Il 25 marzo il Martirologio Romano recita : “A Gerusalemme la commemorazione del santo Ladrone, il quale, avendo in croce confessato Cristo, meritò di udire da lui: «Oggi sarai meco in paradiso»”. Tuttavia a motivo della coincidenza con la solennità dell’Annunziazione della Vergine Santissima ed Incarnazione del Verbo, la sua festa è celebrata generalmente il giorno successivo.

di Sant’Ambrogio

Poiché oggi la lettura del Vangelo ha fatto menzione del ladrone, vediamo chi sia costui che, mentre il Signore era posto sulla croce, ottiene non solo il perdono dei propri peccati, ma viene persino omaggiato della bellezza del paradiso; affinché colui che per i suoi crimini era stato condannato alla pena, per la sua fede fosse trasferito alla gloria, e la croce che patì non fosse per lui tanto una condanna al supplizio, quanto un’occasione di salvezza. Posto infatti sulla croce, egli credette in Cristo nostro Signore crocifisso. E perciò, colui che condivide la sofferenza della passione, viene gratificato con la condivisione del paradiso. Beato infatti il ladrone che, mentre subisce il supplizio, ottiene il regno celeste. Ecco: egli è dichiarato colpevole, come se quel momento avesse atteso la sua condanna. Non sarebbe infatti giunto alla gloria, se non fosse stato consegnato alla pena. Vediamo, dico, perché il colpevole di così grandi crimini riceva dal Salvatore la promessa del paradiso così in fretta, mentre altri, con lacrime di lungo tempo e frequenti digiuni, ottengono a stento il perdono dei propri delitti. È una cosa grande, fratelli. E il primo punto è che questo ladrone, per la devozione della sua fede, mutò così all’improvviso da disprezzare la pena presente per implorare il perdono di quella futura; egli ritenne che fosse per lui più utile implorare riguardo al giudizio eterno che chiedere riguardo al supplizio temporale. Ricordando infatti i suoi crimini e portandone il pieno peso, inizia a dolersi più per ciò che spera di ottenere che a sentire ciò che patisce. Se non avesse riflettuto maggiormente sulle realtà future, colui che una volta per tutte aveva creduto in Cristo avrebbe potuto pregare di più per essere liberato dal supplizio presente. Inoltre, per la sua grazia, è di merito ancora maggiore il fatto che egli abbia creduto in Cristo mentre era posto sulla croce; e la passione, che per altri fu motivo di scandalo, per lui giovò alla fede. La passione della croce fu infatti uno scandalo per molti, come dice l’Apostolo: «Noi invece predichiamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani». Giustamente, dunque, merita il paradiso colui che non ritenne la croce di Cristo uno scandalo, ma una potenza. Dice infatti lo stesso Apostolo: «Ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio». Giustamente e chiaramente il Signore concede a costui il paradiso, poiché colui che Giuda Iscariota aveva tradito nel giardino del Getsemani, costui lo confessa sul patibolo della croce. Cosa mirabile: il ladrone confessa colui che il discepolo ha rinnegato! Cosa mirabile, dico: il ladrone onora colui che soffre, mentre Giuda tradì colui che lo baciava. Da quest’ultimo [Giuda] vengono vendute le lusinghe della pace, dal primo [il ladrone] vengono predicate le ferite della croce. Egli dice infatti: «Ricordati di me, Signore, quando entrerai nel tuo regno». Questa è la piena devozione della fede: che mentre si vede il sangue scorrere dalle ferite del Signore, proprio allora si invochi il perdono dalla sua potenza; mentre se ne vede l’umiltà, proprio allora se ne tema maggiormente la divinità; mentre lo si ritiene destinato alla morte, proprio allora gli si offra l’onore dovuto a un re. Questo fedele ladrone, infatti, non credette che sarebbe morto colui che annuncia regnerà; non pensa che debba essere sottomesso agli inferi colui che confessa dominerà nel cielo; non ritiene che sia trattenuto nel tartaro colui dal quale chiede persino di essere liberato. Sebbene scerna le sue ferite aperte, sebbene osservi il suo stesso sangue scorrere, crede tuttavia Dio colui che non riconosce come colpevole; lo dichiara giusto, colui del quale non ricorda peccato alcuno.

Officia propria Clericis Regularibus Infirmorum Ministris. Pars verna, Tornaci, MDCCCXCVIII, pp. 9-15.


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