di San Tommaso d’Aquino

L’ufficio del buon pastore è la carità; per questo si dice che il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore. Bisogna infatti sapere che vi è una differenza tra il buon pastore e quello malvagio: il buon pastore, infatti, mira al bene del gregge, mentre quello malvagio mira al proprio vantaggio. Questa differenza è toccata in Ezechiele 34, 2: “Guai ai pastori che pascono se stessi! Non sono forse i greggi che devono essere pascolati dai pastori?“. Chi dunque si serve del gregge solo per nutrire sé stesso, non è un buon pastore.

Da ciò segue che il pastore malvagio, anche in senso materiale, non vuole subire alcun danno per il gregge, poiché non mira al loro bene, ma al proprio. Il buon pastore, invece, anche in senso materiale, sopporta molte fatiche per il gregge di cui cura il bene; come disse Giacobbe in Genesi 31, 40: “Di giorno mi consumava il calore e di notte il gelo”.

Tuttavia, ai pastori materiali non è richiesto di esporsi alla morte per la salvezza del gregge. Ma poiché la salvezza del gregge spirituale prevale sulla vita fisica del pastore, quando incombe un pericolo per la salvezza del gregge, ogni pastore spirituale deve sostenere la perdita della vita fisica per la salvezza dei fedeli. Ed è questo ciò che dice il Signore: il buon pastore pone la sua anima, cioè la vita corporale, per le sue pecore, ossia con autorità e carità. Entrambe le cose sono necessarie: che il gregge gli appartenga e che lo ami; infatti la prima condizione senza la seconda non è sufficiente. Di questa dottrina Cristo ci ha offerto l’esempio: “Se Cristo ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3, 16).

Qui si tratta del pastore malvagio, mostrando in lui condizioni opposte a quelle del buon pastore. In primo luogo elenca le caratteristiche del pastore malvagio; in secondo luogo mostra come tali condizioni si susseguano l’un l’altra, lì dove dice: “il mercenario invece (…) fugge”. Riguardo al primo punto fa due cose:

  1. indica le condizioni del pastore malvagio.
  2. insinua il pericolo che sovrasta il gregge a causa del pastore malvagio, lì dove dice: “e il lupo rapisce”, ecc.

Si deve notare che da quanto detto sul buon pastore e sul malvagio si possono dedurre tre differenze:

  1. nell’intenzione: il primo è chiamato pastore perché intende nutrire il gregge; il secondo è chiamato mercenario, come chi cerca una ricompensa. Il buon pastore cerca l’utilità del gregge; il mercenario principalmente il proprio vantaggio. Questa è anche la differenza tra il re e il tiranno, come dice il Filosofo [Aristotele]: il re nel suo governo mira all’utilità dei sudditi, il tiranno alla propria …
  2. nella sollecitudine: del buon pastore si dice che le pecore sono sue non solo per incarico, ma per amore e premura; del mercenario si dice che “non gli appartengono le pecore”, cioè non ne ha sollecitudine.
  3. nell’affetto: Il buon pastore, che ama il gregge, dà la vita per esso. Il malvagio, non avendo affetto, fugge quando vede il lupo.

Viene detto: “vede venire il lupo e abbandona le pecore”. Questo lupo può essere inteso in tre modi:

  1. il Diavolo che tenta.
  2. l’eretico che uccide le anime (cfr. Mt 7, 15: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in vesti di pecore”).
  3. il tiranno crudele (cfr. Ez 22, 27: “I suoi capi in mezzo ad essa sono come lupi”).

Il buon pastore deve dunque proteggere il gregge a lui affidato contro questo triplice lupo: quando vede la tentazione diabolica, l’inganno eretico o la crudeltà tirannica, egli deve opporre se stesso.

Super Io., cap. 10 l. 3

>>>IL BUON PASTORE<<<

Seguite Radio Spada su: