di Luca Fumagalli

Nel 1930, quando venne ufficialmente accolto nella Chiesa cattolica, lo scrittore britannico Evelyn Waugh sentì il bisogno di raccontare le ragioni della propria conversione in un breve pezzo intitolato Converted to Rome: Why It Has Happened to Me che apparve sul «Daily Express» il 20 ottobre.

L’apertura è dedicata a una confutazione di quelle che sono ritenute da Waugh le tre falsità più grossolane su chi sceglie di farsi cattolico, a partire dalla leggenda secondo cui i Gesuiti costituiscano in terra inglese una specie di gruppo di pressione con l’obiettivo di mietere nuovi fedeli tra i milionari e gli aristocratici («ma se, nel corso della caccia, possono portarsi a casa un romanziere o due, tanto meglio»). Naturalmente si tratta di una sciocchezza, così come privo di fondamento è il credere che uno scelga la Chiesa di Roma esclusivamente per la bellezza della sua liturgia, la quale, pur importante, non è sufficiente a giustificare l’accettazione di un sistema teologico e morale. Inoltre, prosegue Waugh, «mi sembra che in questo Paese, dove gli edifici ecclesiastici più belli sono in mano agli anglicani, e dove la liturgia è scritta in una prosa di straordinaria bellezza, il movente estetico sia, tutto sommato, a svantaggio del cattolicesimo». Infine, non significa nulla nemmeno affermare che la conversione sia dettata dalla volontà di sgravarsi dalla fatica di pensare con la propria testa: del resto non si capisce perché una mente pigra dovrebbe uscire dalla sua appagante stagnazione per cercare un’assistenza spirituale; al contrario, «il sistema romano può formare una base per la più vigorosa attività intellettuale e artistica».

Quali sono allora i motivi per cui in Inghilterra tante persone rispettabili, per nulla eccentriche e senza grilli per la testa, decidono di aderire al cattolicesimo? Waugh non ha dubbi: «Mi sembra che nella presente fase della storia europea lo scontro principale non sia più tra il cattolicesimo, da una parte, e il protestantesimo, dall’altra, ma tra il cristianesimo e il caos. È più o meno la medesima situazione che esisteva all’inizio del medioevo». L’autore prosegue sostenendo come fede e civiltà vadano sempre di pari passo, e quando la religione viene meno ad essa finisce per sostituirsi uno stato materialista simile a quello russo, una macchina burocratica senz’anima, capace di generare solo miseria e orrore.

La Chiesa di Roma, poi, incarna il cristianesimo «nella forma più completa e vitale». Le altre, indipendentemente dalla bontà e dalla devozione dei singoli, si mostrano incapaci di affrontare la sfida del tempo presente. Le ragioni sono abbastanza evidenti: innanzitutto il cattolicesimo vanta una dottrina autorevole e coerente – «nella Chiesa anglicana di oggi questioni di estrema importanza per la fede e la morale sono ancora oggetto di discussione» – né meno importante è la sua organizzazione, caratterizzata da una disciplina ferrea fatta di obbedienza e azione, intesa a mortificare quegli slanci egocentrici che potrebbero scuotere la fiducia del laicato nei confronti dei propri sacerdoti.  Ma, ancora più importante, è il fatto che «nessun gruppo religioso che non sia per natura universale possa pretendere di rappresentare la cristianità tutta».

Nell’epilogo, dopo aver sottolineato come a fondamento della Chiesa vi sia sempre la fede dei suoi membri, Waugh descrive la profonda devozione riscontrabile nei paesi cattolici, luoghi dove le persone frequentano i sacramenti non per dovere sociale ma per un autentico bisogno spirituale: «L’attitudine protestante pare spesso essere quella di “Sono buono, quindi vado in chiesa”, mentre quella cattolica è “Sono molto distante dall’essere buono, quindi vado in chiesa”».



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