Dei problemi dell’evoluzionismo materialista ci siamo già occupati in diversi volumi: Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato; Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo e Ritorno alle origini. Un punto di vista cattolico sugli inizi. Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago; L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.
di Red.
Per decenni, il mantra dell’evoluzione umana è stato riassunto in un numero: 98-99%. Questa percentuale di somiglianza genetica tra uomo e scimpanzé è stata il pilastro di una narrazione che dipingeva l’essere umano come poco più di uno scimmione con qualche “ritocco” evolutivo. Oggi, però, quella che veniva presentata come una verità monolitica sta crollando.
L’affondo di Wolf-Ekkehard Lönnig
Se dati recenti hanno evidenziato come persino tra gli evoluzionisti più accorti si stia ridimensionando la storia, va riconosciuto che già anni fa uno dei critici più autorevoli di questo dogma (ma non certamente il solo) fu Wolf-Ekkehard Lönnig, genetista di lungo corso presso il Max Planck Institute. In una fondamentale intervista, Lönnig del 2018 (v. Science and Culture) spiegava perché la somiglianza del 98% sia un artefatto statistico più che un dato biologico concreto.
Riportiamo integralmente la sua analisi, che smaschera l’uso ideologico di questi dati:
“Questa è una storia che viene proclamata nella divulgazione scientifica ancora oggi, e che è semplicemente sbagliata. Nel 2005 il DNA dello scimpanzé è stato sequenziato. Ora, 13 anni dopo, abbiamo scoperto che molte cose erano state trascurate. Un genetista che ha presentato i dati in modo approfondito ha calcolato una correlazione di circa il 70 percento invece del 98 percento; altri genetisti — tutto questo è ancora in evoluzione e attivamente discusso — sono arrivati a una cifra dell’80 percento.
Ma anche se consideriamo il valore del 98,4 percento, la differenza dell’1,6 percento significa 55 milioni di nucleotidi diversi nel DNA tra scimmia e uomo. Ma queste 55 milioni di differenze possono essere moltiplicate per un fattore dieci e si finisce per avere 550 milioni di differenze nucleotidiche specifiche.
Questa storia del 98 percento di differenza è stata un meraviglioso pezzo di propaganda: l’uomo è solo una scimmia in un costume verde da Peter Pan. Ciò che hanno trascurato è che non siamo solo molto simili alle scimmie per quanto riguarda le sequenze proteiche, siamo anche molto simili al topo… e il topo e il lievito condividono molti geni, quindi potremmo dire che un topo è solo lievito in un costume da Peter Pan… Quindi trovo l’intero argomento della somiglianza intrinsecamente discutibile.
Le somiglianze sono determinate dalla funzionalità, ad esempio, dai processi metabolici di base. Questi sono ovviamente molto simili — devono esserlo. Gli organismi che processano l’ossigeno ovunque possiedono sistemi complessi corrispondentemente specificati per la generazione di energia utilizzando l’ATP e così via.”
Dalla propaganda alla realtà biologica
L’analisi di Lönnig, rilanciata da Science and Culture, mette in luce un punto cruciale: le somiglianze genetiche sono spesso dovute a necessità funzionali. Condividere geni per il metabolismo dell’ossigeno o la produzione di ATP non prova una discendenza diretta più di quanto il fatto che un’auto e un aeroplano usino entrambi bulloni provi che l’aeroplano sia un’auto evoluta.
Se si considerano le “indels” (inserzioni e delezioni) e le differenze strutturali nel DNA, la distanza tra uomo e scimpanzé è enorme.
Oltre il “costume di Peter Pan”
Il mito del 98% ha servito per anni una visione del mondo in cui l’uomo è “solo una scimmia in costume”. Tuttavia, la genetica moderna sta restituendo all’essere umano la sua eccezionalità biologica. La distanza non è solo quantitativa, ma qualitativa: il modo in cui il DNA è organizzato, regolato ed espresso segna un abisso che nessuna “percentuale di somiglianza” può colmare.
Siamo di fronte a un cambio di paradigma: la scienza sta finalmente ammettendo che la complessità umana richiede spiegazioni molto più profonde di una semplice statistica biochimica.
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