di Giuseppe Maria Iovino

Mai come oggi l’umanità ha posseduto strumenti così raffinati per rendere la vita più semplice, sicura e prevedibile. Eppure mai come oggi l’uomo appare fragile, esitante, incapace di decisione.
Viviamo nell’epoca delle infinite possibilità e della paralisi interiore. Nell’epoca della comunicazione globale e della solitudine diffusa. Nell’epoca della libertà proclamata e della dipendenza sistematica dal giudizio altrui.

Il mondo contemporaneo non combatte l’uomo violento, ma qualcosa di più pericoloso: l’uomo forte. Non l’uomo che aggredisce, ma l’uomo che non si lascia modellare. Non l’uomo che domina con la forza bruta, ma l’uomo che non ha bisogno di approvazione per restare fedele alla verità.

L’uomo forte risulta essere scomodo in quanto non manipolabile. Non si lascia guidare dalle mode, non si lascia sedurre dal consenso, non si lascia paralizzare dalla paura di perdere. Egli conosce il valore del sacrificio, sa che ogni decisione autentica comporta una rinuncia, e che ogni crescita implica una lotta. Non a caso, in una civiltà che ha elevato il benessere a criterio assoluto, questa consapevolezza appare quasi scandalosa.

La modernità, la quale si presenta come trionfo dell’autonomia individuale, tende in realtà a produrre uomini adattabili, flessibili e pronti a ridefinire continuamente se stessi pur di non affrontare il peso delle responsabilità. Si fugge dalla definitività delle scelte come se queste fossero una minaccia e non una conquista. Si teme la verità, perché quest’ultima obbliga a prendere posizione.

Eppure la storia cristiana è costellata di figure che incarnano una forza completamente diversa da quella celebrata dal mondo. Non una forza di dominio, ma una forza di fedeltà. Non una forza di imposizione, ma una forza di testimonianza.

È la forza dell’Arcangelo Michele, che nella tradizione cristiana guida la battaglia contro il male non per affermare se stesso, ma per custodire l’ordine voluto da Dio. È la forza del martire Teodoro di Amasea, soldato che preferì affrontare il supplizio piuttosto che tradire la fede. È la forza di Sebastiano, trafitto dalle frecce e tuttavia interiormente invincibile. È la forza di Ignazio di Loyola, cavaliere convertito che comprese come la vera battaglia si combatta nel cuore dell’uomo.

Tali figure mostrano come il cristianesimo non sia una scuola di debolezza, ma una pedagogia della forza interiore. Una forza che non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di attraversarla. Una forza che non coincide con il successo visibile, ma con la fedeltà invisibile.

Il mondo moderno teme questo tipo di uomo perché non può controllarlo. Esso può infatti offrire piaceri, carriere, visibilità, sicurezza. Ma non può comprare chi ha già deciso per che cosa vale la pena vivere, ed anche morire.

Se veramente si vuole comprendere fino in fondo perché il mondo contemporaneo diffidi dell’uomo forte, è necessario rivolgere lo sguardo a Cristo. Non al Cristo ridotto a simbolo consolatorio o a icona morale innocua, ma al Cristo reale, quello dei Vangeli: il Cristo libero, deciso e radicale.

Egli non cerca il consenso delle folle, quando il consenso è costruito sull’equivoco. Non attenua la verità, per renderla più accettabile. Non si sottrae al conflitto, quando il conflitto è inevitabile per restare fedele alla missione ricevuta. La sua vita pubblica non è stata semplice, fu attraversata da incomprensioni, opposizioni e abbandoni, tuttavia, non vi fu in Lui alcuna esitazione fondamentale. Nessuna tentazione di ridefinire se stesso al fine di poter ottenere approvazione.

In questo senso Cristo ci rivela costantemente la forma piena dell’uomo forte: l’uomo che vive orientato a un bene più grande della propria sopravvivenza. L’uomo che non si misura con il metro del successo immediato, ma con quello della fedeltà. L’uomo che accetta di perdere tutto pur di non perdere la verità.

