In accordo con l’Autore – che non è un fedele della FSSPX – pubblichiamo la versione italiana degli articoli apparsi su The Remnant in merito allo stato di necessità. Risulta possibile seguire Gaetano Masciullo anche suYouTube (https://www.youtube.com/@GaetanoMasciullo) e Substack (https://gaetanomasciullo.substack.com/). Inoltre, per comprendere bene e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, invitiamo ad approfondire con: Parole chiare sulla ChiesaGolpe nella ChiesaBuona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggiLa rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuroMagistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristianoL’illusione liberale.


di Gaetano Masciullo

Da una parte, i vescovi cinesi che giurano fedeltà al confucio-maoismo di Xi Jinping. Dall’altra parte, i vescovi tedeschi che giurano fedeltà alla sovranità popolare. Due declinazioni diverse dello stesso problema: in fondo, non è un caso che Francesco e Xi Jinping si percepissero così simili tra loro. A quanto pare, nessuno dei due scismi, latenti ma reali, rappresenta un problema per Leone XIV e la sua Curia. La vera minaccia per l’unità della Chiesa proviene, invece, dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Com’era prevedibile, l’incontro tra don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità, e il cardinale Fernandez non ha avuto il buon esito che si sperava.

Come poteva essere altrimenti? Se un marziano avesse assistito all’incontro, si sarebbe convinto di trovarsi dinanzi a due persone che professano due religioni diverse: da una parte, la religione del Sillabo e della Casti connubii; dall’altra, la religione di Dignitas infinita e Amoris Laetitia.

          Dunque, le consacrazioni episcopali della FSSPX ci saranno il prossimo 1° Luglio, salvo impedimenti di forza maggiore. E ci sarà anche, verosimilmente, la “scomunica” paventata da Fernandez. In una precedente analisi, ho dimostrato con elementi teologici, canonistici e storici il motivo per cui l’eventuale scomunica sarebbe nulla. All’origine di questa argomentazione dimostrativa che ho presentato c’è una condizione necessaria, ovvero la tesi secondo cui la Chiesa starebbe attraversando oggi uno stato di necessità.

Chi dichiara lo stato di necessità?

Sorge una domanda legittima: come si può dimostrare che questo stato di necessità esista davvero oggettivamente? L’avverbio è decisivo, perché non basta la percezione soggettiva. In altre parole, lo stato di necessità — pur essendo visibile a tutti — non dipende dal giudizio dei singoli fedeli, né da quello del clero inferiore, semplicemente perché giudicare è un atto di governo, e governare compete esclusivamente alla Chiesa reggente e docente, ovvero al Papa e ai vescovi in comunione con lui. Non è la percezione soggettiva a creare lo stato di necessità.

          Anche se tutti possono accorgersene, non sono i singoli a “dichiararlo”, specialmente se questi non partecipano in alcun modo alla giurisdizione: siano essi presbiteri, diaconi, religiosi o semplici laici.

Qui sorge il problema, perché lo stato di necessità visibile a tutti – confusione dottrinale, magistero neo-modernista, abusi liturgici, mancanza di sacerdoti, vescovi progressisti, ecc. – è causato dalla stessa gerarchia che dovrebbe riconoscere ufficialmente la sua esistenza.

Questo problema, tuttavia, è facilmente risolto, dal momento che – incredibile ma vero – quella stessa gerarchia riconosce eccome l’esistenza dello stato di necessità odierno e lo ha denunciato più volte, ormai da decenni, persino in documenti magisteriali importanti.

Il giudizio della Chiesa docente sullo stato di necessità

Per comprendere l’oggettività dello stato di necessità attuale, occorre riconoscere che il giudizio della Chiesa docente sullo stato attuale di necessità è articolato in due parti complementari, entrambe necessarie ma non equivalenti.

