di Monsignor Pio Alberto del Corona O.P. (1837 -1912)
La Domenica delle Palme storicamente ci ricorda quel che avvenne diciannove secoli fa, quando Gesù entrò nella Gerusalemme terrena, e quel trionfale ingresso avvenuto allora, e tutti gli anni commemorato da noi, adombra la entrata solenne che faranno gli eletti nella Gerusalemme celeste dopo il finale giudizio, ché tutti i misteri tendono a preparare gli uomini a entrare con Cristo in cielo, per celebrare il sabato eterno e la eterna Pasqua.
La Domenica delle Palme si collega ai quaranta secoli di preparazione ita innanzi alla incarnazione del Verbo e alla redenzione del mondo. Le promesse, le figure, le profezie si ravvivano, splendono, parlano. Dio avea detto, il giorno stesso della caduta, che il divino riparatore verrebbe in terra e il vincitore di Satana nascerebbe dalla stirpe dei vinti; avea detto che sarebbe figlio di Adamo, poi che nascerebbe dal popolo di Abramo, poi dalla tribù di Guida e infine dalla famiglia di David. I profeti avevano vaticinato: nascerà da una vergine, dalla stirpe e nella patria di David, fuggirà in Egitto, vivrà in Nazaret, sarà acclamato dal precursore nel deserto, sarà umile e mite, bandirà un vangelo di amore ai poveri, entrerà in Gerusalemme sopra una giumenta e un puledro non ancor maneggiato. Ed ecco nella Domenica delle Palme il figlio di Adamo, il figlio di Abramo, il figlio di David, il figlio della Vergine, il figlio di Dio, il Messia della nazione Ebrea, il salvatore del mondo, viene alla maniera degli antichi giudici e condottieri d’Israele, ed è riconosciuto, acclamato, festeggiato con solenne ovazione. Nella Domenica delle Palme i discepoli di Gesù stesero i loro pepli orientali, tagliarono rami di alberi e con le turbe de’ fanciulli e con la gente Ebrea gridarono: Osanna al figlio di David. E delle turbe che andavano avanti e delle turbe che venivano dietro andò il grido festante al cielo. Quel grido di lieta acclamazione attraverso i secoli si è perpetuato nella Chiesa delle nazioni. Quelle grida si ripercuotono ogni anno nelle nostre chiese e nelle nostre anime; e l’eco ripercossa ci trae fremiti e lacrime.
Ma la Domenica delle Palme ci porta ancora più in là di diciannove secoli. Noi ricordiamo Adamo, Abele, Noè, l’Arca, la colomba col ramo d’ulivo in bocca, ricordiamo l’agnello di Mosè, le palme di Elim, alla cui ombra riposò Israele nell’uscire dall’Egitto, ricordiamo le fonti a cui si dissetò, la manna onde fu pasciuto, ricordiamo l’agnello d’Isaia, l’unto di Daniele, e lo vediamo questo agnello vivo e divino, unto di Spirito Santo in seno alla vergine, lo vediamo venire nella città di Melchisedech per offrire a Dio Padre il pane e il vino, per essere ostia del suo sacerdozio, distruggitore del peccato, autore di una alleanza nuova ed eterna. Nell’entrare in città e nel tempio Gesù, i Gentili vogliono vederlo e parlare a lui, e Gesù rispose che se il granello di frumento non muore non rende frutto, ma se muore fruttifica, e una voce viene dal cielo e lo chiarifica dichiarandolo Dio, e Gesù esclama: «Ora si fa giudizio del mondo e il principe di questo mondo sarà cacciato fuora ed io quando sarò alzato da terra, trarrò tutto a me» (Giov. XII, 24). Gesù proclama il suo trionfo vicino, esulta nell’anima sua, trema e piange sopra la infelice Gerusalemme che ora plaude e tra cinque giorni lo griderà alla croce. Ecco il trionfatore, ecco il patibolo trionfale, la croce; ecco la crisi del mondo. La Chiesa alla processione e all’applauso popolare congiunge il Passio. Nel quale si odono e si consertano tre voci, la voce dello storico che narra i dolori e le onte del figliuolo di Dio, la voce de’ Giudei che lo accusano e ne chiedono la morte, la voce della divina vittima che serba dignità infinita e dolcezza di Agnello santo. Par di assistere al dramma terribile e stupendo: l’ammirazione, la pietà, lo sdegno, l’amore si svegliano via via nell’anima; e non si ode una lettura, ma si vede la passione e si piange. Le Palme dunque, la Processione, il Passio richiamano grandiosi fatti che empiono i secoli. Noi impariamo che il predestinato dalla eternità, il promesso nell’Eden, l’adombrato nelle figure, il predetto nei vaticinii, il preparato nel sangue dei re di Giuda, l’unto di Spirito Santo in seno alla vergine, il Messia d’Israele, il mediatore di pace venne in terra per salvare gli uomini e addurli attraverso a un cammino di sangue al cielo. La umanità lo attese quaranta secoli, lo vide in Gerusalemme, lo accolse come salvatore e cadde poi vinta a’ piedi della sua croce.
Il Rosario. Memorie Domenicane, anno X, Roma, 1893, pp. 162-164
🟣La Cappella Papale della Domenica delle Palme
🟣[MEDITAZIONI ALFONSIANE] Gesù entra in Gerusalemme
🟣Il cattivo abito. Sermone per la Domenica delle Palme

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