La Croce, che agli occhi del mondo appare come sconfitta, è invece manifestazione della più alta espressione della libertà. Non è semplicemente il luogo del dolore, ma il luogo della decisione irrevocabile. Cristo non è stato trascinato passivamente verso la morte: Egli vi si consegnò consapevolmente. Ed è proprio in questo atto che si disvela la distanza abissale tra la logica del mondo e la logica del Vangelo.

La società contemporanea, ossessionata dalla sicurezza e dalla gestione del rischio, fa grande fatica nel comprendere tale dimensione. Essa educa a evitare il sacrificio, più che a dargli un senso. Insegna a moltiplicare le opzioni, più che a scegliere definitivamente. Promuove l’adattamento continuo come forma di sopravvivenza culturale. Ma un uomo che non sceglie mai davvero, che non si espone mai davvero, che non perde mai davvero qualcosa per ciò che ritiene vero, resta inevitabilmente incompiuto.

Il cristianesimo, al contrario, introduce l’uomo in una dinamica di maturazione che passa attraverso la lotta. Non una lotta contro un nemico umano, ma contro tutto ciò che lo rende schiavo: la paura del giudizio, il desiderio di approvazione, l’attaccamento disordinato al benessere, la fuga dalla responsabilità. Si tratta di una battaglia silenziosa, spesso invisibile, ma decisiva.

Per questo il mondo moderno teme il cristiano autentico. Non perché questo sia aggressivo, ma perché è stabile. Non perché imponga la propria visione con la forza, ma perché non rinuncia ad essa per convenienza. Non perché cerchi il conflitto, ma perché non teme di attraversarlo quando la coscienza lo esige.

Il mondo non ha paura dell’uomo armato. Ha paura dell’uomo che non può essere comprato. Ha paura dell’uomo che non dipende dal plauso, che non costruisce la propria identità sulle oscillazioni dell’opinione pubblica, che non svende la verità per ottenere tranquillità.

Quando la fede è vissuta fino in fondo, il cristiano diventa esattamente quest’uomo. Un uomo capace di stare in piedi anche quando tutto intorno a lui vacilla. Un uomo che può essere ferito, deriso, marginalizzato, ma non piegato interiormente.

Ed è forse proprio questa forza silenziosa, questa libertà non negoziabile, che ad oggi rappresenta la testimonianza più necessaria.

In un tempo che educa alla prudenza come forma di rinuncia, alla tolleranza come indifferenza e alla pace come assenza di verità, tornare ad essere uomini forti significa accettare di essere controcorrente. Significa rinunciare alla comodità dell’ambiguità per scegliere la chiarezza. Significa smettere di cercare rifugi psicologici e tornare ad assumere il rischio della libertà.

Il cristiano non è chiamato a mimetizzarsi in una civiltà che teme la decisione. È chiamato a testimoniare che esiste qualcosa per cui vale la pena esporsi, perdere, soffrire. Non con spirito di rivalsa, ma con la fermezza di chi ha scoperto che la verità non è negoziabile.

Probabilmente non saranno le grandi strutture sociali a cambiare per prime. Forse non saranno le istituzioni culturali a restituire all’uomo il gusto della lotta interiore. Ma ogni uomo può iniziare da sé, smettendo di rimandare le scelte decisive, smettendo di vivere in funzione dello sguardo altrui. Può imparare di nuovo a restare solo pur di restare fedele.

Il mondo continuerà a proporre compromessi, scorciatoie, anestesie. Continuerà a suggerire che la forza sia pericolosa, che la radicalità sia eccessiva, che la fedeltà sia imprudente. Ma la storia cristiana insegna che è proprio da uomini interiormente liberi che nascono le vere trasformazioni.

Non servono uomini perfetti, ma uomini decisi. Uomini che accettino la battaglia invisibile che si combatte ogni giorno nel cuore. Uomini che sappiano perdere senza disperare e vincere senza illudersi. Uomini che non si lascino definire dal consenso, ma dalla verità.

Perché alla fine non sarà la fragilità organizzata del mondo a salvare l’uomo. Sarà il coraggio di pochi a ricordargli chi è davvero.


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