          La prima parte è costituita dalle numerose dichiarazioni — provenienti da papi, vescovi, sinodi, documenti ufficiali, e quant’altro — che, dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II fino ad oggi, hanno riconosciuto l’esistenza di una crisi profonda, diffusa e sistemica nella vita della Chiesa. In questi testi troviamo denunce della confusione e dell’ignoranza dottrinale, lamenti per la disgregazione liturgica, richiami alla perdita del senso del sacro, preoccupazioni per la scristianizzazione e la crisi delle vocazioni, ammissioni di abusi pastorali e derive teologiche diffuse. Tutto questo, tuttavia, costituisce un riconoscimento esplicito dei sintomi della malattia. Questo livello di giudizio sarebbe forse per se stesso sufficiente, ma rimarrebbe incompleto, perché individua correttamente gli effetti della Crisi, ma non ne identifica le cause profonde.

          La Chiesa docente post‑conciliare, infatti, solo con Benedetto XVI ha iniziato ad attribuire la crisi a errori dottrinali interni ai testi o alle interpretazioni del Concilio stesso, ma questa analisi non è poi mai giunta a maturazione da parte della Chiesa reggente, e dunque non ha fornito una diagnosi definitiva.

          La seconda parte del giudizio proviene dal Magistero infallibile della Chiesa, cioè da quelle definizioni dottrinali solenni e irreformabili che, in quanto assistite dallo Spirito Santo, stabiliscono in modo definitivo ciò che è conforme o contrario alla fede cattolica. Questo Magistero — che nella sua larghissima parte precede il Vaticano II e rimane ovviamente sempre vigente, perché l’infallibilità non scade — fornisce i criteri oggettivi per valutare le proposizioni teologiche e pastorali del magistero autentico successivo.

          Ora, il Magistero infallibile condanna come incompatibili con la fede cattolica alcune idee che, nel post‑Concilio, sono state proposte, diffuse, tollerate come legittime, o addirittura normalizzate e presentate come vere. Tale Magistero è per ogni cattolico la cartina al tornasole, perché stabilisce con precisione quali dottrine non possono essere insegnate, quali errori devono essere evitati, quali princìpi non possono essere modificati. Potremmo dire, per usare una metafora medica (molto importante, in verità, come analogia: il lettore capirà verso la fine di questo studio le ragioni), che il Magistero infallibile non descrive i sintomi, ma indica la causa della malattia in cui versa oggi il Corpo mistico di Cristo. Le due parti, insieme, costituiscono il giudizio completo della Chiesa docente sullo stato di necessità attuale: una parte dichiara che cosa sta accadendo, l’altra spiega perché accade.

          Il riconoscimento della crisi ecclesiale non costituisce una costruzione polemica recente, ma un dato che emerge con continuità dal magistero pontificio degli ultimi decenni. Fin dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, i Pontefici hanno descritto con notevole e crescente chiarezza la situazione di disordine dottrinale, disciplinare, spirituale e persino liturgica che si è venuta a creare e a radicarsi nella vita della Chiesa. Letti in successione cronologica, questi interventi mostrano l’esistenza di un giudizio oggettivo e coerente della Chiesa docente circa l’esistenza di una condizione anomala e critica nella vita ecclesiale.

          Il giudizio esercitato dal governante può assumere due forme. È sanzionatorio quando mira a irrogare una condanna e dispone l’applicazione di una pena o di una sanzione; è invece dichiarativo quando si limita a rendere esplicita, secondo diritto, una situazione già esistente. Lo stato di necessità attuale, per quanto detto, viene valutato sotto entrambi questi profili.

La potestà di governo, tuttavia, non si esaurisce nell’attività giudiziale: essa comprende anche la funzione esecutiva, cioè l’attuazione concreta di ciò che l’autorità competente ha stabilito nel proprio giudizio. L’attuale gerarchia è carente proprio sotto questo aspetto, e tale deficit contribuisce ad amplificare e aggravare lo stato di necessità presente.

