Su questi argomenti vedere pure i volumi Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, di Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato, Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo e Ritorno alle origini. Un punto di vista cattolico sugli inizi. Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of CreationL’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.


di Red.

Il “Cattivo Design” come Argomento Pseudo-Teologico

Nel vasto e spesso acceso proscenio del dibattito tra biologia evolutiva e teoria del design, il concetto di “cattivo design” è stato a lungo utilizzato come un grimaldello retorico. Intellettuali e scienziati hanno trasformato le presunte imperfezioni della vita – dalla complessa struttura della retina vertebrata all’andamento tortuoso del nervo laringeo ricorrente – in prove decisive contro l’esistenza di un Progettista. L’argomentazione è seducente nella sua semplicità: se la vita fosse stata progettata da un’intelligenza superiore, non osserveremmo errori, compromessi ingegneristici inefficienti o organi rudimentali.

Eppure, osservando questa narrazione con occhio critico, emerge un paradosso metodologico: l’argomento del cattivo design non è affatto un’ipotesi scientifica in senso proprio, bensì una forma di pseudo-teologia negativa. Esso non spiega come una struttura complessa sia nata attraverso passi darwiniani graduali, ma si limita a sentenziare come un ipotetico Creatore “razionale” avrebbe dovuto agire secondo canoni estetici o ingegneristici umani. Invece di fornire un meccanismo causale, si limita a un giudizio di valore. In termini epistemologici, questo spostamento dal “come” al “come dovrebbe essere stato” rappresenta una sostituzione della spiegazione con la valutazione, lasciando irrisolto il problema centrale: l’origine dell’informazione biologica funzionale.

Michael Behe e il Ribaltamento del Paradigma

Oggi, tuttavia, il vento della ricerca biochimica sta soffiando in una direzione diametralmente opposta, suggerendo che le imperfezioni che osserviamo non siano il risultato di un costruttore dilettante, ma le cicatrici molecolari di un’opera magistrale soggetta a un inesorabile logoramento. Michael Behe, professore di biochimica alla Lehigh University, ha guidato questa rivoluzione concettuale spostando il focus dalla critica estetica alla realtà brutale della devoluzione molecolare.

Nel suo fondamentale lavoro Darwin Devolves (2019), Behe non si limita a contestare la capacità creativa del neo-darwinismo, ma dimostra che il meccanismo di mutazione casuale e selezione naturale opera, nella maggioranza dei casi, come un demolitore selettivo. La biologia del XXI secolo ci sta rivelando che l’adattamento non è quasi mai un’ascesa verso nuove vette di complessità, ma una discesa strategica verso la semplificazione. Come accenna Behe, la mutazione casuale e la selezione naturale sono in realtà fortemente involutive. Promuovono la rapida perdita di informazioni genetiche.

Questa inversione di paradigma è cruciale: non si tratta più di chiedersi quanto l’evoluzione possa costruire, ma quanto rapidamente e sistematicamente possa distruggere mantenendo la funzionalità minima necessaria.

La Prima Regola dell’Evoluzione Adattativa: Sopravvivere Rompendo

Il perno di questa tesi risiede nella cosiddetta Regola dell’Evoluzione Adattativa, una legge che si può estrarre dall’analisi di decenni di dati genomici e di esperimenti in tempo reale (già di fatto formulata nell’articolo di Behe del 2010 sulla Quarterly Review of Biology). Questa regola stabilisce che il modo più rapido ed efficiente per un organismo di adattarsi a una nuova sfida ambientale consiste nel «rompere o smorzare qualsiasi elemento codificato funzionale la cui perdita fornisca un guadagno netto di fitness».

Per comprendere la portata di questa affermazione, dobbiamo abbandonare l’immagine romantica dell’evoluzione come un inventore che aggiunge ingranaggi a un orologio. In un contesto biologico, la selezione naturale è un meccanismo spietatamente pragmatico e privo di lungimiranza; essa non premia ciò che sarà utile tra un milione di anni, ma ciò che permette di sopravvivere martedì mattina. Se una cellula può risparmiare energia disattivando un complesso macchinario metabolico che in quel momento è superfluo, la selezione favorirà quel “taglio dei costi”. L’organismo risultante sarà più efficiente nell’immediato, ma avrà pagato il prezzo di una perdita di informazione genetica.

Ne deriva un principio generale: l’accessibilità mutazionale guida l’evoluzione più della potenzialità funzionale. E ciò che è più accessibile è quasi sempre la perdita, non la costruzione.

L’Asimmetria Biochimica tra Costruzione e Distruzione

Questa dinamica crea una profonda asimmetria tra la costruzione e la distruzione di funzioni biologiche. A livello molecolare, costruire una nuova funzione – come un recettore ormonale – richiede la coordinazione di numerose mutazioni specifiche e complementari. È un evento la cui probabilità statistica crolla vertiginosamente all’aumentare della complessità del sistema, poiché i passaggi intermedi spesso non offrono alcun vantaggio selettivo fino a quando il sistema non è completo.

