Traduzione dall’originale tedesco apparso su Katolisches.info
L’annuncio della consacrazione di nuovi vescovi per Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) il 1° luglio di quest’anno, solennità del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, è accompagnato da numerosi commenti, dovuti principalmente al fatto che queste consacrazioni avvengono oggettivamente in modo non regolare dal punto di vista canonico, il che viene valutato in modo molto diverso. Alcuni di questi commenti sono molto utili per orientare i fedeli, altri invece creano solo maggiore confusione, soprattutto perché mancano della necessaria distinzione e differenziazione, sia dal punto di vista oggettivo che terminologico. Pertanto, questo momento storico richiede di precisare alcune cose fondamentali e di ricordare le necessarie, e in parte difficili, distinzioni: bene docet, qui bene distinguit.
La situazione generale
Per una valutazione corretta ed equa di questi annunciati riti di consacrazione, occorre innanzitutto considerare la situazione esterna della Chiesa. È oggettivamente dimostrabile che i documenti dottrinali ufficiali della Chiesa, a partire dal Concilio Vaticano II, si allontanano sempre più spesso e sempre più dalla dottrina cattolica tradizionale e vincolante della Chiesa. Nella maggior parte dei casi non rappresentano un approfondimento, ma prendono una direzione completamente nuova e diversa. Si allontanano dalle posizioni cattoliche e si avvicinano sempre più al protestantesimo. In parte ciò avviene in modo molto aperto attraverso testi inequivocabili, in parte in modo sottile attraverso testi ambigui che consentono un ampio margine di interpretazione. La Chiesa è stata e continua ad essere protestantizzata a passo rapido, la sua identità cattolica sta per dissolversi in un indifferentismo religioso.
Sembra essere diventata una strategia quella di trovare formulazioni ambigue che, dal punto di vista puramente semantico, possono essere interpretate in modo corretto, ma non necessariamente. In una seconda fase, queste vengono gradualmente reinterpretate in un modo nuovo, non più cattolico: si lascia che la comprensione si “evolva” lentamente in modo da evitare l’apparenza esteriore di una rottura brusca e quindi di un allontanamento dalla dottrina cattolica. Tuttavia, questo non è altro che un occultamento dei fatti e della reale intenzione di questi testi.
È sufficiente un semplice confronto tra ciò che le autorità ecclesiastiche hanno dichiarato su vari argomenti, ad esempio nel 1950, 1970, 1990 e 2020. Ai documenti scritti si aggiungono gli innumerevoli esempi tratti dalla vita quotidiana e pratica della Chiesa: ciò che solo pochi decenni fa, anche dopo l’ultimo Concilio, era osato al massimo da alcuni ribelli ecclesiastici particolarmente audaci e per lo più malvisto, è ormai diventato la normalità anche per le più alte gerarchie ecclesiastiche.
È possibile estrapolare uno schema che si ripete da decenni, dimostratosi efficace (in senso negativo): inizialmente qualcosa è proibito. Questo divieto viene poi violato in casi isolati; criticato, ma non sanzionato. Successivamente, viene tollerato apertamente e si diffonde; poco dopo viene presentato come un’opzione di principio; poi ufficialmente consentito, anche se per il momento le critiche sono ancora tollerate; fino a quando non viene infine elevato a norma generale e vincolante e non vengono più tollerate critiche.
Ciò che un tempo era proibito diventa un dovere e ciò che un tempo era obbligatorio diventa proibito: l’ordine è invertito, la dottrina e la pratica sono capovolte nel loro contrario. Chi continua ad attenersi all’ordine e alla dottrina originari viene sanzionato e emarginato, direttamente o indirettamente. Si dice che sia “disobbediente” e che “non si attenga all’ordine e alla dottrina della Chiesa”, ma si tace sul fatto che questo nuovo ordine è nato proprio dalla “disobbedienza” e dalla rottura con il cattolicesimo.
Il cattolicesimo deve scomparire
Va sottolineato che l’attuale leadership ecclesiastica a tutti i livelli non considera affatto questo sviluppo come qualcosa di deplorevole, che è sfuggito di mano e che si vorrebbe invertire: è piuttosto un risultato consapevole, volutamente perseguito delle azioni di governo della Chiesa, sia attraverso decreti e testi, sia attraverso azioni concrete di carattere anche simbolico, per ottenere così un effetto il più possibile ampio, sia attraverso nomine mirate di persone in posizioni chiave.
In definitiva, il cattolicesimo dovrebbe scomparire per sempre, e lo si dice anche sempre più apertamente, anche se la liturgia è solo una parte, particolarmente visibile: in definitiva, si tratta della dottrina della Chiesa cattolica nel suo complesso. La dottrina cattolica non viene più proclamata, ma taciuta: è considerata superata e non più valida oggi, anche senza essere ufficialmente “abolita”, semplicemente non se ne parla più, come un passato ormai superato, e viene sostituita da nuove formule che, per così dire, si sovrappongono alla dottrina cattolica e la nascondono.
