di Red.

Il 3 ottobre 1984 usciva la famosa lettera Quattuor abhinc annos con la quale si rendeva noto che Giovanni Paolo II «nel desiderio di andare incontro anche a codesti gruppi, offre ai Vescovi diocesani la possibilità di usufruire di un indulto, onde concedere ai sacerdoti insieme a quei fedeli che saranno indicati nella lettera di richiesta da presentare al proprio Vescovo, di poter celebrare la S. Messa usando il Messale Romano secondo l’edizione del 1962» ovviamente ponendo le solite condizioni («con ogni chiarezza deve constare anche pubblicamente che questi sacerdoti ed i rispettivi fedeli in nessun modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l’esattezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970») e concludendo che la «concessione, indicativa della sollecitudine che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, dovrà essere usata in modo da non recare pregiudizio all’osservanza fedele della riforma liturgica nella vita delle rispettive Comunità ecclesiali».

Dopo 42 anni di pessimi frutti conciliari giunti a maturazione, ci siamo di nuovo ma con più informalità, almeno per ora. È notizia di questi giorni la lettera inviata, a nome di Leone XIV, dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ai vescovi francesi riuniti dal 24 al 27 marzo per la loro assemblea plenaria di primavera. Nel testo si parla dell’accoglienza dei fedeli Vetus Ordo francesi, in parallelo ai preti abusatori pentiti e, ovviamente, nel quadro delle linee guida del Vaticano II.

Nel documento, subito dopo gli auspici di riconciliazione verso i rei tornati sulla retta via («È opportuno, infatti, perseverare a lungo termine nelle azioni di prevenzione avviate e continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È positivo che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali»), si passa agli amanti della messa tridentina: «È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità. Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità; un modo di guardare che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede. Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia». Un film già visto: la Tradizione ridotta a sensibilità da arricchire coi disastri della rivoluzione.

La cosa curiosa è che questo fugace ritaglio di spazio tra ex-abusatori e vincoli vaticansecondisti ha già mandato in fase onirica gli eterni quadratori del cerchio pronti a dimenticare che la liturgia è “fede pregata” e che il Novus Ordo non è un problema solo di “latino o non latino”, ma di come la nuova dottrina (ecumenismo, antropocentrismo) abbia generato un nuovo rito.

Insomma: se cambia la dottrina, cambia il rito e se si vuole restaurare il rito, bisogna tornare alla dottrina integra. Ma ne abbiamo già parlato in Parole chiare sulla ChiesaGolpe nella Chiesa, La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuroaltri volumi.

Sipario.


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