a cura di Daniele Adragna

S. Vincenzo di Lerino (?-450 ca.) fu un monaco gallico di origini nobiliari. Ben poco si sa della sua vita, se non come viene definito da S. Eucherio di Lione, ossia “un sant’uomo di grande eloquenza e sapere”. Fu seguace del semi-pelagianesimo, eresia la cui formulazione risale a S. Giovanni Cassiano di Marsiglia (ca.360‑435) molto diffusa tra i monaci della Francia meridionale, ed in quanto tale avversario di Sant’Agostino ed oggetto delle repliche contenute nel Responsiones ad capitula obiectionum Vincentianarum di S. Prospero d’Aquitania, seguace dell’Ipponate[i].

L’unica opera del santo monaco giunta a noi è il Commonitorium (“avvertimento”,”ammonimento”), scritta 3 anni dopo il Concilio di Efeso, il cui primo fine sembra fosse servire al medesimo autore come memento affinché non deviasse dalla Fede dei Padri, per “smascherare gli intrighi degli eretici” e “stabilire una regola sicura, di applicazione generale, che permetta di distinguere la vera Fede Cattolica dall’errore delle eresie”. Il grande cardinale e teologo gesuita S. Roberto Bellarmino lo definì “un libro tutto d’oro”.

In essa il cenobita gallo-romano sviluppa una vera e proprio Regula Aurea onde discernere una dottrina errata dalla vera Dottrina Cristiana, basandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa Cattolica, ovvero il cosiddetto “Canone di V. di L.”, le cui applicazioni, più che interpretazioni, furono causa di polemiche d’ogni risma lungo i secoli, in particolare ai tempi del Concilio Vaticano I.

Si legge infatti nel capitolo II: «[In ipsa item catholica ecclesia] magnopere curandum est ut id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est», ovvero «[E anche nella stessa Chiesa Cattolica] bisogna soprattutto preoccuparsi affinchè sia conservato ciò che in ogni luogo, in ogni tempo e da ognuno è stato creduto»

Tale regola si manifesta già dal preambolo come perfetto vaglio donde discernere l’ortodossia[ii], ossia la corretta dottrina, dall’eterodossia[iii], ovvero la diversa dottrina. In poche parole, la vera Fede dalle sue falsificazioni.

Nei capitoli successivi prosegue infatti S. Vincenzo spiegando come:

– L’applicazione di questa regola è riscontrabile già in Sant’Ambrogio e nei martiri contro i donatisti e gli ariani; in S. Stefano Papa, che combatté contro il ribattezzamento dei lapsi; in S. Paolo, il quale la insegnò pure scrivendo a Timoteo (cap. VIII-IX). Il santo monaco ci tiene dunque a precisare come non abbia inventato alcunchè ex nihilo, limitandosi solo a formulare, o meglio codificare, il modus operandi della Chiesa Universale.[iv]

– Se Dio permette che delle eresie siano insegnate da uomini illustri ed ecclesiastici di alto rango, come per esempio Tertulliano, Origene, Nestorio o Apollinare, non è per altro motivo che per metterci alla prova, non certo per seguirli nell’errore (cap. X-XIX).[v]

– Il cattolico, cioè il cristiano, non ammette nessuna di queste dottrine di nuova fattura, come si vede in Tim VI, 20-21 (cap.XX-XXII, XXIV). [vi]

– Non sia da rigettare la possibilità di progresso della Fede, purchè sia nello stesso senso, distinguendo con precisione tra il profectus, appuntoil progresso inteso come sviluppo organico, e la permutatio, ossia la permutazione intesa come trasformazione o alterazione: «Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra. È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto.» (cap.XXIII)[vii]

– Il fatto che gli eretici facciano uso della Bibbia non li preserva in nessun modo dall’essere eretici, giacchè facendone questi un uso errato la usano in un modo “degno del diavolo” (cap.XXV-XXVI). La Sacra Scrittura va letta con la Chiesa, «perché la Scrittura, a causa della sua stessa sublimità, non è da tutti intesa in modo identico e universale. Si potrebbe dire che tante siano le interpretazioni quanti i lettori (…). È dunque sommamente necessario, di fronte alle molteplici e aggrovigliate tortuosità dell’errore, che l’interpretazione dei Profeti e degli Apostoli si faccia a norma del senso ecclesiastico e cattolico» (cap. II)[viii]