Da ormai sessant’anni siamo in un processo che mira a mantenere l’etichetta “cattolico”, ma cambiandone completamente il contenuto. Se si svuota un barattolo di marmellata e lo si riempie di miele, il nuovo contenuto non diventa marmellata solo perché l’etichetta dei tempi passati è rimasta la stessa!
Senza vescovi propri, la Fraternità San Pio X è destinata all’estinzione
Questo è esattamente il problema che la leadership della Chiesa ha con la FSSPX: per restare in tema, non ha permesso che le rubassero la marmellata dal barattolo e la sostituissero con il miele, mantenendo il contenitore e l’etichetta. Ha semplicemente continuato a fare e a predicare ciò che la Chiesa ha fatto e predicato per secoli. Ma ciò che fino al giorno prima era obbligatorio, da un giorno all’altro è diventato improvvisamente una sorta di grave reato ecclesiastico. Poiché la predicazione della fede è cambiata in punti centrali, e ciò che era valido in precedenza improvvisamente non è più ammesso ed è considerato una posizione non più valida, è logico che non ci sia più nessuno che la rappresenti pubblicamente all’esterno. Non solo le autorità ecclesiastiche non hanno alcun interesse a che la dottrina e la liturgia tradizionali continuino ad esistere: è loro interesse che queste scompaiano definitivamente e che la nuova dottrina sia pienamente accettata da tutti. Secondo loro, la tradizione deve estinguersi ed essere finalmente consegnata alla storia, deve scomparire.
Per trasmettere il patrimonio tradizionale della fede cattolica, e ancor più per amministrare i sacramenti secondo la tradizione della Chiesa, sono necessari sacerdoti che celebrino il santo sacrificio della Messa, battezzino i neonati, assistano i morenti e riportino i peccatori alla grazia di Dio. Ma senza vescovi non ci sono più nuovi sacerdoti, e senza sacerdoti la pratica tradizionale della fede cattolica muore. Ed è proprio questo l’obiettivo: il cattolicesimo tradizionale deve scomparire, è considerato un peso imbarazzante di un passato di cui ci si vergogna, che deve quindi essere finalmente e definitivamente superato.
In tali circostanze, è del tutto comprensibile che la Fraternità San Pio X non lasci il destino del cattolicesimo tradizionale nelle mani di coloro che sono dichiarati oppositori della dottrina e della pratica cattolica “preconciliare”. Il destino che ha colpito molti gruppi e comunità (neo)conservatori e tradizionali negli ultimi anni è tutt’altro che incoraggiante: è piuttosto un segnale d’allarme che invita alla cautela e fa comprendere la necessità di avere vescovi propri.
Non si deve commettere l’errore di pensare che le prossime consacrazioni episcopali riguardino esclusivamente o principalmente la sopravvivenza di una confraternita sacerdotale. In realtà si tratta della sopravvivenza di ciò che essa rappresenta e di cui è diventata strumento. Data la situazione generale, è attualmente indispensabile essere temporaneamente indipendenti per quanto riguarda il potere di consacrazione episcopale, anche se in realtà non dovrebbe trattarsi di una sorta di “monopolio”, poiché ciò comporterebbe rischi troppo grandi.
Scisma e disobbedienza
Da un lato è molto sconcertante, ma dall’altro, vista la situazione postconciliare della formazione nelle facoltà teologiche e nei seminari, non sorprende che alcuni sappiano distinguere con scarsa precisione tra scisma e disobbedienza.
In linea generale, per poter parlare di scisma, il potere giurisdizionale ecclesiastico, in particolare quello papale, deve essere rifiutato in modo permanente e di per sé come illegittimo, e ciò in modo strutturale. Lo scismatico dice: “Non importa cosa proibisca o comandi l’autorità ecclesiastica: noi non obbediamo per principio, perché non riconosciamo tale autorità come tale”. Lo scismatico non si considera in comunione con il Papa e la Chiesa cattolica e i suoi membri.
A ciò si contrappone la disobbedienza. In questo caso viene riconosciuta l’autorità generale della gerarchia ecclesiastica, in particolare del Papa, ma uno o più comandi o divieti non vengono eseguiti. Non perché il Papa non abbia un’autorità legittima, ma nonostante l’abbia, una o più istruzioni concrete possono essere riconosciute come dannose, irragionevoli o addirittura peccaminose. Il disobbediente dice: “Sebbene l’autorità sia in linea di principio incontestabile, a causa di un bene superiore o di un’autorità da valutare come superiore, non posso seguire singole istruzioni”.