Paolo VI: la crisi immediatamente dopo il Concilio

Il primo grande ciclo di pronunciamenti autorevoli proviene dal pontificato di Paolo VI, che ebbe la responsabilità diretta della conclusione del Concilio Vaticano II e della sua prima applicazione. Già pochi anni dopo la chiusura del Concilio, il Papa constatò con sorpresa che la stagione post-conciliare non aveva prodotto la fioritura sperata. Nel discorso ai seminaristi lombardi del 7 dicembre 1968 egli parlò esplicitamente di un processo di autodistruzione interna:

“La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura […] ma poiché il bene proviene da una causa integra e il male da qualunque difetto, si viene a notare maggiormente l’aspetto doloroso. La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte”.

Queste parole costituiscono una delle prime constatazioni ufficiali della crisi post-conciliare. Ancora più celebre è il discorso del 29 giugno 1972, nel quale Paolo VI descrisse la situazione con immagini di straordinaria gravità: “Si ha la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale”.

Il Papa collegava esplicitamente questa situazione alle speranze deluse del periodo post-conciliare: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”. Il quadro delineato includeva la crisi della fede, l’influenza del pensiero secolare, la confusione nelle scuole e nelle università, il disordine dottrinale e pastorale e la perdita di fiducia nell’autorità petrina.

La consapevolezza di questa crisi accompagnò Paolo VI fino alla fine del pontificato. L’ultimo periodo fu segnato da una crescente preoccupazione per la situazione della Chiesa, tanto che, nel 1975, egli incaricò Édouard Gagnon di condurre una delicata indagine sulle infiltrazioni massoniche nella Curia romana. I cronisti dell’epoca parlarono apertamente di un “Papa del dubbio”, tormentato dall’incertezza, oscillante tra riforma e conservazione. Il pontificato si concluse così con una valutazione sostanzialmente concorde: la crisi ecclesiale non era un fenomeno marginale, ma una condizione generale e diffusa, che ormai investiva talmente tanto la fede, la disciplina e la vita interna della Chiesa da gettare il Pontefice in uno stato clinico che qualcuno arrivò a descrivere come depressivo.

Giovanni Paolo II: la crisi come anti-evangelizzazione

Questa osservazione dei sintomi venne ripresa e approfondita dal pontificato di Giovanni Paolo II, che interpretò la situazione in termini di vera e propria “anti-evangelizzazione”. Già il 20 ottobre 1979 egli denunciava:

          “Sono in atto varie forme di anti-evangelizzazione che cercano di contrapporsi radicalmente al messaggio di Cristo: […] in tanti cristiani, un affievolimento del fervore spirituale, un cedimento alla mentalità mondana, un’accettazione progressiva delle errate opinioni del laicismo e dell’immanentismo sociale e politico.”

          Il testo più esplicito resta, tuttavia, il discorso ai missionari del 6 febbraio 1981, nel quale il Papa formulò una valutazione straordinariamente diretta: “Oggi, per un efficace lavoro nel campo della predicazione, bisogna prima di tutto conoscere bene la realtà spirituale e psicologica dei cristiani che vivono nella società moderna. Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi; si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni; si è manomessa anche la Liturgia». Qui, dunque, la crisi non viene più descritta soltanto come inquietudine o incertezza, ma come diffusione di “vere e proprie eresie” e come alterazione liturgica.

          Il riconoscimento magisteriale più solenne dello stato di necessità post-conciliare si trova, molto probabilmente, nell’enciclica Redemptoris Missio del 7 dicembre 1990. Proprio in virtù del suo livello dottrinale, questo testo assume particolare rilievo: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa, che questo Documento vuol contribuire a superare. La missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del Magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo”. E ancora, precisazione molto importante: “Nella storia della Chiesa, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede.”

