di San Tommaso d’Aquino
In precedenza [1], l’Apostolo [Paolo] ha esposto gli avvenimenti dell’Antico Testamento svelandone il significato mistico; qui, partendo da quegli elementi, argomenta la sua tesi: il Nuovo Testamento è superiore al Vecchio perché può realizzare ciò che il Vecchio non poteva. Su questo punto procede in due momenti: prima enuncia la conclusione desiderata, poi dimostra un presupposto. La prima parte si divide a sua volta in due: inizialmente conclude, in base a quanto detto, che Cristo è il mediatore; in secondo luogo mostra l’impotenza dell’Antico Testamento. Egli afferma dunque … poiché Cristo è entrato nel santuario avendo ottenuto una redenzione eterna – cioè una redenzione che conduce ai beni eterni, cosa che l’Antico Testamento non poteva fare – ne consegue che questo testamento debba essere diverso dal precedente, proprio come il nuovo differisce dal vecchio. A questo proposito, il profeta Geremia preannunciava: “Io farò colla casa d’Israele e colla casa di Giuda una nuova alleanza” (XXXI, 31), mentre nell’Apocalisse si legge: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (XXI, 5). Proprio per questo, Cristo è il mediatore di questo nuovo testamento tra Dio e l’uomo, come ricorda lo stesso san Paolo nella Prima Lettera a Timoteo: “Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (II, 5). In ogni testamento, infatti, vi è una promessa e un atto che lo conferma. Nel Nuovo Testamento vengono promessi beni celesti e spirituali; inoltre, tale promessa è stata confermata dalla morte di Cristo. Perciò Cristo è mediatore del Nuovo Testamento affinché coloro che sono stati chiamati ricevano la promessa dell’eterna beatitudine e dell’eredità eterna. L’autore usa il termine “chiamati” perché questo dono non deriva dalle opere, ma dalla chiamata di Dio, secondo quanto scritto ai Romani: “Quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati” (VIII, 30), e ancora nella Prima Lettera ai Tessalonicesi: “Vi abbiamo esortati a comportarvi in modo degno di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (II, 12). L’espressione “eredità eterna” indica la gloria eterna, che è appunto la nostra eredità. In merito a ciò, san Pietro scrive: “Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale per sua misericordia grande ci ha rigenerati ad una viva speranza, mediante il risuscitamento di Gesù Cristo da morte, ad una eredità incorruttibile e incontaminata e immarcescibile, riserbata nei cieli per voi” (1Pt I, 3-4). Questa stessa eredità è celebrata nei Salmi, dove si legge: “Ecco l’eredità del Signore” (Ps CXXVI, 4), e ancora: “Il Signore è mia parte di eredità” (Ps XV, 5). Noi otteniamo questa eredità attraverso la morte di Cristo; per questo l’Apostolo aggiunge: “intervenendo la sua morte” (Hebr. IX, 15). Lo conferma san Pietro (1 Pt 3, 9): “A questo siete stati chiamati per ereditare la benedizione”. L’effetto di questa morte è la redenzione dalle trasgressioni del peccato, come viene spiegato ancora nella Prima Lettera di Pietro: “Non a prezzo di cose corruttibili, di oro, o di argento siete stati riscattati dalla vana vostra maniera di vivere trasmessavi dai padri, ma col sangue prezioso di Cristo come di agnello immacolato e incontaminato” (I, 18-19). Ma ci si potrebbe chiedere: nell’Antico Testamento non era forse possibile ottenere questa redenzione dai peccati? La risposta è no, poiché quelle trasgressioni avvenivano “sotto il primo testamento”; è come se dicesse: non potevano essere rimosse in virtù dei sacramenti del primo testamento. D’altronde, nella Lettera ai Romani è scritto: “Abbiamo dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sotto il peccato” (III, 9). Tuttavia, si potrebbe obiettare che Davide e molti altri santi ricevettero la remissione dei peccati. Rispondo: bisogna distinguere.Se intendiamo l’effetto che consiste nell’ingresso in cielo, la risposta è negativa, perché la porta della vita è stata aperta solo dalla morte di Cristo. Nessuno, infatti, è entrato prima della Sua morte, secondo la profezia di Zaccaria: “E tu stesso mediante il sangue del tuo testamento hai fatti uscire i tuoi, che erano prigionieri, dalla fossa, che è senz’acqua” (XI, 11). Se invece intendiamo la purificazione dalla macchia del peccato, essi la ottennero; ma non per la forza dei sacramenti della Legge antica, bensì in virtù della fede in Cristo. In conclusione, il Nuovo Testamento è più eccellente del Vecchio perché è confermato dalla morte di Cristo – mediante la quale vengono rimessi i peccati – e perché realizza pienamente la promessa.
Super Heb., cap. 9 l. 4
- Cfr Lettera agli Ebrei IX, 11-15 ↩︎

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