Al contrario, distruggere una funzione esistente è elementare: basta una singola mutazione puntiforme in un sito critico per mandare in frantumi un intero sistema proteico. Behe sottolinea come il darwinismo sia ferocemente devolutivo proprio perché le mutazioni distruttive sono ordini di grandezza più frequenti di quelle costruttive. In ogni scenario evolutivo osservato, dalla resistenza agli antibiotici nei batteri alle variazioni morfologiche negli animali superiori, la selezione naturale sceglie sistematicamente la via della perdita funzionale perché è la più accessibile e veloce.

Questa asimmetria non è un dettaglio, ma un vincolo strutturale: implica che, nel bilancio netto, l’evoluzione tende a erodere più informazione di quanta ne generi.

I Due Volti della Decadenza: Sacrificio e Entropia

Possiamo distinguere due dinamiche parallele in questo processo di decadenza. La prima è la disattivazione selezionata, che potremmo definire un “sacrificio adattativo”. Immaginiamo un esercito che, per sfuggire a un inseguitore, decide di bruciare i propri ponti e abbandonare le artiglierie pesanti. L’esercito diventa più veloce e sopravvive, ma ha perso capacità belliche fondamentali. Questo è esattamente ciò che accade nelle popolazioni naturali: la specializzazione estrema avviene spesso attraverso l’eliminazione di geni che permetterebbero la sopravvivenza in altri contesti. Nel breve termine appare come una “disattivazione programmata” opportunistica, ma è pur sempre una perdita di informazione.

Il secondo volto è l’impoverimento intrinseco, o entropia genetica. Oltre alla perdita “utile”, ogni specie accumula costantemente un rumore di fondo fatto di mutazioni leggermente deleterie che la selezione naturale non riesce a eliminare efficacemente. Questo processo degrada lentamente la specificità delle proteine e la precisione dei sistemi di regolazione, rendendo il genoma più fragile e meno capace di affrontare cambiamenti ambientali futuri. In questa prospettiva, la biologia non appare come un sistema in espansione, ma come un software che, versione dopo versione, perde righe di codice originali senza mai acquisirne di nuove veramente significative.

La combinazione di queste due dinamiche – perdita selettiva rapida e degradazione lenta – produce una traiettoria direzionale verso la semplificazione funzionale.

Evidenze Empiriche: Dal Laboratorio di Lenski ai Ghiacci dell’Artico

La sfida di Behe non poggia sul vuoto teorico, ma su dati sperimentali solidi. Nell’esperimento a lungo termine di Richard Lenski su Escherichia coli (oltre 75.000 generazioni), i batteri hanno mostrato numerosi adattamenti, ma l’analisi del DNA ha rivelato che la grande maggioranza delle mutazioni benefiche erano di tipo loss-of-function. I batteri sono diventati più “fit” nel loro ambiente di laboratorio rompendo geni legati al catabolismo di zuccheri assenti nel terreno di coltura. Nel caso del citrato, l’adattamento è avvenuto attraverso mutazioni che hanno alterato regolazioni preesistenti, ma ha portato a un aumento del tasso di morte cellulare e a una vera e propria “death spiral”. Non è stata costruita alcuna nuova funzione complessa; è stata semplicemente ottimizzata la degradazione.

Un altro caso studio che Behe analizza con particolare efficacia è quello dell’orso polare. Spesso celebrato come un trionfo dell’evoluzione creativa, il sequenziamento del suo genoma rispetto a quello dell’orso bruno racconta una storia opposta. Quasi tutti i geni che permettono all’orso polare di sopravvivere a una dieta iper-lipidica e a climi estremi sono geni “danneggiati” o smorzati. Il gene APOB, essenziale per il trasporto del colesterolo, ha subito mutazioni che, secondo l’analisi di Behe (basata su Liu et al. 2014), ne hanno ridotto l’attività. L’orso polare non ha inventato un nuovo metabolismo; ha rotto un sistema esistente per sopravvivere in una nicchia ecologica ristretta.

Ancora una volta, l’adattamento emerge come un processo di sottrazione funzionale, non di innovazione strutturale.

Il Confine Invalicabile della Complessità Irriducibile

Qui si inserisce la critica più radicale alla visione neo-darwiniana. Se il meccanismo evolutivo è così efficiente nel distruggere e così limitato nel costruire, come possiamo spiegare l’origine dei sistemi di complessità irriducibile? Un sistema è irriducibilmente complesso se la rimozione di una qualsiasi delle sue parti ne annulla la funzione totale. La selezione naturale non può “vedere” un sistema finché non è funzionale; pertanto, non può guidare la sua costruzione pezzo dopo pezzo se i singoli pezzi non offrono un vantaggio immediato.

