Traduzione dell’articolo “Fresno : un évêque catholique « co-consacre » un évêque anglican. Sera-t-il excommunié ?” pubblicato il 27 aprile 2026 su fsspx.news (con ulteriori rimandi a nostro materiale).


Cronaca di un evento senza precedenti a Fresno

Il 18 aprile 2026, nella cattedrale episcopaliana di Saint James a Fresno (California), si è tenuta la presunta “ordinazione e consacrazione” di Gregory Kimura come “vescovo” della Comunione anglicana negli Stati Uniti. Questo evento, in sé privo di realtà sacramentale per la Chiesa cattolica, ha assunto una gravità particolare a causa della partecipazione attiva di Mons. Joseph V. Brennan, vescovo cattolico della diocesi di Fresno. Un video ampiamente diffuso dal sito Novus Ordo Watch mostra inequivocabilmente il prelato cattolico prendere parte al cuore stesso del rito. Non si è trattato di una presenza discreta dalla navata, in abito corale, come l’ecumenismo promosso dal Vaticano II ha reso consuetudine. Mons. Brennan appare al centro dell’azione liturgica, accanto ai ministri anglicani, compiendo i gesti essenziali della presunta consacrazione.

Una partecipazione incontestabile al rito

Le immagini sono esplicite. Si vede l’ordinando in ginocchio, mentre i “vescovi” anglicani stendono le mani su di lui. In quel preciso istante — che ogni osservatore familiare con l’ordinale anglicano riconosce come il momento deputato a conferire l’episcopato — Mons. Brennan si associa al gesto e alla preghiera consacratoria. La formula di ordinazione recitata da tutti i presenti si basa sul testo ufficiale contenuto nel Book of Common Prayer (edizione 2016). Non sussiste alcun margine d’interpretazione: la partecipazione è diretta, formale e pienamente integrata nel rito.

La dottrina cattolica di fronte all’atto

Un simile atto è estremamente grave; per misurarne la portata, occorre ricordare un punto dottrinale fondamentale. Con la lettera apostolica Apostolicae Curae (1896), papa Leone XIII dichiarò che le ordinazioni anglicane sono «assolutamente nulle e del tutto vane» (absolute nullas et omnino irritas). Questa decisione, confermata dal magistero successivo e ribadita come dottrina definitiva dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1998, impegna irrevocabilmente l’insegnamento della Chiesa. Questa partecipazione a un rito anglicano di ordinazione non può essere interpretata in chiave ecumenista come un semplice gesto simbolico o pastorale. La liturgia possiede un proprio linguaggio, e l’imposizione delle mani accompagnata dalla formula consacratoria significa, oggettivamente, la volontà di trasmissione di un potere sacramentale. Compiere questi gesti in un contesto che la Chiesa dichiara invalido equivale a contraddire, con l’atto stesso, la verità professata e a favorire lo scisma e l’eresia.