          Negli anni successivi, Giovanni Paolo II tornò più volte sul tema. Il 5 marzo 1992, egli parlò esplicitamente dei “frutti dell’anti-evangelizzazione”, osservando che essa proveniva “anche dall’interno”. In particolare, in quella circostanza, egli denunciava la pressione di quei vescovi che volevano ammettere ai sacramenti i divorziati risposati e modificare la disciplina canonica al riguardo. “Ci sono questi casi, questi problemi specifici, come per esempio le persone divorziate e risposate. Tutti i vescovi europei che vengono – adesso ci sono i francesi – tutti parlano della stessa cosa, come se fosse un problema di grandissima importanza pastorale. Io penso che la proposta fatta da uno dei confratelli sia molto giusta: si deve studiare questo problema, le possibili soluzioni, la sistemazione di questo problema, non per facilitare i divorzi, ma cercando una più profonda, una più ampia comprensione per l’immaturità dei fidanzati e dei giovani sposi”. All’epoca, era molto forte la pressione in tal senso esercitata dal cardinale Carlo Maria Martini, capo dei vescovi europei, nonché apripista della futura Lobby di San Gallo, nonché – come egli stesso amava definirsi – l’antepapa, cioé il precursore del “papa” che avrebbe finalmente rivoluzionato la Chiesa.

Ancora, il 21 dicembre 1993, Giovanni Paolo II denunciava che “i giovani cattolici sono sensibili alla necessità di coerenza tra fede professata e fede vissuta”, ma che “hanno bisogno di comprendere chiaramente che cosa significhi concretamente essere cattolici”. Per questo motivo, il Papa esortava i vescovi a “dare con nuova fiducia e rinnovato zelo la risposta circa la morale che il Signore ha affidato alla sua Chiesa”, visto anche il “diffuso fraintendimento del ruolo della coscienza, laddove la coscienza e l’esperienza individuale vengono ritenute superiori o vengono contrapposte all’insegnamento della Chiesa.”

L’11 gennaio 1997, ancora, egli descrisse un fenomeno diffuso di disaffezione ecclesiale: vi sono “diverse forme di impoverimento e di indebolimento della Chiesa che rendono ardua la missione episcopale”, vi sono “troppe persone, troppi battezzati” che restano “al di fuori della comunità ecclesiale, per una sorta di rigetto dell’istituzione, a beneficio di un ripiegamento individualista: ognuno si sente arbitro delle proprie regole di vita e, se conserva un sentimento religioso o se la Chiesa resta per lui un lontano punto di riferimento, non vive una fede personale in Gesù Cristo e ne disconosce la dimensione ecclesiale.”

Il 23 aprile 2002, infine, egli interpretò la crisi degli abusi sessuali come sintomo di una crisi morale più profonda: “gli abusi sui giovani sono un grave sintomo di una crisi che colpisce non solo la Chiesa, ma anche la società nel suo insieme. È una crisi della moralità sessuale dalle radici profonde, crisi persino dei rapporti umani, e le sue vittime principali sono la famiglia e i giovani.”

L’insieme di questi interventi, certo non fatti in qualità di dottore privato, mostra come Giovanni Paolo II considerasse la crisi della Chiesa non come un fenomeno transitorio, ma come una situazione strutturale che coinvolge dottrina, morale, liturgia e vita pastorale. Esattamente uno stato di necessità.

Benedetto XVI: l’interpretazione della crisi

Il pontificato di Benedetto XVI rappresenta il tentativo più sistematico di interpretare teologicamente questa crisi. Già da cardinale, il 29 novembre 1984, Joseph Ratzinger pubblicò un’analisi su L’Osservatore Romano,nella quale individuava quattro cause particolari: la perdita della fede in Dio, nella Chiesa, nel dogma e nell’interpretazione magisteriale della Sacra Scrittura. In particolare, Ratzinger segnalava come particolarmente problematica l’alterazione dell’ecclesiologia, cioé del modo di concepire la natura e la struttura della Chiesa. Ciò avrebbe portato all’indebolimento dell’autorità petrina e di quella personale dei vescovi a favore delle Conferenze episcopali.

          Nel libro Rapporto sulla fede (1985), egli spiegava che “chi oggi parla di protestantizzazione della Chiesa cattolica intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa”, e riconosceva che il “pericolo di una tale trasformazione ecclesiale sussiste realmente: non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integralista”.

          Questi interventi di Ratzinger in qualità di dottore privato sono stati confermati nel suo magistero da Sommo Pontefice. Il punto culminante di questa sua analisi resta il discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, che costituisce molto probabilmente, ancora oggi, la più importante interpretazione magisteriale post-conciliare della Crisi in atto. Secondo Papa Benedetto XVI, tale situazione si sarebbe verificata nonostante il Concilio Vaticano II, e non a causa di esso.

