di Luca Fumagalli
Continua con questo articolo la serie dedicata all’approfondimento della parabola umana e letteraria di David Jones (1895-1974), da molti considerato il più grande poeta cattolico del Novecento inglese.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: prima parte (1895-1900), seconda parte (1901-1909), terza parte (1909-1914), quarta parte (1914-1915) e quinta parte (1915-1916)
Una volta rimpatriato, dopo una tappa a Birmingham, il 20 luglio 1916 Jones venne mandato per la convalescenza all’ospedale di Shipston-on-Stour, un paesino del Warwickshire da lui stesso definito «un posto paradisiaco». Con gli altri pazienti era solito prendere il te nel giardino – un’esperienza rievocata anche in In Parenthesis, quando gli uomini feriti camminano «lungo acque rassicuranti» – mentre le serate erano trascorse al pub in fondo alla strada.

Tra le giovani infermiere ve n’era una particolarmente attraente, Elsie Hencock, di cui Jones finì preso per innamorarsi. Purtroppo, però, la ragazza era già fidanzata, ma quest’ultima dovette comunque provare dell’affetto se regalò alla spasimante alcune sue fotografie e lo invitò a casa a conoscere la famiglia. La cosa, in verità, era vietata dal regolamento dell’ospedale, e per questo Jones venne severamente rimproverato il giorno seguente dal dottore che lo aveva in cura, allertato da una figlia un po’ troppo ficcanaso. Quella tra Jones ed Elsie, come riconobbe il primo, «non fu una vera storia d’amore», e i due non ebbero mai occasione di andare oltre le piacevoli chiacchierate. Ciononostante rimasero in contatto fino alla fine della guerra e la ragazza gli inviò altre foto. A testimoniare la profonda passione di lui, oltre a un’allusione nel suo poema di guerra ai soldati che sognano le fidanzate lontane, resta un disegno a pastello, conosciuto col titolo Lancillotto e Ginevra e offerto l’anno seguente alla sorella come regalo di nozze, in cui nei volti del cavaliere e della dama è possibile ravvisare i loro lineamenti.
Alle dimissioni seguirono due settimane di congedo post-convalescenza a Londra, dove Jones si rese conto della diffusa ignoranza delle persone sulle reali condizioni di chi combatteva in trincea. Un ritratto fotografico di allora lo mostra affaticato, con gli occhi di chi ha visto troppo, ma ad Hartrick descrisse l’assalto al bosco di Mametz in toni leggeri, come una specie di pantomima. Ne risultò una nuova commissione per il «Graphic» del 9 settembre: il disegno, impostato su tagli di luce trasversali, con una zona centrale più chiara e gli angoli in altro a sinistra e in basso a destra più scuri, mostra un gruppo di soldati che avanza verso le tenebre del bosco. Qualcuno cade colpito da un nemico invisibile, la cui presenza è manifestata unicamente da un elmetto abbandonato in primo piano. Firmò anche un breve testo inedito, A French Vision, che è il primo dei suoi scritti a essere giunto sino a noi e che, a parte certe affinità con In Parenthesis, colpisce per i suoi toni patriottici: complice sicuramente la giovane età, a differenza di Wilfred Owen, Jones credeva davvero nella «vecchia bugia».

Ritornò in Francia a ottobre per ricongiungersi al suo battaglione, stanziato vicino a Poperinge, vicino a Ypres. Con rammarico scoprì non solo che metà degli effettivi, morti o feriti, era stato sostituito da nuove reclute, ma anche di essere stato trasferito dalla compagnia B alla D, dove non conosceva nessuno. Almeno si consolò riabbracciando l’amico Reggie Allen – il dedicatario di In Parenthesis, destinato a morire nel maggio del 1917 – e festeggiando il suo ventunesimo compleanno in compagnia di un altro suo sodale, Leslie Poulter, scolandosi una bottiglia di rum rubata da qualche parte. Infine non poté fare a meno di notare come la guerra fosse cambiata: l’entusiasmo precedente alla battaglia della Somme era sfumato e l’immediato futuro non lasciava presagire nulla di buono, se non massacri sempre più cruenti e meccanizzati.
Riprese il suo incarico di cartografo, dando anche una mano nei continui lavori di costruzione e riparazione delle trincee. Conobbe Evan Evans, addetto alle latrine e prototipo del Dai Greatcoat di In Parenthesis, il soldato che non muore mai, e come tutti ebbe problemi con i ratti, anch’essi immortalati nella sua epica militare: addirittura una notte, mentre era addormentato, alcuni di questi li mangiarono i biscotti che teneva nella tasca del suo cappotto. Ma Jones non provava alcuna repulsione verso di loro. Anzi, tra i migliori schizzi eseguiti al fronte figurano quelli hanno per soggetto proprio dei topi (del resto, come riporta Dilworth, Jones era considerato «uno dei più grandi artisti nel dipingere gli animali»). A metterlo a disagio erano solo le sue periodiche visite al quartier generale a causa della distinzione di classe manifestata dai tanti privilegi di cui godevano gli ufficiali. Ciononostante, lui e i suoi commilitoni non accolsero con favore la decisione del comando di fornire ai primi uniformi del tutto simili a quelli dei soldati semplici, così da potersi mimetizzare meglio e non costituire più un facile bersaglio per i cecchini tedeschi. La sensazione, infatti, era quella fastidiosissima di ricevere degli ordini da dei pari grado.

