La peculiarità della Cappella Papale della Quarta Domenica di Quaresima era la benedizione della rosa d’oro. Innocenzo III ci spiega i significati mistici di questo oggetto sacro nel sermone che di seguito riportiamo.


Rallegrati, Gerusalemme, e adunatevi voi tutti che l’amate; gioite con letizia voi che foste nella tristezza, affinché esultiate e siate saziati dalle mammelle della vostra consolazione (Isaia LXVI).

Fratelli e figlioli, l’odierna solennità si celebra secondo l’antica consuetudine della Sede Apostolica, della quale, se ben ricordate, nell’anno trascorso esponemmo la duplice ragione. Poiché tuttavia taluni tra noi bramano di giungere con l’intelletto a ciò che percepiscono con lo sguardo, intendiamo ripetere alcune cose, curando di aggiungerne altre. V’è invero una doppia ragione per cui in questo giorno il Romano Pontefice, in questo luogo [la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, ndR], presenta il fiore d’oro ai popoli fedeli: l’una secondo la lettera, l’altra secondo lo spirito. In ciò dobbiamo considerare principalmente sei elementi: la persona e la causa, la materia e la forma, il tempo e il luogo.

Sapete bene, carissimi, che il corpo corruttibile non può sussistere tra continue ansietà, se non interceda talora il rimedio del ristoro. Per la qual cosa è detto: Interponi talvolta la gioia alle tue cure; poiché ciò che manca di alterno riposo, non è durevole. Onde la Verità nel Vangelo dice: «Ho compassione della folla, perché ecco, già da tre giorni mi seguono e non hanno di che mangiare; se li rimanderò digiuni, verranno meno per via» (Marco VIII). Affinché dunque il popolo fedele, per l’asprezza dell’astinenza quadragesimale, non venisse meno sotto il continuo travaglio, in questa domenica mediana si interpone un conforto di ricreazione, affinché l’ansia, temperata, sia più lievemente sopportata. L’odierno ufficio è tutto ricolmo di letizia, tutto pervaso di esultanza, tutto colmo di gioia. «Rallegrati», dice, «Gerusalemme, e adunatevi voi tutti che l’amate; gioite con letizia voi che foste nella tristezza». In ogni clausola di queste parole esuberano la giocondità e il gaudio, e l’ilarità vi è impressa. Questo giorno rappresenta infatti la carità dopo l’odio, la gioia dopo la tristezza, la sazietà dopo la fame. Si dice «Rallegrati Gerusalemme e adunatevi voi tutti che l’amate» per dire la carità; «gioite con letizia voi che foste nella tristezza» per dire il gaudio; «affinché siate saziati dalle mammelle della vostra consolazione» per dire la sazietà.

Queste tre virtù sono parimenti designate nelle tre proprietà di questo fiore che visibilmente vi presentiamo: la carità nel colore, la giocondità nell’odore, la sazietà nel sapore. La rosa, infatti, sopra ogni altro fiore, diletta per il colore, ristora per l’odore, conforta per il sapore: diletta la vista, ristora l’olfatto, conforta il gusto. Poiché invero lo spirito vivifica e la carne a nulla giova (Giovanni III), dai sensi carnali trascorriamo alle realtà spirituali. Codesto fiore simboleggia quel Fiore che di sé medesimo dice nel Cantico: «Io sono il fiore del campo e il giglio delle valli» (Cantico I), e del quale dice il profeta: «Un ramoscello uscirà dalla radice di Iesse e un fiore germoglierà dalle sue radici» (Isaia XI). Egli è veracemente il Fiore dei fiori, poiché è il Santo dei santi; Egli, più di ogni altro fiore – ossia più di ogni altro santo – diletta la vista per il Suo splendore. Egli è Colui che ristora l’olfatto con il Suo profumo, poiché «le tue mammelle sono migliori del vino e fragranti di unguenti ottimi»; Colui che le giovinette amarono, poiché «corrono all’odore dei tuoi unguenti» (Cantico I). Egli è Colui che conforta il gusto con il Suo sapore, poiché il pane che Egli dà è la Sua carne per la vita del mondo (Giovanni VI), possedendo in sé ogni delizia e la soavità di ogni sapore (Sapienza XVI). Egli è infatti Colui che, secondo quanto avete udito nel Vangelo, saziò cinquemila uomini con cinque pani e due pesci (Giovanni VI).