          Benedetto XVI riconosceva, anzitutto, la gravità della situazione: “Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile”. La crisi veniva paragonata storicamente alla situazione successiva al Concilio di Nicea: “[San Basilio] la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta”.

          Il Papa individuava poi la causa principale nella contrapposizione tra due interpretazioni del Concilio: “I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto”. Da una parte, “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”; dall’altra parte, “l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”.

L’interpretazione della discontinuità veniva descritta come un modo di concepire il Concilio Vaticano II e i suoi documenti alla stregua di una “Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova”. A tale proposito, per inciso, ancora una volta vorrei segnalare la recente riproposizione della Lex Ecclesiae Fundamentalis, un progetto legislativo di Paolo VI che andava proprio in questa direzione, cioé trattare la struttura giuridica della Chiesa come se fosse quella di una qualsiasi democrazia costituzionale moderna, progetto che finì presto nel dimenticatoio: non è a mio avviso un caso che questo progetto dimenticato sia riemerso proprio oggi, con l’annuncio da parte di Papa Leone XIV di una serie di Concistori straordinari futuri, durante i quali i cardinali discuteranno, tra le altre cose, anche di riforme di tipo ecclesiologico.

Torniamo a Benedetto XVI. Negli anni successivi, egli indicò ulteriori cause della crisi. Il 5 dicembre 2009, egli ricordò come l’adozione acritica di “metodologie marxiste” nella teologia avesse prodotto “ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia” e “grande sofferenza”, mentre sacerdoti e religiosi avevano spesso adottato criteri di giudizio secolari “senza sufficiente riferimento al Vangelo”.

Considerati nel loro insieme, gli interventi di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI costituiscono un riconoscimento oggettivo e continuo dell’esistenza di una crisi ecclesiale profonda. Paolo VI ne descrisse per primo i sintomi immediatamente dopo il Concilio Vaticano II; Giovanni Paolo II indicò con maggiore precisione la tipologia di questi sintomi, ossia dottrinali e pastorali, parlando apertamente di “eresie” e “alterazione liturgica”; Benedetto XVI propose, infine, una prima interpretazione teologica, incentrata sull’esistenza di un’errata ermeneutica del Concilio.

Ne risulta, pertanto, un quadro coerente: la diagnosi di una crisi diffusa, sistemica e profonda non proviene da giudizi privati, ma dalla stessa Chiesa docente lungo più pontificati consecutivi. Questo dato costituisce il fondamento oggettivo per parlare, in senso proprio, di uno stato di necessità ecclesiale, che lungi dal risolversi, va aggravandosi.

Francesco: l’inquietante artificio retorico per normalizzare la crisi

Anche il pontificato di Francesco contiene un esplicito riconoscimento dell’esistenza di una crisi nella vita della Chiesa. Tuttavia, rispetto ai suoi predecessori, questo riconoscimento assume una forma diversa e inquietante: la Crisi non viene più presentata come una condizione patologica preoccupante da superare, ma come una caratteristica ordinaria e permanente della vita ecclesiale, e perciò immutabile, persino positiva. Il testo più significativo in tal senso è il discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2020.

“La crisi è un fenomeno che investe tutti e tutto”, disse. “È presente ovunque e in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione. Si tratta di una tappa obbligata della storia personale e della storia sociale. Si manifesta come un evento straordinario – Non aveva appena detto che la crisi è un fenomeno ordinario? N.d.R. – che causa sempre un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare”.

Così facendo, Francesco respingeva la lettura della situazione ecclesiale in termini di opposizione dottrinale o disciplinare. “Questa riflessione sulla crisi ci mette in guardia dal giudicare frettolosamente la Chiesa in base agli scandali di ieri e di oggi. […] E quante volte anche le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza! Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica. La speranza dà alle nostre analisi ciò che tante volte i nostri sguardi miopi sono incapaci di percepire”.

