Traduzione italiana dell’articolo Le Moyen-Orient, idéologies et relations dangereuses: 5 erreurs possibles pubblicato su Caritas, la revue du pays réel, n. 5. Dello stesso autore, su temi affini, vedere: Anche se non sembra – Discorsi su rapporti internazionali e teologia politica.
Vedere anche: «Due popoli, due Stati»: soluzione o chimera? Un’analisi tra magistero, demografia e orizzonti escatologici
di Andrea Giacobazzi
Introduzione
Lo sguardo che si rivolge al Vicino Oriente in generale e alla Terra Santa in particolare corre il rischio di essere spesso ingannato da una serie di errori attraverso i quali vengono omessi o distorti elementi essenziali in ordine alla comprensione della realtà. Per comodità schematica, più che per necessità di effettiva separazione, se ne possono identificare cinque, connessi reciprocamente fra loro e con ampie zone di sovrapposizione: il qualunquistico, l’indifferentistico, quello delle false alternative, il cronachistico e, riferito alle relazioni, il semplicistico[1]. Cercando di spiegarli ritroveremo alcuni elementi tipici delle celebri 10 strategie della manipolazione mediatica[2], utili a individuare stili confusionari che i grandi organi di informazione spesso impiegano.
L’errore qualunquistico
Il primo errore è dunque quello qualunquistico, consistente nell’abbassare queste terre a luoghi qualsiasi. «Perché vi concentrate più su Gerusalemme che sull’Africa Nera o sull’Estremo Oriente?», chiedono alcuni. La risposta la lasciamo a Pio XII che proprio nel 1948, preoccupato per la situazione della Terra Santa, scriveva nell’Enciclica Auspicia Quaedam: «Se vi è una regione al mondo, che deve essere particolarmente cara ad ogni animo degno e civile, questa è di certo la Palestina, da cui fino dagli oscuri primordi della storia è sorta per tutte le genti tanta luce di verità». Le contrade che hanno ospitato il cuore della storia biblica e che da millenni rappresentano lo snodo attraverso cui sono passate profezie e miracoli, detenendo ancora oggi alcuni tra i maggiori monumenti della prima cristianità, non possono essere ridotte a «un posto come un altro». Non solo: noi europei dobbiamo ricordare che il conflitto arabo-israeliano, è nato anche per conseguenza di un’ideologia – il sionismo – nata nel nostro Continente con l’apporto di altre ideologie europee (il nazionalismo e le varie statolatrie, senza dimenticare il ruolo che ebbe il socialismo) e per decisioni politiche principalmente euro-sovietico-americane[3]. E questo rimane vero ancora oggi, sebbene l’origine geografica degli israeliani contemporanei includa una componente molto rilevante di non-europei (pensiamo ai mizrahìm). Non è dunque un caso che il peso euro-mediterraneo del conflitto arabo-israeliano susciti particolare interesse nei Paesi bagnati dal Mare Nostrum e dall’Oceano Atlantico: una guerra nel Vicino Oriente ha sempre conseguenze presso i Paesi nei quali viviamo, tanto per via delle ripercussioni economiche ed energetiche quanto per il coinvolgimento nel conflitto di potenti lobby storicamente attive nelle nostre capitali.
L’errore indifferentistico
Il secondo errore lo potremmo chiamare indifferentistico: è quello di chi dice che «la religione non c’entra nulla e il conflitto è solo questione di politica». Lo sbaglio è grave perché la religione c’entra moltissimo. Essa tocca in maniera decisiva tutta la vita umana. L’uomo è animale razionale e religioso: persino gli atei hanno una loro religiosità vestita da dio-negato. Si noti che questo coinvolgimento ineludibile non si dà solo per via diretta ma pure indiretta: basti pensare a ciò che scriveva il celebre intellettuale israeliano Israel Shahak quando ricordava che il sionismo non è comprensibile senza il riferimento a certe dottrine e leggi religiose ebraiche[4], e lo ribadiva anche in riferimento ad alcuni discorsi di politici per nulla religiosi che non potevano fare a meno di rimandare ai «confini biblici» del regno di Davide e di Salomone[5]. Del resto, lo stesso «sionismo secolare» finì per scartare puntualmente in ordine al suo focolare nazionale tutte le destinazioni diverse da Eretz Israel, per non parlare del peso fondamentale di Gerusalemme per l’intera questione. Anche dal lato della componente islamica risulta difficile non vedere quanto siano significativi determinati temi. Valga per tutti l’esempio del nome dato all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ovvero all’operazione Diluvio al-Aqsa, riferibile alla moschea al-Aqsa e alla Spianata sulla quale alcuni gruppi ebraici vorrebbero costruire il Terzo Tempio, con tutti i significati simbolici ed escatologici che si possono connettere a questo fatto. Se ancora oggi si parla con i palestinesi si sentirà loro dire che la Seconda Intifada iniziò per via di una passeggiata provocatoria di Ariel Sharon in quel luogo.
Il punto merita, in ogni caso, un’ulteriore specificazione: tentare ditogliere «le religioni» dal dibattito, implica trasformare le stesse in una melassa indistinta e irrilevante, in cui «le fedi non hanno responsabilità» perché in fin dei conti non contano nulla, non dicono nulla, non pesano nulla. Questa impostazione figlia del liberalismo, del marxismo e del cosiddetto interreligioso, volge rapidamente ad un materialismo sterile e ad un economicismo controproducente, totalmente incapaci di spiegare perché da secoli ci siano schiere di uomini pronti a morire per una terra, come la Palestina, priva di significative riserve minerarie e non trascurabilmente desertica[6].
Poche affermazioni, del resto, sono false come quella per cui «le tre religioni ebraica, cristiana e musulmana hanno lo stesso Dio». Se non bastasse la facile constatazione per cui ebrei e musulmani non credono alla SS. Trinità e non riconoscono Maria[7] per Madre di Dio, si ricordi che tutto nell’Antico Israele (promesse, profezie e figure[8]) convergeva per precisa definizione di tempo, luogo e circostanze al compimento messianico in Cristo. L’Antico Israele, l’Antica Alleanza, la vera legge mosaica si realizzano nel Nuovo Israele, nella Nuova Alleanza e nella legge evangelica, dunque nella Chiesa Cattolica. Questi concetti furono ribaditi da L’Osservatore Romano al momento della proclamazione dello Stato israeliano[9], e decenni prima lo stesso San Pio X chiarì al fondatore del sionismo Herzl che non poteva sostenere come Papa il suo movimento. Solo nel 1993-1994 – ovvero dopo il Vaticano II – furono pienamente stabilite relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Tel Aviv.
Il popolo dell’Antico Testamento era eletto per riconoscere il Redentore nel I secolo, non per l’istituzione di un regime politico nel XX. E nei suoi commoventi passi Isaia 53, scrive Padre E. Tintori, ci mostra con settecento anni di anticipo «Cristo sofferente, e in modo da non sapere se è un profeta o un evangelista che scrive. L’Ecce Homo del Vangelo è quello d’Isaia in tutti i particolari»[10]. Chi sia il Messia e che cosa insegni è un dato che ha rilevanza imprescindibile nella dinamica politica alla quale guardiamo.
L’errore delle false alternative
Il terzo errore è quello delle cosiddette false alternative. Esso implica la riduzione dell’analisi a pochi attori, presentati al pubblico come unici tra i quali necessariamente scegliere: «stai con Hamas o con Netanyahu?». Il che non è molto diverso dall’obbligare a scegliere se 2+2 faccia 3 o 5.È dunque bene chiarire che si ha il diritto di non scegliere tra chi ha portato avanti il massacro di Gaza e chi è fautore di un Islam politico aggressivo. Peraltro, queste polarizzazioni artificiose e dozzinali, facendo torto alla complessità effettiva della realtà, finiscono sempre per escludere dal dibattito pubblico il triste destino delle comunità cristiane del Vicino Oriente, e in generale appiattiscono ogni approfondimento banalizzando quel difficile mosaico nel quale si affiancano componenti che vanno dagli sciiti ai sunniti (e pure all’interno di queste, tra chi è più o meno vicino a certe istanze religiose: si pensi in Palestina ad Hamas e Fatah), dagli ebrei atei agli haredim, e così via fino alle tante minoranze locali. Un caso spesso offuscato è quello dei drusi, un gruppo etno-religioso arabo, influenzato da molteplici dottrine spirituali, e da idee mutuate dall’Antica Grecia. Comprenderemo meglio questo terzo errore analizzando i due seguenti.