– Il cattolico, cioè il vero cristiano (nell’inossidabile linguaggio del santo, che dovremmo tutti far nostro), interpreta pertanto le S. Scritture secondo i principi già elencati (cap.XXVII-XXVIII) [ix]

– “Nihil novandum nisi quod traditum est” (cap. VI), ovvero “Niente da innovare [cioè modificare, alterare] se non ciò che è stato trasmesso”, ricordando la correzione del “di beata memoria Papa Stefano” all’errore di S.Agrippino e S.Cipriano vescovi di Cartagine sul ritenere invalido il battesimo degli eretici, per mezzo proprio dell’espressione dal Pontefice per primo coniata “Si quis a quacumque haeresi venerit ad vos, nihil innovetur nisi quod traditum est”,”Se qualcuno torna a voi da qualunque eresia, non si innovi nulla se non ciò che è stato tramandato”; S.Vincenzo definisce la novità del ribattezzamento come una  “invereconda presunzione”, e loda Papa Stefano perché, nonostante l’autorità e la santità del vescovo e martire cartaginese Cipriano, egli ribadì il primato del Deposito della Fede[x]

Lasciamo ora che il santo monaco ci parli ed illumini da sé…

Cap. II – “Nella Chiesa cattolica, bisogna aver cura di attenersi a ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti; poiché questo è ciò che è veramente e propriamente cattolico. (…) Sarà così, se seguiamo l’universalità, l’antichità, il consenso generale (…)Seguiremo l’universalità, se confesseremo come unicamente vera la fede che tutta la Chiesa confessa (…) l’antichità, se non ci discostiamo in nessun punto dai sentimenti condivisi dai nostri santi antenati e dai nostri padri; il consenso infine se, in questa stessa antichità, adottiamo le definizioni e le dottrine di tutti, o di quasi tutti i vescovi e i dottori”

Cap. III – “Cosa farà il cristiano cattolico se qualche parte della Chiesa viene a staccarsi dalla comunione della fede universale? – Quale altra strada prendere, se non preferire, al membro cancrenoso, la salute di tutto il corpo? E se qualche nuovo contagio tende ad avvelenare, non solo una piccola parte della Chiesa, ma contemporaneamente tutta la Chiesa? Anche in questo caso la sua grande preoccupazione sarà quella di attaccarsi all’antichità, che, evidentemente, non può lasciarsi sedurre da una falsa novità, qualunque essa sia. E se nella stessa antichità si scopre che un errore è stato condiviso da più persone o addirittura da una città o da una provincia intera? In questo caso avrà la massima cura di preferire alla temerità e all’ignoranza di quelli, i decreti, se ve ne sono, di un antico concilio universale. E se sorge una nuova opinione, per la quale nulla si trovi di già definito? Allora egli ricercherà e confronterà le opinioni dei nostri maggiori, di quelli soltanto però che, pur appartenendo a tempi e luoghi diversi, rimasero sempre nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa Cattolica e ne divennero maestri approvati. Tutto ciò che troverà che non da uno o due soltanto, ma da tutti insieme, in pieno accordo, è stato ritenuto, scritto, insegnato apertamente, frequentemente e costantemente, sappia che anch’egli lo può credere senza alcuna esitazione.”

Cap. IV – “Per l’introduzione di credenze umane al posto del dogma venuto dal cielo, per l’introduzione di un’empia innovazione, così l’antichità, fondata sulle più sicure basi, viene demolita, vetuste dottrine vengono calpestate, i decreti dei Padri lacerati, le definizioni dei nostri maggiori annullate, per una sfrenata libidine di novità profane si annulla la sacra ed incontaminata Tradizione”

Cap.V – “Ciò che dobbiamo massimamente notare, in questo coraggio quasi divino dei confessori della Fede, è che essi hanno difeso l’antica fede della Chiesa universale e non la credenza di una frazione qualunque (…). È nei decreti e nelle definizioni di tutti i Vescovi della Santa Chiesa, eredi della verità apostolica e cattolica, che essi hanno creduto, preferendo esporre sé stessi alla morte piuttosto che tradire l’antica fede universale”