Triplice è la materia in questo fiore: l’oro, il muschio e il balsamo. Per tramite del balsamo, il muschio si congiunge all’oro. Così, triplice è la sostanza in Cristo: la Deità, il corpo e l’anima. Ma per il tramite dell’anima, il corpo si congiunge alla Deità; poiché la natura divina è di tanta sottilità che non si sarebbe confacentemente unita a un corpo formato di fango, se non mediante l’anima razionale. Il portatore di questo fiore è il Vicario del Salvatore, ovvero il Romano Pontefice, successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo. Gesù disse infatti a Pietro: «Tu seguimi» (Giovanni XII); il che deve intendersi non solo riguardo al genere del martirio, ma anche all’ordine del magistero. «Tu sarai chiamato Cefa», Egli disse (Giovanni I), che si interpreta come “capo”. Certamente capo dal Capo, così come Pietro dalla Pietra. E «il capo della donna è l’uomo, dell’uomo dell’uomo è Cristo, di Cristo è Dio» (Efesini V). Come infatti nel capo abbonda la pienezza dei sensi, mentre nelle altre membra vi è solo una parte di tale pienezza (così come gli altri sono chiamati a parte della sollecitudine), il solo Pietro è stato assunto alla pienezza della potestà, affinché si mostri essere vicario di Colui che dice di sé nel Vangelo: «Ogni potestà mi è stata data in cielo e in terra» (Matteo XXVIII). Onde Gesù disse spiritualmente a Pietro: «Qualunque cosa legherai sulla terra sarà legata nei cieli, e qualunque cosa scioglierai sulla terra sarà sciolta nei cieli» (Matteo XVI).

Il Romano Pontefice presenta questo fiore non in ogni tempo, ma in questa sola Domenica, la quale è la settima da quella che è chiamata Settuagesima. Poiché Cristo non in un’ora qualunque, ma solo nella settima età è veduto da coloro che sono consolati dalla beata quiete. Nella sesta età, infatti, Cristo è scorto per mezzo della fede; nella settima, invece, Egli è veduto «bello di forma più dei figli degli uomini» (Salmo XLIX), come Colui nel quale «gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (I Pietro I). Non già per visione diretta, poiché disse l’uomo: «Non mi vedrà l’uomo e vivrà» (Esodo XXXIII). Poiché «Dio nessuno l’ha mai visto» (I Giovanni IV), s’intende in questa vita mortale; giacché Egli si vede nella vita beata, non più «per mezzo di uno specchio, in enigma, ma faccia a faccia, così com’Egli è» (I Corinzi XIII). Per la qual cosa disse agli apostoli: «Manifesterò loro me medesimo» (Giovanni XIV).

Ma vi sono giorni nei quali è lecito all’uomo operare; nel settimo giorno invece Dio si riposò da ogni opera che aveva compiuta (Genesi II). E per tale ragione il numero settenario significa la quiete; onde il settimo giorno, la settima settimana, il settimo mese e il settimo anno sono celebrati come festivi nella Legge, e massimamente il Giubileo che segue al compimento del settenario. È dunque retto e conveniente che questo fiore sia mostrato ai popoli fedeli soltanto nella settima domenica, poiché Cristo è veduto dalle anime sante solo nella settima età. Pertanto, questo fiore non in un luogo qualunque, ma rettamente in questa Basilica dev’essere offerto allo sguardo: in quella che è chiamata Santa Croce in Gerusalemme. Essa infatti possiede il tipo della Gerusalemme superna e ne rappresenta l’immagine, della quale dice l’Apostolo nell’Epistola che avete udito: «Quella Gerusalemme che è lassù è libera, ed essa è la madre nostra» (Galati IV). In essa, gli angeli santi e le anime beate contemplano il Cristo.

Migne, PL, CCXVII, cc. 393c-396a


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