L’errore cronachistico
Il quarto errore è quello cosiddetto cronachistico, quando l’attenzione si concentra sugli effetti e solo raramente sulle cause. È una deformazione tipicamente mediatica, per la quale l’interesse è sempre sull’attualità e mai sulla storia. Un esempio semplice e recente è ancora una volta quello del 7 ottobre 2023, con l’efferato attacco di Hamas: la concentrazione dei media è stata per diversi giorni quasi solo sulla cronaca della giornata e pochissimo su ciò che precedeva quell’avvenimento. Il 7 ottobre è stato così ridotto ad un’astrazione giornalistica, separata non solo dalla storia di un conflitto pluridecennale ma anche dalle collateralità o almeno dalle tolleranze strategiche che hanno avuto luogo tra il governo israeliano e Hamas stessa. Di queste hanno trattato in passato anche celebri giornalisti inviati nel Vicino e Medio Oriente come Antonio Ferrari[11] del Corriere della Sera che, con testimonianze personali di esponenti di primo piano, ha ribadito in maniera netta il ruolo avuto da Tel Aviv nello sviluppo del movimento islamico che ora governa Gaza. Anche Avner Cohen ammise l’appoggio ad Hamas e, pur dicendo che «fu un errore enorme, una stupidaggine storica», riconobbe: «Abbiamo permesso che crescesse un movimento che poi ci si è rivoltato contro»[12]. In relazione a fatti più recenti, anche lo storico Ilan Pappé è intervenuto sulla questione[13].
Per non parlare poi di altre deformazioni mediatiche che, presentando solo gli ultimi risvolti di antiche vicende, finiscono per togliere dallo sguardo del pubblico elementi essenziali di comprensione. Si pensi all’uso flessibile della parola terroristi, usata con disinvoltura quando sono minacciati interessi «occidentali» e rimossa quando gruppi di matrice simile imperversano contro «regimi» meno graditi alle cancellerie euro-americane: il caso della rivolta in Siria nel 2011 è esemplare, coi suoi «ribelli» (caratterizzati da una significativa presenza jihadista) che godevano di ottima stampa. Non mancano poi vere e proprie amnesie su forme di terrorismo che con l’Islam non hanno a che fare: si pensi al caso del movimento ebraico Kach messo fuori legge dalle stesse autorità israeliane, e dell’attentato compiuto da un suo membro – Baruch Goldestein – che il 25 febbraio 1994 alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, uccise 29 persone e ne ferì 125. Risultano spesso smarriti dai radar dell’informazione anche gli attentati commessi da determinati gruppi sionisti negli anni ’40 contro le autorità mandatarie: valga per tutti il caso dell’attentato del 22 luglio 1946, realizzato dall’Irgun al King David Hotel di Gerusalemme con 91 vittime di varia nazionalità e 46 feriti.
L’eliminazione dal dibattito delle vere cause di una determinata situazione e del loro percorso storico, porta non a caso a valutare il singolo attore come sganciato dal contesto che lo sostiene: molti ritengono che la rimozione di Netanyahu implicherebbe una svolta decisiva, dimenticando che dietro al capo del governo israeliano c’è una maggioranza politica, anche con componenti più estreme del Likud, e una società che ha eletto quella maggioranza. Anche su questo rimandiamo a quanto detto sopra da Shahak e ad altri materiali sulla xenofobia diffusa in una parte non trascurabile di quel mondo[14].
L’errore semplicistico nell’ordine delle relazioni
L’ultimo errore che valuteremo in questa sede si può forse definire come semplicistico nell’ordine delle relazioni.Potrebbe sembrare sinonimo del precedente dal momento che pure quello cronachistico induce a peccare di semplificazione eccessiva. In effetti in parte lo è ma, se nel precedente l’attenzione era sulle cause in senso generale, questo riguarda specificamente le complesse relazioni che rendono articolata l’analisi. Insomma, non solo bisogna risalire alle cause, ma nel farlo si deve constatare che le medesime cause sono complesse e intrecciate da contatti spesso difficili da immaginare rimanendo ad uno sguardo superficiale. Si può dire dunque che «quasi tutti hanno avuto rapporti con quasi tutti», e pure dietro ideologie apparentemente inconciliabili si trova la filigrana rivoluzionaria che rende possibili determinate cooperazioni.