Il vero elemento di novità dell’analisi proposta da Francesco giunge però allorquando egli invitava a “non confondere la crisi con il conflitto: sono due cose diverse”. Leggere la storia recente della Chiesa “con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti” porterebbe ad una visione che “frammenta, polarizza, perverte e tradisce” la vera natura dell’istituzione ecclesiale. La natura della Chiesa sarebbe – udite, udite – quella di essere “un Corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti”. La crisi viene dunque interpretata come una dimensione costitutiva della vita della Chiesa.

          Se interpretata con le categorie del conflitto, la Chiesa “diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa”.

In questa prospettiva, la crisi ecclesiale non appare più come un’anomalia storica — come invece appariva nei giudizi di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI — ma come una dimensione fisiologica della vita della Chiesa.

Questa interpretazione risulta problematica anzitutto dal punto di vista concettuale. La Chiesa, infatti, ha storicamente sempre vissuto difficoltà, persecuzioni e sfide dottrinali, ma tali situazioni sono state sempre distinte dalle situazioni di crisi, ben circoscritte, come per esempio: la crisi ariana (325-381), la crisi nestoriana (428-451), la lunga crisi monofisita (451-553), la crisi monotelita (610-681), la crisi iconoclasta (726-843), la crisi della pornocrazia romana (880-1046), lo Scisma d’Avignone (1378-1417), la rivoluzione luterana (1517-1563): tutte pagine di storia caratterizzate da confusione dottrinale, morale e disciplinare sistemica e radicata, dove interi episcopati cadono nell’errore, concili vengono manipolati o apertamente contraddetti, pochi vescovi fedeli vengono perseguitati e deposti, la fede del popolo viene scandalizzata, le vocazioni calano drasticamente e l’autorità petrina appare debole, sconfitta e persino contraddittoria. Non si può, tuttavia, affermare che l’intera storia della Chiesa sia segnata da queste caratteristiche.

Affermare, infatti, che la storia della Chiesa sia stata attraversata da un costante stato di crisi, ovvero di necessità, significa affermare che non è possibile avere uno stato di necessità, perché la necessità in realtà è la norma; ma questo è contraddittorio e assurdo.

La distinzione tra difficoltà e crisi è, pertanto, essenziale da chiarire. Le difficoltà appartengono alla condizione storica della Chiesa militante e sono inevitabili, ma non mettono in dubbio l’autorità, la dottrina e la disciplina, anzi spesso le rafforzano. Per esempio, le persecuzioni dei primi secoli furono efferate, ma non misero in dubbio il deposito della fede cristiana. La crisi, invece, indica uno stato di disordine interno nel quale l’equilibrio normale dell’organismo ecclesiale risulta compromesso.

L’analogia medica permette di chiarire questa distinzione. La crisi sta alla Chiesa come la malattia al corpo. Un organismo vivente affronta continuamente stimoli esterni e aggressioni ambientali, ma non per questo si trova sempre in stato patologico. La malattia si verifica quando l’equilibrio interno viene compromesso e quando l’organismo non riesce più a reagire adeguatamente.

Affermare, pertanto, che la Chiesa è “permanentemente in crisi perché è vivente” sarebbe come affermare che un corpo è permanentemente malato perché vivo; ma questo è chiaramente falso.

Inoltre, il discorso di Bergoglio risalente al 2020 introduce una separazione molto problematica tra crisi e conflitto. Se si adotta l’analogia organica tradizionale — quella stessa che deriva dalla dottrina paolina del Corpo mistico — la crisi corrisponde precisamente a una forma di conflitto interno. Come una malattia nasce dal conflitto tra agenti patogeni e sistema immunitario, così una crisi ecclesiale nasce dal contrasto tra verità ed errore, tra fedeltà e infedeltà, tra ortodossia ed eresia. Il conflitto non è, dunque, un elemento accidentale della crisi, ma la sua essenza.

