di Luca Fumagalli

Nei Collected Essays di Graham Greene figurano un paio di interventi dedicati a G.K. Chesterton, pubblicati rispettivamente nel 1941 e nel 1944. Come ricorda il gesuita spagnolo Leopoldo Duran, che fu amico di Greene, quest’ultimo aveva in stima «la prosa chestertoniana e gran parte della sua poesia, e ne ammirava la personalità e l’arguzia». Tutto ciò nonostante il loro rapporto con la fede cattolica, a cui entrambi si erano convertiti, fosse radicalmente diverso: Greene era uno spirito irrequieto, tormentato e contraddittorio, mentre Chesterton era un apologeta nato, coriaceo ma mai aggressivo.

Il primo articolo è una breve e sferzante critica a The Chestertons, volume di taglio biografico scritto da Ada Elizabeth Jones, la vedova di Cecil, il minore dei fratelli Chesteron. Tendente al pettegolezzo e caratterizzato da una diffusa mancanza di tatto, il libro è inoltre segnato da stoccate velenose difficili da celare. La cosa emerge, ad esempio, nel caso di Frances Blogg, la consorte dello scrittore, che l’autrice accusa di aver portato via dalla Fleet Street delle redazioni giornalistiche e dei pub per costringerlo a una specie di esilio nel paesino di Beaconsfield. Greene si limita a obiettare che forse il cambiamento non fece poi così male a Chesterton se lì scrisse alcuni dei suoi lavori migliori come L’uomo eterno, La mia fede e l’autobiografia.

Decisamente più interessante è il secondo pezzo, che parte da una disamina della famosa biografia firmata da Maisie Ward per poi chiudersi con alcune considerazioni personali da parte di Greene. A differenza dell’opera della Jones, di cui si sottolinea nuovamente la volgarità e l’inaccuratezza, quella della Ward è di gran lunga migliore e di grande interesse. Tuttavia «è troppo lunga per il materiale di partenza, troppo appesantita da banalità affettuose» che finiscono inevitabilmente per allontanare chi non ha confidenza con Chesterton. «Mrs Ward», prosegue Greene, «ha amabilmente supposto che i lettori fossero tutti amici del suo soggetto; il suo testo sarebbe stato migliore se avesse realizzato – come non hanno fatto nemmeno i biografi di Stevenson – che nel caso di un grande autore gli anni inevitabilmente producono dei nemici. Sarebbe stato preferibile se si fosse ricordata con maggior frequenza anche del pubblico non cattolico», magari illustrando meglio certi concetti o passaggi.

Greene passa quindi a speculare su quali libri della corposa bibliografia chestertoniana verranno ricordati nel tempo, ammettendo che in questi casi è sempre difficile fare previsioni. Del resto l’eccentricità di simili scelte è già dimostrata dal fatto che molti di quelli che apprezzano Joyce e i suoi giochi di parole giudicano estenuanti quelli di Chesterton, forse perché reputato un autore troppo leggero. Quel che è certo, sempre a suo dire, è che questi non fu sufficientemente malizioso da essere uno scrittore politico credibile – «guardava alle cose nei termini assoluti del bene e del male, e la sua grande carità gli impediva di scorgere un certo squallido inganno nella vita umana» – ma fu uno splendido scrittore religioso, legato alla semplicità del dogma e a un «ottimismo cosmico» che si riverbera nelle sue migliori pagine.

Sarebbe dunque un peccato, conclude Greene, se finissero nel dimenticatoio gemme come La ballata del cavallo bianco, L’uomo che fu giovedì, Il Napoleone di Nottingh Hill od Ortodossia, uno dei libri più notevoli del primo Novecento.



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