Nel sionismo in particolare va notata – e non mancano studiosi israeliani che lo sottolineano[15] – la particolarità di aver accettato, per lo meno in certa misura, l’estraneità degli ebrei alla cosiddetta «fabbrica dei popoli europei». L’antisemitismo – sempre più sfuggente e mediaticamente super-inclusivo – lungi, dunque, dal risultare incompatibile con sionismo, ne diviene un carburante, se non un elemento costitutivo. Del resto, l’uscita degli ebrei dall’Europa e il loro reinsediamento in Palestina hanno rappresentato spesso due facce della stessa medaglia: gli esempi storici sono tanti ed è difficili raccoglierli in breve.
Si può pensare all’accordo dell’Haavara tra le autorità della Germania nazionalsocialista e sionisti tedeschi per il trasferimento di beni negli insediamenti del mandato britannico nel corso degli anni ‘30. E se questo patto provocò non poche reazioni all’interno del mondo ebraico, non meno curiosi furono i tentativi del gruppo militante sionista Lehi[16],a guerra mondiale in corso, volti a prendere contatti operativi con i funzionari di Berlino in funzione antibritannica. Se vi erano numerosi ebrei che combattevano apertamente il regime hitleriano, tanto prima del conflitto quanto durante le ostilità – si pensi alla Brigata Ebraica – vi era pure chi percorreva altre vie. E nel dedalo delle relazioni pericolose si può trovare anche chi, tra i palestinesi, non mancò di guardare alla svastica. Certamente un caso lampante è quello del Gran Muftì di Gerusalemme che passò in rassegna le SS bosniache a braccio teso. Seguendo una prospettiva diversa, si potrebbe parlare della presenza ideologica di una componente apertamente filofascista all’interno del mondo sionista-revisionista e dello sviluppo nell’Italia di Mussolini, presso la Scuola marittima di Civitavecchia – tra le insegne della menorah e le scritte Viva il Duce – di un corso per membri del movimento, definito da protagonisti del periodo come primo nucleo «della futura marina ebraica»[17].
Ma pure spostando l’attenzione sull’URSS il materiale non manca. Se l’accordo militare nazi-sovietico Molotov-Ribbentrop del 1939 è una pagina troppo nota essere facilmente cancellata dai manuali, più curioso è l’appoggio decisivo dato a guerra finita (e con Ribbentrop già morto a Norimberga) da Stalin alla nascita dello Stato israeliano, al punto che lo studioso russo Leonid Mlečin titolò un suo celebre libro Perché Stalin creò Israele. Erano gli anni vorticosi in cui si disegnava un nuovo assetto internazionale e mentre nel 1947 l’Unscop lavorava alla spartizione, il presidente americano Truman «fu sottoposto a un’ininterrotta campagna di pressione ebraica», «una campagna esagerata»[18], annota Thomas G. Fraser. Alla fine, gli USA votarono sì al piano in sede ONU. Non solo: il 27 novembre di quell’anno «i leader ebraici telegrafarono a Truman chiedendo che fosse lui ad assicurare i voti della Grecia, di Haiti, della Cina, dell’Ecuador, della Liberia, dell’Honduras, del Paraguay e delle Filippine. Nonostante la successiva smentita di Truman, è certo che istruzioni esplicite furono inviate a questo scopo. Gli interventi cruciali vennero fatti nelle capitali estere. Al presidente di Haiti venne detto che “per il suo bene” il paese avrebbe dovuto votare per la spartizione. Il presidente delle Filippine fu avvertito da un gruppo di senatori americani che ci sarebbero stati “effetti indesiderati” sulle relazioni tra i due paesi se il voto fosse andato contro la spartizione»[19].
La maggioranza necessaria venne raggiunta e una nuova fase, ancora oggi perdurante, si aprì. Ma tutto questo sarà forse oggetto di un altro intervento.
[1] Risultano in buona parte applicabili ad ambiti anche diversi da quelli del presente intervento.