L’ecumenismo oltrepassato

Alcuni invocheranno il Direttorio ecumenico del 1993 per relativizzare la portata dell’evento. Le disposizioni inammissibili di questo testo che favoriscono l’eresia permettono, in certe circostanze, la presenza di ministri cattolici a celebrazioni non cattoliche, a titolo di cortesia o di preghiera comune. Esse però non arrivano ad autorizzare una partecipazione agli elementi costitutivi del rito, cioè alla sua presunta materia e forma; co-agire nel rito è escluso. La Chiesa condanna questo tipo di atto come communicatio in sacris; il Codice di diritto canonico del 1917 stipula: «Non è lecito ai fedeli, in alcun modo, assistere attivamente o prendere parte ai [riti] sacri dei non cattolici» (Canone 1258 §1). La conseguenza immediata della violazione di questo canone, che costituisce ovviamente un peccato mortale, è che il contravventore incorre automaticamente nel sospetto di eresia: «Chiunque, in qualunque modo, aiuti volontariamente e consapevolmente la propagazione dell’eresia, o comunichi nelle cose divine con gli eretici contro la prescrizione del canone 1258, è sospettato di eresia» (canone 2316). Anche il nuovo codice promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, che pure apre la porta all’ecumenismo, nega un tale atto al canone 844 §1: «I ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti ai soli fedeli cattolici, i quali parimenti li ricevono lecitamente dai soli ministri cattolici». Indipendentemente dalla qualificazione penale stretta, lo scandalo pubblico e la confusione dottrinale causati ai fedeli da questo atto sono evidenti; esso non è che la continuazione logica delle premesse di un ecumenismo abituale che suggerisce incessantemente che le differenze dottrinali tra la vera fede e l’eresia siano secondarie, che i ministri veri e quelli di culti non cattolici siano intercambiabili, e che l’appartenenza all’unica Chiesa di Gesù Cristo, quella cattolica, non sia più un elemento essenziale per la salvezza delle anime. Ciò che rende la situazione ancora più inquietante è la flagrante ingiustizia nell’applicazione della disciplina ecclesiastica. Quando la Fraternità San Pio X procede a delle consacrazioni episcopali a causa di un evidente stato di necessità, la reazione delle autorità romane è rapida: richiami alle sanzioni, dichiarazioni pubbliche, minacce di scomunica. Nel 1988, in occasione delle consacrazioni di Écône compiute da Mons. Marcel Lefebvre, Roma applicò pene immediate.

Una confusione istituzionalizzata

Qui, al contrario, non si tratta della trasmissione della Tradizione, ma di una partecipazione a un rito invalido e portatore di eresia. L’affare di Fresno, per la sua gravità oggettiva, richiede una risposta non solo disciplinare, ma dottrinale, proporzionata al turbamento causato: in materia di fede, il silenzio non è mai neutro. Purtroppo, la realtà concreta osservata da diversi anni ai vertici della Chiesa inclina piuttosto a prevedere l’assenza di una reazione significativa, come se questo tipo di scandali appartenesse ormai a una forma di normalità implicita. I precedenti recenti vanno in questa direzione. Nel 2026, Papa Leone XIV rivolgeva parole di incoraggiamento al «servizio fruttuoso» dell’arcivescovo di Canterbury, funzione tuttavia nata da una rottura storica con la Chiesa. Nel 2024, sotto il pontificato di Francesco, un’eucaristia anglicana — necessariamente invalida secondo la dottrina cattolica — veniva tollerata in una basilica romana. L’anno precedente, nel 2023, una «messa» anglicana era stata autorizzata nella basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Papa stesso. Questi fatti non sono isolati. Già nel 2017, una liturgia anglicana veniva celebrata nella basilica di San Pietro, cuore visibile della cattolicità. Nel 2014, lo stesso Papa Francesco aveva ordinato che l’anglicano Tony Palmer fosse sepolto come un vescovo cattolico, un gesto carico di significato. Tra queste date, altri episodi hanno confermato una tendenza persistente: partecipazione di prelati a riti non cattolici, gesti liturgici ambigui, dichiarazioni che minimizzano le divergenze dottrinali [1]. Persino membri della gerarchia che hanno criticato gli ambienti tradizionali come «protestanti» hanno preso parte a celebrazioni anglicane. A ciò si aggiunge ora quella che sembra una vera consacrazione simbolica di questi scandali: la mascherata attuale dell’accoglienza ufficiale da parte della Santa Sede, a Roma, da sabato 25 a martedì 28 aprile, dell’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, la quale è stata persino ricevuta da Papa Leone XIV questo lunedì 27 aprile [2].

  1. Nota di RS: Nel 2006, Benedetto XVI regnante, l’allora “arcivescovo primate” anglicano Rowan Williams celebrò il suo rito sacrilego nella basilica romana di Santa Sabina. ↩︎
  2. Nota di RS: I due, rivestiti dei rispettivi abiti corali, hanno pregato assieme nella Cappella del Palazzo Apostolico Vaticano detto “di Urbano VIII. La sig.ra Mullally è stata solennemente accolta alle quattro Basiliche Patriarcali e nella Cappella Clementina retrostante la tomba di San Pietro: ha addirittura impartito la benedizione ai presenti, fra i quali alcuni vescovi e preti cattolici che si sono segnati. ↩︎


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