico e sociale.
Contrariamente a quello che sostiene il moretto Carlo Conti, simposiarca di turno, il festival di Sanremo non è figlio della Resistenza o della Costituzione repubblicana ma figlio del potere di fatto. Avesse vinto l’Asse negli anni Quaranta, vi si canterebbero canzoni sugli amori giovanili di Himmler o vi si metterebbero in poesia i racconti attivistico-sentimental-patriottici di Alessandro Pavolini, ci trovassimo invece in un’agognata ierocrazia papale con piccoli governanti laici puramente decorativi, le Arisa, le Levante, le penitenti e più castigate Bambole di Pezza canterebbero canzoni sulla vita delle Sante, i Fulminacci e gli Enrico Nigiotti canzoni sulle imprese di Enrico lo Sfregiato in Francia, l’arrembante Renga o il tenue Michele Bravi, l’attonito Chiello o il cacofonico Eddie Brock intonerebbero giambi ed epodi musicali sulle avventure militari di Giulio II o sulle gloriose imprese del duca d’Alba o di Hernan Cortes o magari qualcuno, a difesa dell’infanzia profanata, canterebbe delle commosse ballate sugli omicidi rituali del passato o del presente.
Raf (Raffaele Riefoli) potrebbe ricordare con sognanti accenti qualche nostalgico amore di uno zuavo pontificio olandese, di stanza a Roma negli anni orribili (e per fortnna ora dimenticati) dell’invasione piemontese, Lda e Akaseven, vestiti da briganti, racconterebbero ad un pubblico elegante e composto in frac o in divisa militare qualche impresa di Carmine Crocco e Michele Pezza: il tutto preceduto dalla Messa cattolica (non il rito montiniano) prima di ogni serata.
I sogni però, come si sa, svaniscono all’alba e la realtà è assai più amara, sordida e squallida e non bastano le campane antiabortiste del conservatore conciliare Suetta a cambiare il volto di una città che una volta l’anno diventa una miserevole fiera delle vanità, un frullatore di note e nichilismo, di sensualità e potere.
D’altronde, come spesso dico, siamo nella terra d’Arlecchino e di Pulcinella, tutto sembra fare parte di una colossale commedia dell’arte e… in fondo, come ripeteva un ameno motivetto di “Pippo” Leonida Caruso, perché… Sanremo è Sanremo.
Su questi temi rimandiamo tra l’altro ai volumi: DISSOLUZIONE. Perché la nostra civiltà sta morendo, di Martino Mora; Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi di don Curzio Nitoglia; La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro di Mons. Louis-Gaston de Ségur – Mons. Jean-Joseph Gaume; L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, di Padre Angelo Zacchi O.P.; Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica, del Padre M. Liberatore SJ e altri Autori; La Vera Religione spiegata e difesa – Col saggio «Le porte dell’infinito sono sempre aperte» ispirato all’opera apologetica del P. Sertillanges O.P., del Card. H. S. Gerdil e Don J. Balmes y Urpià.
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