[2] Generalmente indicate come un lavoro di Noam Chomsky, paiono invece da attribuirsi a Sylvain Timsit. Anche sulla Wikipedia di lingua spagnola si è dato conto della questione: https://es.wikipedia.org/wiki/Manipulaci%C3%B3n_medi%C3%A1tica_seg%C3%BAn_Noam_Chomsky. Vedere pure: https://labussola.org/articoli/76-le-10-regole-della-manipolazione-mediatica.
[3] Una riflessione social con alcuni spunti interessanti qui: https://www.facebook.com/profile/1350112722/search/?q=yemeniti
[4] La parziale opposizione rabbinica al sionismo (principalmente ma non esclusivamente nelle sue fasi iniziali), lungi dall’escludere il ruolo generale della religione nelle contese che qui si analizzano, fornisce al contrario un ulteriore elemento di conferma generale. Come accennato, la religione può essere decisiva in modo diretto, ma pure indiretto, in senso secolarizzato, simbolico, storico.
[5] Cfr. A. Giacobazzi, Uscire vivi dalla Valle di Giosafat: guerre, messia perduti e un Oriente più vicino del solito, Radio Spada, www.radiospada.org/2024/10/uscire-vivi-dalla-valle-di-giosafat-parte-i-grande-israele-e-grandissimi-abbagli/.
[6] Recentemente sono stati scoperti al largo della costa dei giacimenti di gas naturale.
[7] «Infatti la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore» (Leone XIII – Supremi apostolatus officio).
[8] Mons. G. Ballerini, Breve Apologia del Cristianesimo – Contro gli increduli dei nostri giorni, Edizioni Radio Spada, 2020; Mons. Jean–Joseph Gaume, Catechismo sulla veracità della Rivelazione Cristiana, Edizioni Radio Spada, 2022.
[9] Cfr.: P. C. Merkley, Christian Attitudes Towards the State of Israel, McGill-Queen’s Press, 2001, p. 134.
[10] Vedere Appendici di Sant’Alfonso M. de’ Liguori, L’unico mio Re – Scritti alfonsiani per vivere bene nel tempo e nell’eternità, Edizioni Radio Spada, 2024.
[11] A. Ferrari, Le parole amare di Mubarak (e Rabin) su Hamas e Israele, Corriere della Sera, 23 maggio 2021, https://video.corriere.it/esteri/vicino-oriente/amara-verita-hamas-fu-creato-israele/d152e248-bb9e-11eb-822f-b2d049d46202.
[12] Andrew Higgins, How Israel Helped to Spawn Hamas, The Wall Street Journal, 24 gennaio 2009, in R. de Mattei, Le responsabilità di Israele e i grandi boomerang del Novecento, CR 1919, 8 ottobre 2025, https://www.corrispondenzaromana.it/le-responsabilita-di-israele-e-i-grandi-boomerang-del-novecento/.
[13] Ilan Pappé e la fine di Israele, RSI, 7 ottobre 2025, https://www.rsi.ch/cultura/storia/Ilan-Papp%C3%A9-e-la-fine-di-Israele–3176160.html.
[14] Cfr. A. Giacobazzi, Uscire vivi dalla Valle di Giosafat: guerre, messia perduti e un Oriente più vicino del solito, cit.
[15] Pur senza sottoscrivere ogni passaggio del testo, vedere per uno sguardo complessivo: V. Pinto, Sionismo e antisemitismo: una concordia discors, https://www.freeebrei.com/anno-i-2-luglio-dicembre-2012/sionismo-e-antisemitismo-una-concordia-discors
[16] Del gruppo fece parte anche il futuro primo ministro israeliano Yitzhak Shamir.
[17] Cfr. A. Giacobazzi, L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv – I rapporti internazionali delle organizzazioni ebraiche e sionistiche con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, Il Cerchio, Rimini, 2010; A. Giacobazzi, Il fez e la kippah. Tre cinquantine di documenti relativi ai contatti tra ebrei e fascismo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2012.
[18] Thomas G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 45. Vedere anche la testimonianza di Gore Vidal in I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, CLS, Verrua Savoia, 1997.
[19] Ivi, pp. 46-47 [Cfr. Fraser 1989; Louis 1984].