La “Prima Regola” suggerisce che la selezione naturale agirebbe attivamente contro la formazione di tale complessità, favorendo scorciatoie più semplici e degradative molto prima che un nuovo motore molecolare possa mai assemblarsi per caso. Questo pone un limite strutturale invalicabile all’innovazione darwiniana: essa può modificare o distruggere ciò che esiste, ma non può progettare il motore da zero. L’integrazione sistemica degli organismi – dove ogni parte dipende dall’altra, come nei trade-off ottimizzati tra leggerezza e robustezza negli uccelli o protezione e peso nei gusci – suggerisce un design originale che precede il processo di decadimento.

Le Cicatrici Molecolari: Una Nuova Ermeneutica del Progetto

Alla luce della devoluzione, il cosiddetto cattivo design deve essere reinterpretato. Non è prova di assenza di progetto, ma prova di una storia di decadimento all’interno di un mondo biologico soggetto all’entropia. Gli organismi mostrano tracce di un’ingegneria sublime – sistemi integrati, codici digitali, macchine molecolari – che però appaiono oggi segnati da millenni di erosione informazionale e accumulo di errori genetici.

Le imperfezioni biologiche non testimoniano un designer maldestro, ma descrivono la realtà di un patrimonio genetico che ha subito compromessi energetici, accumulo di mutazioni e semplificazioni opportunistiche. Se osserviamo un edificio antico con una finestra murata o un cornicione crepato, non deduciamo che l’edificio non sia mai stato progettato; concludiamo che l’edificio ha vissuto una storia di degrado. In biologia, il “cattivo design” è l’evidenza storica della degradazione di un progetto originale altamente integrato.

Questa rilettura trasforma un’argomentazione negativa in una chiave interpretativa positiva: le imperfezioni diventano dati storici, non confutazioni.

Conclusione: La Biologia come Cronista del Declino

In conclusione, la biologia molecolare contemporanea sta progressivamente smantellando il mito di un’evoluzione onnipotente e intrinsecamente creativa. Se il darwinismo opera quasi esclusivamente attraverso quella che Michael Behe definisce la Prima Regola dell’Evoluzione Adattativa – ovvero la tendenza a rompere o degradare elementi genetici funzionali per ottenere un vantaggio immediato – allora l’adattamento non è un’ascesa verso la complessità, ma una gestione strategica della perdita. Tuttavia, questa architettura del declino non deve essere interpretata come una prova contro l’esistenza di un Progetto, bensì come la sua più profonda conferma se letta attraverso la lente della corretta metafisica e del concetto di Provvidenza.

Il pensiero di San Tommaso d’Aquino chiarisce infatti che la perfezione dell’universo non risiede nella perfezione statica di ogni sua singola parte, ma nella straordinaria varietà e gerarchia dei gradi di essere. In questa prospettiva, la Divina Provvidenza non esclude affatto il male o il difetto dalle cose create, ma li permette in vista di un bene superiore e della dinamicità del creato. Dio non ha voluto un mondo di entità isolate, ma un universo in cui le cause seconde – comprese le mutazioni e la selezione – godono di una reale, seppur limitata, efficacia. In questo quadro, il cosiddetto la perdita funzionale non sono errori di percorso, ma il segno di una creatura che è “in via”, soggetta alla contingenza e al tempo. Dio non interviene costantemente per correggere ogni mutazione, ma ha strutturato la materia in modo che anche attraverso la rottura possa scaturire un bene parziale.

Questa sintesi ribalta l’argomento retorico del cosiddetto cattivo design, trasformando le imperfezioni biologiche da presunti errori di un artefice distratto in cicatrici storiche di una creazione soggetta all’entropia. Le tracce di degradazione che osserviamo nel genoma sono i segni di un patrimonio informativo che ha subito compromessi energetici e accumulo di urti, ma che presuppone necessariamente un testo originale di complessità irriducibile. Non si può semplificare ciò che non è nato complesso, né si può testimoniare la rottura di un meccanismo se quel meccanismo non è stato inizialmente progettato con una pienezza d’informazione tale da poter sopportare millenni di erosione. La biologia del declino ci consegna dunque una verità sublime: la bellezza del mondo risiede tanto nel progetto che lo ha strutturato quanto nella sapienza di una Provvidenza che, anche attraverso la perdita e il limite genetico, guida la fragilità della vita verso il suo destino.

Senza un atto creativo originale che abbia infuso la vita di una sovrabbondanza di significato e funzione, la selezione naturale non avrebbe oggi nulla da gestire, nulla da smorzare e nulla da sacrificare sull’altare della sopravvivenza. La storia della vita non è dunque il racconto di un’auto-costruzione cieca.



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