A cura della Redazione di Radio Spada nel quadro di RS – Progetto Ricerca.


L’uscita del libro CONTRO NATURA. Dottrina cattolica, retta ragione, diritto naturale e arte medica contro la sodomia è stata una buona occasione per riaccendere i riflettori su un tema spesso abusato dai difensori dello stile di vita LGBT, ovvero quello dei rapporti tra animali dello stesso sesso. Ripercorriamo alcuni punti fermi per fare un po’ di chiarezza.

Introduzione: La Fallacia del Riduzionismo Biologico

Nel dibattito contemporaneo sulla moralità degli atti sessuali, si ricorre spesso a un argomento di carattere osservativo: poiché in numerose specie animali si riscontrano comportamenti omoerotici o strutture pseudo-genitoriali composte da individui dello stesso sesso, tali atti dovrebbero essere considerati “naturali” anche per l’essere umano.

Tuttavia, tale obiezione poggia su un’idea astratta e confusa di “natura”, operando un’indebita sovrapposizione tra il piano della biologia bruta e quello della morale umana. Come si vedrà, l’argomento non solo è logicamente inconsistente, ma si rivela un vero e proprio “boomerang” filosofico: nel tentativo di nobilitare una pratica, rischia di degradare l’uomo alla stregua del bisonte o del tricheco, ignorando che la ragione è la componente essenziale della natura umana.

1. La Gerarchia: Vegetativa, Sensitiva, Razionale

Per San Tommaso d’Aquino, il concetto di “natura” non è univoco. Esiste una scala ontologica che distingue gli esseri in base alle loro facoltà. L’uomo condivide con gli animali la natura “sensitiva”, ma se ne distacca radicalmente per la natura “razionale”. In ogni uomo si trova una triplice inclinazione naturale. La prima è comune a tutti gli esseri… la seconda è comune a lui e agli altri animali… la terza è propria dell’uomo in quanto essere razionale, come l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società. (v. Summa Theologiae, I-II, q. 94, a. 2)

L’errore dei fautori della “naturalità animale” consiste nel guardare solo alla seconda inclinazione (quella comune ai bruti), obliterando la terza, che è quella che definisce l’uomo in quanto tale. Giudicare l’uomo in base al comportamento del tricheco significa negare la sua dignità di creatura libera.

2. Perché il fatto applicato agli animali è irrilevante per il Dottore Angelico

Un punto cardine della riflessione tomista, spesso ignorato, è che la definizione di sodomia come pratica contra naturam non dipende affatto dalla sua eventuale inesistenza nel mondo animale. Per Tommaso, la morale non è una disciplina descrittiva (cosa fanno gli animali), ma normativa (cosa deve fare l’uomo per raggiungere il suo fine).

Se anche si scoprisse che ogni specie animale pratica la sodomia, per San Tommaso il giudizio morale sull’uomo non cambierebbe di un millimetro. Questo perché l’uomo non deve imitare la natura inferiore, ma governarla con la retta ragione (recta ratio). L’ordine della ragione è l’ordine proprio dell’uomo. Perciò, tutto ciò che rende l’atto umano disordinato rispetto al fine della ragione, è contro la natura dell’uomo in quanto uomo. (v. ST, I-II, q. 71, a. 2, ad 4)

Per gli animali inferiori, atti compiuti per “dilettazione” o per definire gerarchie sociali non sono “peccati”, poiché essi mancano di libero arbitrio. Nell’uomo, invece, l’uso della libertà per scindere l’atto sessuale dal suo fine intrinseco (la procreazione e l’unione ordinata) costituisce una violazione della propria natura specifica. Dunque:

L’atto animale: È dettato da necessità biologiche, gerarchiche o di scarico pulsionale. Non ha valore morale.

L’atto umano: È un atto morale solo se guidato dalla volontà e dalla ragione.

3. L’Argomento “Boomerang” e la deriva del cannibalismo

L’appello puro e semplice alla natura animale è dunque pericoloso: se accettiamo la sodomia perché “presente in natura”, dovremmo per coerenza accettare anche il cannibalismo, l’infanticidio o la rapina, pratiche abituali in molte specie.