Per qualche mese, a cavallo tra il 1916 e il 1917, Jones venne mandato a servire presso i Royal Engineers in qualità di osservatore d’artiglieria, anche se fu presto chiaro che non ne aveva le doti. Si trattò comunque di un colpo di fortuna, anche perché significava trascorrere la maggior parte del tempo nelle retrovie, lontano dal pericolo immediato e al riparo dal freddo di uno degli inverni più rigidi dell’ultimo ventennio. Una delle lettere spedite a casa, che sarebbe stata pubblicata nel maggio successivo sul «Christian Herald», raccontava la sua nuova condizione; allo stesso modo, la raccolta di dati e la compilazione di mappe sono temi che ritorneranno nelle poesie degli anni a venire, così come i luoghi e la giovane prostituta incontrata nel paese di La Clyte.
Il disegno La Germania e la pace, che apparve sul «Graphic» il 20 gennaio 1917, è invece un’allegoria che allude ai tentativi portati avanti dalla Germania, tra novembre e dicembre, di trovare un accordo per porre fine al conflitto. Inghilterra e Francia non vollero tuttavia sentire ragioni e nella sua opera, che vede una creatura angelica ritrarsi incerta davanti al gesto di pace del cavaliere tedesco, Jones riversò un disappunto condiviso da tanti.

Durante una piovosa domenica d’inizio 1917, mentre si aggirava per le retrovie alla ricerca di legna per accendere un fuoco, Jones notò una fattoria semidistrutta dai bombardamenti. Le assi dell’edificio erano troppo bagnate per poter essere utilizzate, ma lì vicino la stalla ancora integra prometteva al suo interno qualcosa di utile. Ma quando aprì la porta, quello che vide lo lasciò stupefatto: sopra una scatola di munizioni coperta con una tovaglietta bianca ardevano due candele e di fronte ad essa, dando le spalle all’ingresso, vi era un uomo che indossava un camice bianco e una corta pianeta d’oro. Erano presenti solo altre due persone, un soldato di origini italiane e un irlandese, entrambi inginocchiati e immobili. Non passò molto prima che Jones si rendesse conto di stare assistendo a una messa cattolica. Mai aveva provato durante l’ufficio anglicano della Santa comunione l’unità che percepì i quell’occasione tra il sacerdote e i fedeli, e fu ulteriormente colpito da come quello spettacolo stesse avvenendo così vicino alla prima linea: «in un panorama di desolazione», scrive ancora una volta il suo biografo, «fece esperienza di un’epifania di bellezza e trascendenza». La stalla, poi, rievocava implicitamente la natività, e Jones avvertì pure una certa affinità con gli antichi racconti celtici. Quel che è certo è che quell’esperienza, alla luce delle future scelte religiose, fu una delle più importanti della sua vita.
Poco dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, a Jones capitò di incrociare la sua strada con quella di Edoardo, principe del Galles, che girovagava tra le trincee senza scorta. L’episodio fu memorabile, col soldato semplice che si stava tagliando la barba di mattina presto e l’altezza reale che chiedeva garbatamente indicazioni. La cortesia e il coraggio del principe suscitarono l’ammirazione di Jones, un sentimento condiviso da molti suoi compagni.

Alla fine delle primavera venne comunicato al battaglione il piano per una nuova offensiva. La terza battaglia di Ypres, passata alla storia come la battaglia di Passchendaele, iniziò il 30 luglio, dopo giorni di incessanti bombardamenti (particolarmente terribile fu la notte del 23, quando Jones e gli altri soldati, distanti poco meno di 200 metri dalle linee nemiche, furono costretti a scavare trincee sotto il fuoco tedesco). Jones fu assegnato alla riserva e dunque non partecipò col suo battaglione all’attacco che causò parecchie perdite, tra cui la maggior parte degli ufficiali. Gli obiettivi furono comunque raggiunti e vennero catturati pure un cannone e una mitragliatrice. Attratto dai meccanismi particolarmente intricati, Jones ne trasse un paio di schizzi e, una volta ricongiuntosi con i sopravvissuti, stette con loro in prima linea fino al 4 agosto, quando giunsero a sostituirli. L’assalto è ricordato in uno dei suoi poemetti più mordaci e umoristici, Balaam’s Ass, su cui tornò a lavorare negli ultimi anni di vita. La battaglia di Passchendaele continuò per quattro mesi ancora con esiti disastrosi, ma il battaglione di Jones non vi avrebbe più preso parte…
L’approfondimento della vita e dell’opera di David Jones continua nei prossimi articoli della serie.


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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da T. Dilworth, David Jones Unabridged: The online version of David Jones Engraver, Soldier, Painter, Poet (https://windsor.scholarsportal.info/omp/index.php/digital-press/catalog/book/204?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQ1R2ZUFDb1VxNHY4bWdyanNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4yVa3owUWyA3LiUSifxZAT5W2XFqZ6dphwE_QpUu6rFWvISXBwUW6tgOnLmA_aem_X9s9EggFxpEN0b8Mo1pgDw).