Questo è chiaramente il caso della Fraternità San Pio X: sia con le parole che con i fatti, sin dalla sua fondazione ha sempre chiarito che riconosce l’autorità papale e, ove possibile, la segue, ma non può attuare tutto ciò che questa autorità riconosciuta le chiede o si aspetta da lei. Non per ragioni strutturali e di principio, ma per ragioni attuali, poiché le stesse autorità ecclesiastiche non adempiono in tutto ai loro doveri, loro affidati dal Salvatore e dalla Chiesa. Per questo motivo deve intervenire in modo sostitutivo: non attribuendosi un’autorità propria, creando per così dire una gerarchia parallela, ma non seguendo quelle istruzioni e quei divieti che recano danno alle anime e sono contrari alla fede cattolica.
Laddove la massima autorità ecclesiastica non adempie ai propri doveri in materia di proclamazione della fede e di vita sacramentale della Chiesa, la FSSPX interviene in sostituzione per garantire alle anime, nei limiti del possibile, i loro diritti. A causa delle circostanze ecclesiastiche, ciò è attualmente possibile solo al di là di un mandato papale o episcopale. L’unica alternativa sarebbe infatti quella di obbedire a ordini o divieti ingiusti, contribuendo così, come tutti gli altri, a modificare la fede e la pratica sacramentale e a privare i cattolici del loro diritto alla piena integrità della fede nella liturgia e nella predicazione dottrinale.
Pertanto è importante, al di là della simpatia o dell’antipatia per la FSSPX, distinguere onestamente e giustamente tra scisma e disobbedienza, e non lasciarsi guidare da ideologie, ma dalla fede e dalla ragione.
Disobbedienza formale e materiale
Per quanto riguarda l’obbedienza, occorre ancora una volta distinguere con maggiore precisione. L’obbedienza è sempre relativa, cioè per sua natura e sostanza si riferisce sempre a qualcosa o a qualcuno. L’obbedienza non può mai esistere di per sé, poiché implica la sottomissione della propria volontà alla volontà di un altro. L’obbedienza, la oboedientia, dal punto di vista della teologia formale è da attribuire alle virtù morali (virtutes morales), che a loro volta appartengono alla iustitia, alla giustizia: questa deriva in ultima analisi dal Dio giusto e mira alla realizzazione nel mondo (e nella Chiesa) di un ordine altrettanto giusto. L’essenza dell’obbedienza consiste nel realizzare la santa volontà di Dio anche nel mondo. Dio è quindi all’origine e al vertice dell’obbedienza, che deve quindi rimanere sempre riferita a Lui.
Pertanto, quando si parla di obbedienza, è sempre necessario chiedersi a quale volontà essa si riferisce e quale rango ha colui al quale ci si riferisce con obbedienza. E qui possono sorgere dei conflitti. Prima di approfondire questo aspetto, dobbiamo però introdurre un’ulteriore differenziazione, ovvero la distinzione tra obbedienza materiale e formale. L’obbedienza materiale è l’aspetto esteriore dell’agire obbediente: l’attuazione concreta della volontà di un altro. Si riferisce a ciò che viene compiuto di fatto. L’obbedienza formale, invece, è la motivazione interiore dell’agire obbediente. Si riferisce al motivo per cui qualcosa viene fatto. La volontà si collega qui alla comprensione delle cose.
Una questione di ponderazione
Premesso ciò, si può immaginare l’obbedienza come una lunga catena di comandi, il cui primo e decisivo anello è il Signore Dio.
Se il secondo anello disobbedisce al primo, ordinando al terzo qualcosa che contraddice direttamente o indirettamente la volontà del primo, il terzo anello si trova inevitabilmente in una situazione di conflitto. Perché l’obbedienza, come abbiamo detto all’inizio, è relativa, cioè deve sempre riferirsi a qualcosa o a qualcuno, in una situazione di conflitto di questo tipo, il terzo anello deve inevitabilmente prendere una decisione, avendo in linea di principio tre possibilità.
- O è materialmente obbediente al secondo anello e quindi automaticamente materialmente disobbediente al primo anello, proprio come lo è già il secondo anello.
- Oppure è materialmente obbediente al primo anello, ma quindi materialmente disobbediente al secondo anello, dove questa necessaria disobbedienza materiale nei confronti del secondo anello equivale a una “riparazione” della disobbedienza del secondo anello.
- Come terza possibilità, il terzo anello potrebbe essere disobbediente in egual misura a entrambi gli anelli precedenti, sviluppando una propria variante di azione che non corrisponde alla volontà di nessun altro. In questo caso si tratterebbe di una disobbedienza assoluta.
Ora, abbiamo già stabilito che l’obbedienza materiale ed esteriore si basa sull’obbedienza formale e interiore. La domanda sottesa è quindi: Quale autorità accetto come motivo interiore della mia azione obbediente, cioè a quale volontà sottometto la mia volontà e l’azione che ne deriva?
