di Giuseppe Maria Iovino

Il cristianesimo non è nato per creare uomini innocui. Non è nato per eliminare ogni conflitto, né per garantire una pace intesa come “semplice assenza di tensione”. Eppure oggi, più che mai, si tende a identificare la fede cristiana con una forma di pacifismo indistinto, fatto di tolleranza senza verità, di accoglienza senza discernimento, di dialogo senza posizione.

È certamente una lettura comoda. Ma è falsa.

Il pacifismo moderno, nella sua forma più diffusa, non è la ricerca della pace, ma il rifiuto del conflitto in quanto tale. È la convinzione che ogni scontro sia negativo, che ogni opposizione sia evitabile, che ogni differenza possa essere appianata senza prendere posizione. In questa prospettiva, la stessa verità diviene un problema, in quanto affermarla significherebbe creare inevitabilmente una linea di “demarcazione”.

Il Vangelo, tuttavia, non si muove su questo piano.

Cristo non evita il conflitto quando questo è il prezzo della verità. Non attenua il suo messaggio al fine di renderlo più accettabile. Non cerca una mediazione a ogni costo. La sua parola divide, interpella, costringe a scegliere. La sua presenza genera adesione o rifiuto, ma non lascia indifferenti.

Per tale motivo il cristianesimo non può essere ridotto a una religione della neutralità. Esso è una chiamata alla decisione.

La pace cristiana non è l’assenza di lotta ma il frutto di una lotta attraversata fino in fondo. Non è l’equilibrio fragile di chi evita ogni tensione, ma la stabilità di chi ha scelto da che parte stare. In questa prospettiva, il cristiano è inevitabilmente un uomo in combattimento.

Non anzitutto contro altri uomini, ma contro tutto ciò che lo separa dalla verità: la paura, il compromesso, la menzogna, il peccato. È una battaglia interiore, spesso silenziosa, ma radicale. Una battaglia che chiede disciplina, vigilanza, sacrificio. Una battaglia che non ammette neutralità.

La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto questa dimensione. Non a caso ha parlato di “milizia spirituale”. Non a caso ha rappresentato il combattimento contro il male con immagini forti, concrete, persino belliche.

Basti pensare alla figura di Michele Arcangelo, che nella visione biblica è posto a guida della lotta contro le potenze del male. Non è un simbolo di aggressività, ma di ordine, di fedeltà, di opposizione radicale a ciò che distrugge. È l’immagine di una pace che passa attraverso la lotta – non attraverso la sua tolleranza – per giungere alla vittoria sul male.

Il cristiano è chiamato a partecipare a tale dinamica. Esso non può limitarsi a evitare il male: deve combatterlo. Prima dentro di sé, poi nella realtà che lo circondano, secondo la propria vocazione e responsabilità.

Questo non significa cedere alla violenza. Significa rifiutare l’indifferenza.

C’è una forma di pace che è, in realtà, resa. È la pace di coloro che rinunciano a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, pur di non entrare in conflitto. È una pace apparente, costruita sul silenzio della coscienza. Ed è esattamente questa pace che il cristianesimo non può accettare.

Cristo non ha mai promesso una vita senza scontri. Ciò che promette è una verità per cui vale la pena affrontarli.

Egli non è un pacifista secondo il senso moderno del termine. Non evita la Croce: la attraversa. Non elimina il conflitto: lo porta a compimento, trasformandolo in luogo di redenzione. Non scende a compromessi con il male: lo vince.

Per questo la pace che offre non è fragile come quella del mondo. È una pace conquistata, non concessa. Una pace che nasce da una libertà interiore che nulla può comprare.

In un mondo che identifica la maturità con l’adattamento e la saggezza con la rinuncia al conflitto, il cristiano è chiamato a testimoniare qualcosa di diverso. È chiamato a ricordare che esistono verità per cui vale la pena esporsi. Che esistono scelte che non possono essere rimandate. Che esistono battaglie che non si possono evitare senza perdere se stessi.

Non servono uomini aggressivi. Servono uomini liberi.

Uomini che non confondano la pace con la comodità. Uomini che sappiano restare fedeli anche quando questo comporta isolamento, incomprensione, perdita. Uomini che non cerchino lo scontro, ma che non lo fuggano quando è necessario.

Perché alla fine il cristiano non è colui che evita la battaglia. È colui che ha imparato per chi vale la pena combattere.


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