Nota di RS: continua con questa dodicesima puntata questa rubrica di un grande amico di Radio Spada. Ne sono ovviamente onorato e auguro a quest’appuntamento di crescere e fiorire sulle nostre pagine virtuali. Sono certo che, data l’acribia e la DEDIZIONE del suo curatore, essa manterrà una moderata continuità, malgrado questi tempi bellici e infelici, frantumati e irregolari. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE della Fondazione Pascendi ETS)

di cardinale Albus

Dacché il consorzio degli uomini è regolato secondo l’autorità, coloro che seggono sugli scranni del potere recano insegne che lo significano. Eppure le città, le province, i regni e gli imperi sono destinati a scomparire come un’ombra fuggiasca. Così, quell’oro, quella porpora, quelle gemme che adornavano i serti e gli scettri dei sovrani preposti a sovrintendere ai casi delle nazioni cesseranno tutti di risplendere, giacché né intendenti, consiglieri, archiatri, astrologi di corte mai poterono e mai potranno eternare il loro re con le loro arti e il loro acume.
Soltanto la divina miserazione fece sì che un semplice pescatore venisse scelto come Vicario di Cristo e munito delle chiavi con cui legare e sciogliere in Cielo e sulla terra. A che cosa possono ambire dunque i principi secolari, se non a ricevere l’encomio dei successori di san Pietro? E quale commenda potrebbe essere più desiderabile ricevere dai successori del Principe degli Apostoli se non il Cristo stesso?
E ciò avvenne. Come un fiore gemmato nell’arsura della Quaresima romana, la IV domenica di quel santo tempo l’Urbe assisteva al dolce rito della Rosa d’Oro. Secondo l’antico uso, quando i Pontefici risiedevano in Roma, la funzione si teneva presso la chiesa di S. Croce in Gerusalemme; e, oltre i paramenti, erano rosacei anche la coltre del trono, i baldacchini e i pendoni, la sedia, il faldistorio e i cuscini. Prima di giungere alla basilica sessoriana, nel Patriarchio Lateranense il Papa si parava in camera; e il camerlengo gli porgeva la Rosa d’oro, inginocchiandosi e baciandogli la mano. Il sagrista recava il musco e il balsamo; uno dei cubiculari teneva la Rosa finché il Pontefice vi avesse infuso l’uno e l’altro; quindi il Pontefice la ripigliava egli stesso e, tenendola con la sinistra per aver libera la destra a benedire il popolo, montava a cavallo e si recava alla chiesa di Santa Croce in Gerusalemme dove cantava la Messa. E durante la funzione, all’Introito, al Confiteor, all’incensazione, il Papa consegnava la Rosa d’oro al cardinale diacono; quindi la riprendeva e la teneva presso di sé finché non fosse compiuto il sermone sul pulpito.
Vestito il Papa de’ sacri paramenti, il vescovo assistente al soglio gli presenta e sorregge il libro con la formola della benedizione, mentre un altro sostiene la candela accesa; intanto il chierico di camera, in ginocchio, sostiene la Rosa d’oro, già collocata sopra una mensa fra due candelieri con candele accese. Recitata la formola, il cardinale primo prete presenta l’incenso, che il Papa benedice; quindi si pongono nella rosa principale il balsamo e il musco; la Rosa si asperge con l’acqua santa e si incensa. Una volta benedetto, il sacro fiore è collocato sull’altare maggiore. Compiute le solenni funzioni della Messa, il Sommo Pontefice convoca i cardinali e con essi delibera cui la Rosa debba essere consegnata.
E poiché Roma ama che il segno non rimanga nell’angustia del privato, ma passi in pubblico come atto e come vincolo, avveniva altresì che il Vicario di Cristo, avviandosi a cavallo verso il Laterano, consegnasse la rosa al prefetto dell’Urbe, devotamente genuflesso, con queste mirabili parole:
Accipe Rosam de manibus nostris, qui licet immeriti locum Dei in terris tenemus; per quam designatur gaudium utriusque Hierusalem, triumphantis scilicet, et militantis ecclesiae, per quam omnibus Christi fidelibus manifestatur Flos ipse speciosissimus, qui est gaudium et corona Sanctorum omnium. Suscipe hanc tu, dilectissime fili, qui secundum saeculum nobis potens et multa virtute praeditus es, ut amplius omni virtute in Christo Domino nobiliteris, tamquam Rosa plantata super rivos aquarum multarum; quam gratiam ex sua uberanti clementia tibi concedere dignetur, qui est trinus, et unus in saecula saeculorum.
Ma, dunque, quali sono i significati arcani di questo prezioso fiore? Chiarissimo è il sermone di papa Onorio III:
La forma della rosa è stretta in basso e ampia in alto; e ciò significa che Cristo fu povero nel mondo, ma è Signore sopra ogni cosa, lui che riempie l’universo. Parimenti, come la forma della rosa è stretta in basso e ampia in alto, così ogni cristiano deve disprezzare le cose terrene e desiderare quelle celesti. Perciò dice l’Apostolo: Cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra (Col. III, 1). La rosa del Sommo Pontefice è d’oro, e contiene balsamo e muschio. L’oro significa la divinità di Cristo, il balsamo l’anima di Cristo, il muschio la carne di Cristo. Nell’oro è significata la divinità, perché, come l’oro è più prezioso e più splendente degli altri metalli, così la divinità di Cristo è sopra ogni cosa, ed è splendidissima ed eterna. Nel balsamo è significata l’anima, perché, come il balsamo è più caro e più prezioso degli altri liquori, così l’anima di Cristo fu migliore di tutte le altre. Nel muschio è significata la carne di Cristo, perché, come il muschio proviene dalla carne di un animale e diffonde un soave odore, così la carne di Cristo nacque dalla Vergine Maria e diede salvezza al mondo. E come il muschio non si unisce all’oro se non per mezzo del balsamo, così la carne di Cristo non poté unirsi alla divinità se non mediante l’anima.
Mai simbolo fu più atto a significare la dolcezza di Cristo. Con grandiosa munificenza la Sede apostolica, che tanto preferisce la soavità della benevolenza alla medicina del castigo, estese questo santo dono ai principi ecclesiastici più meritevoli. Quanto la benevolenza dei successori di san Pietro fu spesso disattesa dai potenti del mondo lo dimostra la storia degli uomini. Teste ne fu il fido messaggero di Leone X che, diffondendosi il morbo del porco di Sassonia, portò al principe di quella terra una Rosa d’oro nell’auspicio di contenere tale lue. Purtroppo, lo stolto autocrate germanico, novello Pilato, non adempì al suo ufficio. O qual tristo destino incoglie chi ricusa il giogo soave della Chiesa romana: chi riceve Cristo tutto deve a Lui e al suo Vicario.
Ben ribadisce il Belli nei suoi versi il compito dei sovrani decorati del santo fiore: La rosa-d’oro che cqui er Papa oggn’anno / Bbenedisce in ner giorno de dimani, / Lui la manna a li préncipi cristiani, / Che ssempre quarche ccosa j’aridanno.
Desolata è, invero, oggi la terra degli uomini se, come il Filosofo ricorda a Nicomaco, chi non ambisce affatto agli onori è biasimevole come chi li brama oltremodo. Infatti i potenti di questo mondo non hanno fame che di onorificenze da rigattiere, conferite dai loro chierichetti di corte: si commuovono per un nastrino, si inorgogliscono per un foglio ancora umido d’inchiostro e unto del loro tracotante orgoglio.

Fonte immagine: CC BY 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by/4.0 (Alex David Baldi https://www.flickr.com/photos/alex-david/50451196743/in/photostream/

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