Cap. VI – “Essi, raggiungendo a guisa di candelabro settuplo la luce settenaria dello Spirito Santo, hanno mostrato ai posteri, in maniera chiarissima come in futuro dinanzi a ogni iattanza parolaia dell’errore, si possa annientare l’audacia di empie innovazioni con l’autorità dell’antichità consacrata”
Cap.XXII – “Ma vale la pena di esaminare più attentamente l’intero capitolo dell’apostolo. O Timoteo, dice, custodisci il deposito, evitando profane novità di parole. Oh! Questa esclamazione è sia di prescienza che di carità. Infatti, egli prevedeva errori futuri, di cui si rammaricò molto. Chi è Timoteo oggi se non l’intera Chiesa in generale o l’intero corpo dei vescovi in ​​particolare, che devono possedere una conoscenza completa del culto divino o inculcarla negli altri? Che cosa significa: custodisci il deposito? Custodisci, dice, a causa dei ladri, a causa dei nemici, affinché gli uomini non seminino zizzania sul buon seme di grano che l’uomo aveva seminato nel suo campo. Custodisci, dice, custodisci il deposito. Che cosa ti è stato affidato? Cioè, ciò che ti è stato affidato, non ciò che hai inventato; ciò che hai ricevuto, non ciò che hai ideato; una questione non di genio ma di dottrina, non di usurpazione privata ma di tradizione pubblica; una cosa portata a te, non prodotta da te; di cui non sei l’autore ma il custode, non l’istitutore ma il l’epigono, non la guida ma il seguace”
Cap XXIII – “Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra. È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona. Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale. Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura di dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo. Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa, oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso. Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.(…)
Esempigrazia: i nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode, cioè dell’errore della zizzania. È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione. Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione, tuttavia nulla della proprietà del germe viene cambiato; sebbene la specie e la forma siano accresciute, la stessa natura di ciascun genere rimane. Lungi infatti quei germogli di rose del senso cattolico dal trasformarsi in cardi e spine. Lungi, dico, in questo paradiso spirituale di germogli di cinnamomo e balsamo dal nascere gigli e aconiti improvvisamente. (…) Qualunque cosa, dunque, in questa Chiesa, che è l’agricoltura di Dio, la Fede dei Padri abbia seminata, dev’esser coltivata e osservata dalla diligenza dei figli, fiorire e maturare con l’età, prosperare e perfezionarsi. Perché è giusto che quegli antichi dogmi della filosofia celeste vengano raffinati, levigati, distillati con il progredire del tempo, ma è sbagliato che vengano cambiati, sbagliato che vengano tagliati, mutilati. Possono ricevere prove, luce e distinzione, ma devono necessariamente conservare pienezza, integrità e proprietà.(…) Del resto, se si comincia a mescolare il nuovo all’antico, le idee estranee a quelle domestiche, il profano al sacro, necessariamente ciò si propagherà dappertutto, e con quel che segue, nella Chiesa, non rimarrà più nulla di intatto, incontaminato, inviolato, immacolato, ma un lupanare di errori empi e vili, dove un tempo c’era un santuario di verità casta e incorrotta. La pietà divina allontani questa malvagità dalle loro menti e possa questa esser piuttosto la follia degl’empi.”

Ogni pagina dell’opera di S. Vincenzo arricchisce la mente e fortifica lo spirito.

Ricordiamo inoltre come il Concilio Ecumenico Vaticano I, nella Costituzione Dogmatica Dei Filius del 24 Aprile 1870, alla fine del capo 4 ha ribadito questo principio, riprendendo testualmente la norma canonica dello sviluppo dottrinale: “in eodem sensu, in eadem sententia” (Conf. Denz. 1800, 11 capo, p. 5-6).

Un fatto curioso: il famoso J.H. Newman, il quale come noto prima della conversione fu uno dei principali esponenti del “Movimento di Oxford”, fazione sorta nel XIX secolo, rappresentante l’ala più conservatrice radicale in seno all’Alto Anglicanesimo (High Anglicanism) [xi], basava sul principio dell’antichità estrapolato dal Canone di S.V. da L. proprio la sua difesa della presunta ortodossia della Chiesa Anglicana[xii] e la formulazione della sua teoria della “via media” fra gli errori del Protestantesimo e quelli del “Romanismo”, collocando nel “virtuoso mezzo” la Chiesa d’Inghilterra. Ebbene fu poi l’adesione a tale principio, assieme all’approfondimento dei primi secoli della Chiesa, in ispecie il glorioso Concilio di Calcedonia e la questione monofisita, a far concludere al futuro cardinale oratoriano come la Verità sia quella sempre predicata da Roma, la Prima Sede cui l’antiquitas porgesempre ossequio. Insomma, fu proprio il Canone a convertire lui e molti altri membri del Movimento alla Vera Fede.

