Per approfondire: Vademecum Cristiano. Manuale di guerra per essere fedeli a Cristo nella società dell’apostasia, Vita spirituale. Catechismi e saggi e L’unico mio Re. Scritti alfonsiani per vivere bene nel tempo e nell’eternità.
di Giuseppe Maria Iovino
Il combattimento spirituale: una dimensione dimenticata della vita cristiana
Nella tradizione cristiana la vita del credente è stata spesso descritta con un’immagine forte: quella del combattimento. Non si tratta di un linguaggio simbolico casuale, né di una semplice metafora spirituale. I maestri della vita cristiana hanno sempre riconosciuto che l’esistenza dell’uomo è segnata da una lotta interiore reale, nella quale si decide la direzione della sua vita.
Oggi però questa dimensione sembra quasi scomparsa dal discorso religioso contemporaneo. In molti contesti si preferisce parlare della fede soprattutto come esperienza consolante, come cammino di accoglienza o come occasione di benessere spirituale. Tutti aspetti certamente importanti, ma che rischiano di far dimenticare una verità essenziale della tradizione cristiana: la vita spirituale implica anche fatica, vigilanza e disciplina.
L’uomo come campo di battaglia
La Sacra Scrittura e la tradizione spirituale descrivono il cuore umano come il luogo di una tensione continua. Nell’uomo, infatti, convivono desideri elevati e inclinazioni disordinate, aspirazioni al bene e tendenze che lo allontanano da esso.
Questa è un’esperienza universale. Ogni persona sa cosa significa percepire il richiamo di ciò che è giusto e, nello stesso tempo, avvertire la spinta verso ciò che è più facile o più immediato. Il conflitto tra questi due poli costituisce una delle dimensioni più profonde della vita morale.
Non a caso i grandi maestri spirituali hanno parlato della vita cristiana come di un combattimento. Non un combattimento contro altri uomini, ma contro ciò che nell’uomo stesso lo allontana dal bene.
Il combattimento spirituale, dunque, è anzitutto “lotta interiore”.
La disciplina come via di libertà
In un’epoca che tende a identificare la libertà con la spontaneità assoluta, parlare di disciplina potrebbe risultare anacronistico. Eppure la tradizione cristiana ha sempre insegnato che senza disciplina non può esistere una vera libertà.
Una persona che segue automaticamente ogni impulso non è veramente libera. Anzi, è piuttosto dominata da ciò che prova nel momento presente. La libertà autentica, invece, nasce dalla capacità di orientare i propri desideri e di governare le proprie azioni.
La disciplina personale – nella preghiera, nelle abitudini quotidiane, nell’uso del tempo – aiuta proprio a rafforzare questa capacità. Essa educa la volontà, rendendo l’uomo progressivamente più padrone di se stesso.
In questo senso la disciplina non reprime la libertà, ma la rende possibile.
La tradizione ascetica della Chiesa
I grandi autori della spiritualità cristiana hanno sempre insistito su questo punto. Tra essi spicca Lorenzo Scupoli, autore di una delle opere più influenti della letteratura ascetica cristiana: “Il combattimento spirituale”.
In questo testo, il quale è stato letto e meditato da generazioni di cristiani, Scupoli descrive la vita interiore come una battaglia quotidiana nella quale il credente è chiamato a vigilare su se stesso, a conoscere le proprie debolezze e a esercitare con costanza la volontà.
Non si tratta affatto di una visione pessimistica dell’uomo, ma di uno sguardo realistico sulla sua condizione. La libertà umana è grande, ma è anche fragile. Per questo deve essere custodita e rafforzata attraverso un cammino costante di esercizio e di crescita.
La tradizione ascetica cristiana ha sempre riconosciuto che la santità non nasce dall’improvvisazione, ma da un lavoro paziente e quotidiano su se stessi.
La crisi della disciplina nel mondo contemporaneo
La cultura contemporanea sembra invece muoversi in direzione opposta. Molti modelli educativi tendono a evitare qualsiasi forma di sforzo o di rinuncia, temendo che possano limitare la spontaneità della persona.
Ma questa visione produce spesso risultati paradossali. Infatti, quando la volontà non viene educata, l’individuo rischia di diventare più vulnerabile alle proprie passioni e alle pressioni esterne.
Un uomo che non è capace di disciplinare se stesso è infatti facilmente dominato da tutto ciò che lo circonda: le mode, le emozioni del momento, l’opinione altrui. Invece di essere libero, diventa più facilmente manipolabile.
Recuperare il valore della disciplina significa allora restituire all’uomo la possibilità di essere veramente protagonista della propria vita.
Il cristiano come uomo in cammino
Mai la vita cristiana è stata presentata come un cammino privo di difficoltà. Al contrario, essa implica un impegno perseverante nella lotta contro il peccato, contro l’egoismo e contro tutte quelle inclinazioni che allontanano l’uomo dalla verità.
Questo combattimento, però, non deve essere vissuto con scoraggiamento. Al contrario, esso è la condizione stessa della crescita spirituale. Ogni vittoria, anche piccola, rafforza la volontà e apre la strada a una libertà più profonda.
In questo senso la disciplina quotidiana – nella preghiera, nel lavoro, nella vita morale – diventa una vera e propria palestra nella quale la persona impara, in modo progressivo, a dominare se stessa.
Una riscoperta necessaria
È vero, in un’epoca che tende a rifiutare ogni forma di fatica, recuperare la dimensione del combattimento spirituale può apparire controcorrente. Eppure è proprio da tale riscoperta che può nascere una visione più autentica della libertà e della vita cristiana.
Il credente non è chiamato a fuggire dalla lotta interiore, anzi, è suo compito affrontarla con coraggio, pazienza e perseveranza. È esattamente in questa lotta che si forma la volontà, si purifica il cuore e si rafforza la libertà dell’uomo.
La tradizione cristiana lo ha sempre saputo: la santità non nasce dalla comodità, ma dal combattimento. Ed è proprio in questo combattimento che si manifesta la grandezza della vocazione umana.
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