di Piergiorgio Seveso
La fine di un festival di Sanremo, in tono abbastanza minore, nelle terre italofone ha coinciso con lo scoppio di una nuova guerra (o “guerrone”) nel Vicino Oriente, guerra attraverso la quale il sionismo imperiale, tramite il docile Cerbero trumpiano, vuole definitivamente chiudere la partita, normalizzando l’intera area dopo settant’anni abbondanti di conflitti endemici. Mai immagine fu più plasticamente evidente della fragilità delle certezze monotone e routinarie del nostro piccolo mondo provinciale e cartonato, come certi negozi di telefonia mobile nelle nostre grandi e miserabili città.
Il buon Sal da Vinci ha trionfato con sicuro mestiere e con una (bella) canzone neo-melodica partenopea che inneggiava all’amore monogamico, coniugato e benedetto da Dio e la cosa ha commosso non poco alcuni ambienti “cattolico conservatori”.
Non vorrei interrompere il loro belante idillio: vigendo la tragica, pendolare e omicida “dittatura dei sentimenti” non è escluso che l’anno a venire, per contrappasso, vinca una canzone che inneggi alle nuove “nozze” tra Nerone e Spiro, al “power of love” soggettivista che devasta e sfigura le nostre città.
Questa “libertà”, sancita anche dalla “Sacra carta costituzionale”, prodotta da demono-cristiani e loro alleati-avversari, è radioattiva: la respiriamo OGNI GIORNO senza accorgercene, ci attraversa la pelle e il cuore mentre passiamo tra le macerie fumanti delle città degli uomini, in mezzo a cadaveri vaganti e sicari del nuovo disordine.
Appena rientrati e asserragliati tra le nostre (per ora) protette quattro mura, sentiamo il bisogno quasi di scrollarci di dosso le polveri contaminanti di tanta bruttura, i segni della dittatura nichilistica nella quale siamo costretti a vivere e ancora più fortemente percepiamo l’importanza del cattolicesimo romano, integralmente creduto, vissuto e praticato, unico vero antidoto (assai più di qualsiasi ioduro di potassio) all’effetto di queste “radiazioni”, ben più dannose in un certo senso di quelle di Chernobyl.
Spesso, e lo diciamo senza drammatizzare ma al contempo senza banalizzare, nel “nostro mondo” non è affatto percepito il rischio di una progressiva acquiescenza verso le varie forme di naturalismo, di democratismo inorganico e liberalismo pratico, di dirittismo per tutti, di (mi si passi l’espressione) benpensantismo “borghese piccolo piccolo” del “vivi e lascia vivere”.
Questo genere di contaminazioni e di incroci ideologici (da studiare ancor di più di quelli innocui dell’abate Mendel) generano una serie di mostri, di chimere, di “freaks” tradizionalisti tali da poterne riempire dei cataloghi di “mirabilia”.
Allora ci tornano in mente le parole di una vecchia Strobosfera che ci sembrano sempre più drammaticamente attuali.
In realtà la Restaurazione, come ci affatichiamo da anni di dire su Radio Spada, è ben altra cosa: non ci riferiamo certamente al Congresso di Vienna che pur potente e ingegnoso, aveva già in sé i germi dei futuri sommovimenti, la politica dell’amalgama, i romanticismi nazionalistici forieri di nuove rivoluzioni.
Restaurazione non è nemmeno “star sopra un albero”, parafrasando Giorgio Gaber, non è certamente costruire una cappellina laterale dove si celebri la messa di San Pio V nella gran cattedrale neomodernista dove si balla e si gozzoviglia.
Non è soltanto (volendo essere chiari e ulteriori) costruire tante chiesine fuori da questa cattedrale, facendo tutto “come prima”, negli spazi antistanti, come tante scialuppe attorno ad un Titanic apparentemente ferito a morte.
Beninteso si tratta di cose tutte necessarie e importanti (taluni amici la chiamano familiarmente la “Missio”) a cui tanti direttamente e in direttamente si affaticano e si sono affaticati (et in Arcadia etiam nos) ma sono solo aspetti di qualcosa di più vasto.
La Restaurazione è e sarà un… impasto di elementi spirituali e mondani, religiosi e politici, mistici e militari, un grande colossale e globale “regolamento di conti” ecclesiali di cui forse (e senza forse) ci sfugge portata, estensione e intensione concettuale, una “guerra dei cent’anni” ricca di continui capovolgimenti d fronte e rimescolanze tra sant’uomini e “santa canaglia” ma con un unico grande obiettivo: la Restaurazione del Papato romano e quindi di una piena dimensione ecclesiale cattolica “in ordine”, sia nel regime che nella dottrina.
Forse allora i queruli, lagrimosi, qualche volta pappagalleschi “Fino a quando, Signore?” e “Che pensarne?” ci sembreranno pallidi ricordi di un’epoca lontanissima. Deus perficiat!
Sancte Joseph, familiarum columen, ora pro nobis
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