Come nota di colore, ricordiamo come il principio leriniano dell’ “eodem sensu eademque sententia” venne, con quasi sadica ironia, più volte citato dai Pontefici conciliari sin da Giovanni XXIII  nel discorso inaugurale dell’assise dal titolo Gaudet Mater Ecclesia… I promotori del ‘789 della Chiesa che citano la regola aurea per la preservazione dell’Ortodossia della Fede, oltre al danno anche la beffa.

Ma la Storia ha i suoi corsi e ricorsi: Mons. B. Gherardini, da molti indicato quale ultimo epigono della scuola romana di teologia neoscolastica e neotomista, nel 2011 fece pervenire all’allora  regnante Papa Benedetto XVI la Supplica che ebbe pubblicato nel suo libro “Concilio Ecumenico Vaticano II – Un discorso da fare” appena due anni prima, sottoscritta poi da molti altri illustri nomi della mondo della Tradizione (lato sensu) italiana[xiii]. In essa, il teologo pratese chiedeva la pacifica ma franca, poiché necessaria, ridiscussione di tutto il Concilio Vaticano II ab imis, pretendendo la dimostrazione della tanto declamata “ermeneutica della continuità”…Proprio facendo riferimento anch’egli al principio leriniano: «È [il C.Vaticano II] un “evento” nel senso dei professori bolognesi[xiv],che cioè rompe i collegamenti col passato ed instaura un’era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il [Magistero della Chiesa] passato rivive in esso “eodem sensu eademque sententia”?»
La Supplica non ebbe mai risposta, ça va sans dire, ma consola sapere che qualcuno abbia ricordato, proprio ad uno dei maggiori tra quei periti che fecero il Concilio, certamente quello dalla carriera più brillante e fautore della chimerica “Ermeneutica della Continuità”, come essa non vada solo proclamata citando tale principio[xv], bensì dimostrata, nel merito dei documenti conciliari e nel metodo enunciato, appunto, dal medesimo principio citato.

In conclusione, San Vincenzo da Lerino nella sua opera ci trasmette il giusto approccio alla Dottrina della Religione Cristiana insieme al più vivo senso della Chiesa, unica Barca salvifica ove possiamo ripararci dai marosi anche delle più violente procelle… Come quelle dei giorni d’oggi, in cui pressoché l’intera gerarchia dell’equipaggio fino al nocchiero si ammutina e lavora senza pena, si spera per essi inconsapevolmente, affinchè il sacro scafo si riempia d’acqua e coli a picco tra il terrore, le molte amare lagrime e il vento d’angosciosi sospiri di pochi oranti passeggeri e le erculee fatiche di qualche assennato, caritatevole, ordinatamente ribelle sottufficiale.


[i]] Ciò non ci scandalizzi: la condanna di tale tesi arrivò solo con il secondo Concilio di Orange del 529, ben dopo la di loro nascita al cielo, per cui essi, come altri nella Storia, sono venerati come santi dalla Chiesa e giustamente ricordati dal Martirologio

[ii]] Dal greco ὀρθοδοξία/orthodoksia composto da ὀρθός/orthos, che significa “retto” o “corretto”, e δόξα/doxa, che significa “opinione” o “dottrina”

[iii]] Dal greco ἑτεροδοξία/eterodoxia, composto da ἕτερος/héteros cioè “altro” o “diverso” e δόξα/dóxa, ut supra

[iv]] Non sua propria pertanto, bensì del Chiesa di Cristo è l’aurea regola, sicché incontestabile per chi voglia dirsi cristiano

[v]] Nessuno spazio all’obbedientismo disordinato quindi, stolido vizio arcinemico della nostra Santa Religione che va tanto di moda oggi nel mondo di mezzo modcons