San Tommaso chiarisce che la lussuria contro natura è il peccato più grave nel genere della lussuria proprio perché offende l’ordine naturale stabilito da Dio, un ordine che la ragione umana è in grado di leggere e deve rispettare anche alla luce della sua propria dignità. (v. ST, II-II, q. 154, a. 12)

L’uomo non è schiavo dell’istinto. Egli può decidere di violare il proprio fine, ma così facendo non rende l’atto “naturale”; semplicemente esercita la sua libertà in modo autodistruttivo.

4. La Varietà degli Esseri e la Provvidenza

Affermare che la sodomia sia moralmente lecita perché osservabile nei bisonti significa non cogliere che la ragione è parte della natura umana. Mentre l’animale segue una necessità o un’inclinazione biologica priva di valore morale, l’uomo è chiamato a ordinare le sue passioni.

Per comprendere appieno perché l’osservazione di atti disordinati negli animali non possa costituire una norma per l’uomo, occorre risalire alla visione tomista della Divina Provvidenza. Come illustrato magistralmente nella Summa contra Gentiles (Libro III, cap. 71), la perfezione dell’universo richiede che vi sia una varietà di gradi di essere e, conseguentemente, di gradi di bontà.

San Tommaso spiega che la Provvidenza non esclude una certa “imperfezione” dalle cose, ma la ammette per il bene dell’universo nel suo insieme. Se non ci fosse la possibilità del “difetto” nelle creature inferiori, mancherebbe un grado di realtà. (v. ScG, III, 71).

Il difetto dell’animale non è norma per l’uomo

In questa prospettiva, che in nature animali inferiori abbiano luogo atti come quelli “omoerotici” o simulati per fini sociali, rientra in quella “varietà e grado delle cose” che permette la manifestazione di un ordine più generale. Tuttavia, ciò che nell’animale è una semplice “dilettazione sensibile” priva di colpa, nell’uomo diventa peccato, poiché l’uomo possiede la facoltà di ordinare i propri atti alla ragione.

San Tommaso chiarisce che il bene del tutto non coincide con il bene della singola parte se questa devia dal proprio fine specifico.

5. Sintesi: L’uomo al “Confine” tra due mondi

L’uomo si pone come “frontiera” tra il mondo dei bruti e quello degli angeli. Mentre l’animale è “giustificato” nel suo agire puramente istintivo – anche quando questo appare “disordinato” ai nostri occhi – l’uomo che imita l’animale realizza un abbassamento della sua natura, se così possiamo chiamarlo.

Cercare la propria norma morale nel regno animale non è altro che un tentativo di sottrarsi alla responsabilità della propria natura razionale, trasformando un “difetto” del gradino inferiore della creazione in una falsa “libertà” per il gradino superiore.

L’osservazione degli animali non deve dunque risolversi in una sterile imitazione di esseri difettanti di ragione, ma in uno stimolo alla trascendenza. L’uomo, contemplando la varietà e i limiti delle creature irrazionali, è chiamato per contrasto a riconoscere la propria superiorità spriritale: la vista della “bestialità” o del “disordine istintivo” nel fango deve spingerlo a elevare lo sguardo verso ciò che gli è proprio.

Se l’animale è rinchiuso nel cerchio dell’impulso presente, l’uomo è l’unico essere sulla terra capace di volgersi verso l’alto, ordinando i propri atti al Fine Ultimo, ovvero alla visione di Dio. Come ricorda San Tommaso, la bellezza dell’universo sta proprio in questa tensione: il gradino più basso serve da base perché quello superiore possa distaccarsene e aspirare alla perfezione.

Del resto, se Dio – nella Sua imperscrutabile sapienza – ha permesso all’uomo di cadere liberamente nel disordine del peccato, a maggior ragione non deve stupire che Egli permetta nelle nature animali – anche in ere remote e luoghi sottratti all’occhio umano – la manifestazione di questi atti.

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