Se accettiamo che non esiste una verità più grande, un’autorità superiore e un essere migliore di Dio, è chiaro che l’obbedienza formale deve sempre e solo riferirsi a Lui, anche in caso di conflitto. Ne consegue logicamente che la seconda variante di azione si rivela l’unica corretta. La disobbedienza materiale, che si riferisce al secondo anello, in quanto si riferisce l’obbedienza materiale, seguendo l’obbedienza formale, al primo anello, si rivela quindi come l’obbedienza vera e propria. Questo ci porta a comprendere che, in situazioni di conflitto di obbedienza, si tratta in ultima analisi di una questione di ponderazione. Ed è proprio in una situazione del genere che si trova ora la Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Come ulteriore conclusione, riteniamo che la FSSPX, quando procederà alle sacre cerimonie di ordinazione, sarà materialmente disobbediente (ma non scismatica!) nei confronti della Santa Sede, ma che questa disobbedienza si rivelerà come vera obbedienza, poiché essa è formalmente e materialmente obbediente a Dio.
Riassumendo, a questo punto si può affermare che la Fraternità San Pio X non è affatto scismatica e che, a un esame più attento, la sua disobbedienza materiale nei confronti della Santa Sede si rivela in ultima analisi come obbedienza al mandato di Dio alla sua Chiesa.
Le consacrazioni episcopali sono un comandamento divino?
A questo punto si potrebbe obiettare, con una certa ragione, dove Dio ha detto che la Fraternità San Pio X deve consacrare vescovi di propria iniziativa?
Ebbene, abbiamo accennato all’inizio alla risposta a questa domanda, quando abbiamo ricordato a grandi linee la situazione della Chiesa. Il Salvatore ha dato alla Chiesa nel suo insieme diversi compiti, in particolare per quanto riguarda la somministrazione dei sacramenti e la diffusione della dottrina completa e integrale di tutto ciò che ha insegnato. Questo incarico è svolto in modo particolare dagli apostoli e dai loro successori, dotati dell’autorità conferita loro dal sacramento dell’ordinazione, che li rende partecipi dell’unico sommo sacerdozio di Gesù Cristo.
A parte il fatto che la nomina dei vescovi da parte del Pontefice Romano si è gradualmente cristallizzata solo dopo diversi secoli, va detto che la legittimità morale, anzi addirittura il dovere, deriva dal fatto che i compiti fondamentali che il Salvatore ha affidato alla sua Chiesa vengono oggettivamente minati e ostacolati dal momento in cui le autorità ecclesiastiche decisive si sono autoliberate da essi e guidano sistematicamente la Chiesa nel suo complesso, attraverso dichiarazioni e decisioni, in una direzione completamente diversa da quella tracciata dal Salvatore. Ciò vale non solo per la proclamazione della fede, ma anche per quanto riguarda la traduzione del patrimonio della fede in atti liturgici. Non si tratta solo di liturgia, ma anche del patrimonio della fede; entrambi sono indissolubilmente intrecciati.
Laddove l’integrità della dottrina e della liturgia non è più garantita da coloro che dovrebbero esserne i garanti, è inevitabile che intervenga chi è in grado di farlo, anche se non dovrebbe, secondo il regolamento ecclesiastico. Anche in questo caso si tratta di una questione di giusto equilibrio: gli ordinamenti giuridici ecclesiastici non possono essere considerati superiori ai compiti fondamentali dati da Dio.
Per adempierli, sono necessari vescovi che si sentano vincolati a essi e che a loro volta siano in grado di dare alla Chiesa sacerdoti analoghi. Se l’unica alternativa è l’estinzione di ciò che la Chiesa ha fedelmente amministrato e trasmesso per duemila anni, e come viene detto e attuato con crescente chiarezza, allora l’intervento di coloro che non possono, ma sono in grado di farlo, anche se ciò viola il diritto ecclesiastico (e non quello divino!), è un dovere ineludibile.
Perché non si può permettere che si muoia per obbedienza.
*Don Michael Gurtner è un sacerdote diocesano originario austriaco che, durante il periodo del divieto pubblico di celebrare la Messa (a causa del Coronavirus), si è opposto a tale divieto e si è distinto per il grande merito di aver garantito ai fedeli l’accesso ai sacramenti. Proviene dall’arcidiocesi di Salisburgo, ed è stato ordinato dal vescovo Huonder ed è incardinato a Coira. Ha lavorato per un anno nella chiesa dei Minoriti di Vienna per la comunità italiana prima dell’arrivo della FSSPX, proprio ai tempi del covid. Era molto vicino al fu arcivescovo di Salisburgo Georg Eder, molto conservatore. È autore della rubrica “Zur Lage der Kirche” (La situazione della Chiesa) e di altri contributi.