[vi]] Con buona pace della “Nuova Pentecoste”, dei Conciliaboli “pastorali”, dei Sinodi e dei novatori tutti di questi ultimi sessant’anni

[vii]] Nessuna (falsa, ma fingiamo per un attimo razzolino ciò che predicano) cristallizzazione della Fede, dunque. Gli eretici e abusivi orientali di Costantinopoli, Mosca, Alessandria d’Egitto, Addis Abeba, Arbil e compagnia cantante inverecondi anatemi sui “papisti interpolatori” imparino: solo i cadaveri non crescono, la Fede del Corpo Mistico invece dev’essere vivente e vitale, crescendo e sviluppandosi armoniosamente. Ed imparino anche gli eretici occidentali, tra i quali si devono annoverare i modernisti assieme ai protestanti storici, che in tal senso invece vedrebbero la Chiesa sicut monstrum divenire oggetto di continue amputazioni ed allotrapianti

[viii]] Sbaragliato l’errore di metodo tipico dell’eretico protestante, di cui è evidente il difetto logico: non serve ad un accidenti leggerLe tutto il giorno e financo impararLe a memoria se poi si crede falsa e mendace la promessa di NSGC sull’indefettibilità della Chiesa da Lui fondata, e insieme vera la favola degli adelphoi quali fratelli di sangue di NS solo per negare la Tradizione e la Fede Cattolica sull’Immacolata ed il castissimo Suo Sposo; senza contare le false traduzioni della Bibbia per compiacere l’imperatore di turno che vuol divorziare e risposarsi, come fecero e da allora fanno (fino a ben tre volte) i cerulariani dopo la vexata quaestio del termine pornèia e la conseguente disputa moechiana di S. Teodoro Studita, il tutto ben sette secoli prima di Enrico VIII d’Inghilterra

[ix]] Ribadiamo come sopra: senza l’unica esegesi corretta, prodotto dall’Autorità preposta e stabilita da Dio sulla Terra due millenni orsono, “ogni Bibbia sarà una Chiesa ed ogni suo lettore un Papa a sè”

[x]] Emerge ancora chiarissimo il torto dei modernisti, i quali osano chiamare la contraddizione e la negazione di ben 20 secoli di Cristianesimo “evoluzione del dogma”

[xi]] Corrente che enfatizza la continuità dell’Anglicanesimo con la “Chiesa indivisa del primo millennio” (vedi nota xii), cui corrisponde la “chiesa alta” (High Church), in contrapposizione alla “chiesa bassa” (Low Church) più tendente verso il calvinismo e l’evangelicalismo; il M. di Oxford fu la svolta ancora più “a destra” di una sua fazione che portò alla nascita del cosiddetto Anglo-Cattolicesimo, scuola di pensiero dalla sorprendente attenzione e importanza rivolte verso la liturgia, i sacramenti e l’autorità dei vescovi, che ha persino “ripristinato” gli ordini religiosi in seno alla Comunione Anglicana e che ancora oggi produce entusiaste conversioni alla Fede Romana anche di importanti esponenti del “clero” e del laicato disgustati dalle derive della “setta di Canterbury”

[xii]] Di cui pretendeva di dimostrare l’esser vera erede locale della “Chiesa Primitiva Indivisa”, ossia di quel mitologico primo millennio della Chiesa precedente alla separazione tra cattolici, “ortodossi”, vetero-cattolici ed anglicani

[xiii]] Quali i dottori R. De Mattei (che vi si associò già nel 2010), P. Pasqualucci , L. e V. Coda Nunziante, C. Siccardi, C. Manetti, C. Gnerre, M. Palmaro, A. Gnocchi, G. Turco, P. Cipriani, Mons. A. Livi e molti altri, nei panni di firmatari

[xiv]] La Scuola di teologia bolognese, anch’essa opposta a quella romana, nata sotto la guida dei modernisti G. Dossetti, G. Alberigo, del card. G. Lercaro e figlia spirituale dello scomunicato vitandus da essa riabilitato E. Bonaiuti. Perchè lo sappiamo tutti, al Concilio “il Reno si gettò nel Tevere”… ma non dobbiamo dimenticare come un fiume Reno scorra anche nella Rossa!

[xv]] Come nel discorso alla Curia Romana del 22 Dicembre 2005

Fonte immagine: santogiorno.it


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