La malattia progredisce quando l’agente patogeno prevale sul sistema immunitario. Allo stesso modo, una crisi ecclesiale diviene sempre più profonda tanto da apparire insormontabile quando l’errore si diffonde più rapidamente della sua correzione. Dissociare la crisi dal conflitto significa quindi privare la crisi stessa della sua intelligibilità.

Si può quindi osservare una differenza significativa rispetto ai pontificati precedenti. Francesco ha cercato di presentare la crisi come una condizione normale della vita ecclesiale e a scoraggiare ogni interpretazione che individui cause dottrinali o conflitti interni determinanti. Ne deriva una conseguenza rilevante: mentre i Pontefici precedenti riconoscevano la crisi per poterla superare, con Bergoglio la crisi viene giustificata, legittimata. In tal modo, il riconoscimento della crisi non conduce più alla sua diagnosi causale, ma alla sua normalizzazione.


Una perplessità legittima?

La questione che ci poniamo, adesso, è la seguente: Papa Leone XIV ritiene che la Chiesa cattolica stia attraversando la più grave crisi mai attraversate nella sua storia, o comunque certamente una delle più gravi? Papa Leone XIV condivide l’analisi inquietante e capziosa del suo predecessore? Il cardinale Fernandez ritiene, a sua volta, che vi sia una crisi? Se sì, quali sarebbero le cause? Se sì, quali sarebbero le soluzioni che essi propongono per uscire dalla crisi?

          Il vescovo Athanasius Schneider, ospite di Urbi et Orbi Communications, ha rivelato di aver esposto al Papa, durante l’udienza privata del 18 dicembre 2025, “le cinque piaghe” della Chiesa odierna: la confusione dottrinale, l’anarchia liturgica, le cattive nomine episcopali, la scarsa formazione dei sacerdoti, l’indebolimento della vita contemplativa. Secondo quanto riferito da Schneider, il Papa ha testimoniato di aver conosciuto diversi giovani che si sono convertiti grazie al Rito tradizionale, esprimendo così “sorpresa per il potere spirituale che questa forma liturgica esercita sulle nuove generazioni”.

          Schneider ha anche esortato il Papa a non permettere che la FSSPX rimanga “totalmente separata dalla Chiesa”, come potrebbe accadere con l’annunciata condanna di scisma (la cui validità è questione a parte). Una simile rottura, ha avvertito, priverebbe la Chiesa di un proprio “braccio” e favorirebbe nella Fraternità una “mentalità da ghetto”, della quale la responsabilità morale ricadrebbe inevitabilmente sulla Santa Sede.

          Tutto ciò non può che indurci a ritenere che la continuità della dottrina e della liturgia tradizionali sia oggi più a rischio che in passato, soprattutto se la Fraternità non mantiene uno statuto canonico “irregolare” che le consenta di preservarle. La stessa gerarchia romana — segnata da orientamenti dottrinali neo-modernisti — contribuisce a tale rischio. In questo senso, lo stato di necessità è oggi persino maggiore rispetto al 1988.

          A conclusione, è interessante riportare alla mente ciò che sant’Agostino scriveva nel De vera religione. “Spesso la divina Provvidenza permette anche che, a causa di alcune rivolte troppo turbolente dei carnali, gli uomini buoni siano espulsi dalla comunità cristiana. Ora essi, se sopporteranno pazientemente l’ingiusto affronto per la pace della Chiesa, senza cercare di dar vita a qualche nuovo scisma o eresia, con ciò insegneranno a tutti con quanta autentica disponibilità e con quanta sincera carità si deve servire Dio. È loro intenzione infatti ritornare, una volta cessata la tempesta; oppure – se ciò non è loro concesso sia per il perdurare della tempesta sia per il timore che, con il loro ritorno, ne sorga una simile o più furiosa – non abbandonano la volontà di aiutare coloro che, con i loro fermenti e disordini, ne provocarono l’allontanamento, difendendo fino alla morte […]. Questo caso sembra raro; gli esempi però non mancano, anzi sono più numerosi di quanto si possa credere. Così la divina Provvidenza si serve di ogni genere di uomini e di esempi per guarire le anime e formare spiritualmente il popolo.” (6.11)