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di Red.

Prima di immergerci nella visione di Alex Karp e Palantir esposta in The Technological Republic, è doveroso mettere in guardia sui rischi che questa filosofia implica. L’idea di una “Repubblica Tecnologica” dove la tecnologia diventa il pilastro della sovranità statale e della difesa rischia di portare a una concentrazione di potere senza precedenti nelle mani di poche aziende private, a una sorveglianza di massa giustificata in nome della sicurezza nazionale, e a una progressiva militarizzazione della Silicon Valley che – almeno in linea di principio – potrebbe erodere le libertà più basilari e trasformare gli Stati in enti di sorveglianza high-tech. Karp minimizza questi pericoli, considerandoli minori rispetto alla minaccia di perdere la corsa strategica contro le cosiddette potenze autoritarie, ma è essenziale esaminarli con lucidità.

Il 18 aprile 2026 Palantir ha pubblicato un manifesto di 22 punti intitolato The Technological Republic. Firmato da Alex Karp e dal coautore Nicholas Zamiska, il documento non è una semplice nota aziendale: è un atto di accusa contro il vecchio consenso della Silicon Valley e, al tempo stesso, il programma politico-filosofico di una delle società di software più potenti al mondo. Il libro omonimo (The Technological Republic, febbraio 2025) ne costituisce la base teorica. Insieme formano una visione radicale e sorprendentemente organica: la tecnologia non è più uno strumento neutro, ma il nuovo terreno di scontro politico.

Questa visione affonda le radici nel pensiero di Peter Thiel, co-fondatore e mente politica di Palantir, che ha trasformato il pragmatismo informatico in una dottrina di sicurezza nazionale. Il nome stesso dell’azienda richiama questa ambizione: Palantir deriva dalle “Pietre Veggenti” dell’universo di Tolkien e significa, in lingua elfica, “Colui che vede da lontano”. Un riferimento alla capacità di osservare e prevedere eventi distanti.

1. La fine dell’illusione internazionalista

Per decenni la Silicon Valley ha ripetuto il mantra: «la tecnologia non ha confini». Vendere software, chip o algoritmi a chiunque pagasse era considerato un atto di progresso globale. Karp lo definisce senza giri di parole un «pericolo mortale». Le aziende nate “in democrazia” – e che hanno prosperato grazie alla protezione delle “democrazie” – avrebbero un “obbligo morale”, ovvero quello di scegliere una parte. La neutralità tecnologica non esiste: equivale a complicità con quelli che chiama regimi autoritari. Chi fornisce IA avanzata alla Cina o a qualunque attore “illiberale” starebbe di fatto armando il futuro avversario. Il vecchio paradigma del “globalismo commerciale” è finito. Il nuovo imporrebbe un allineamento esplicito con “l’Occidente democratico”. Inutile dire che, a fianco di riflessioni realistiche, molte etichette usate sono ideologiche.

2. L’Intelligenza Artificiale come grande equalizzatore strategico

Karp non parla di IA come di un tool per aumentare la produttività. La vede come il nuovo «terreno nucleare» del XXI secolo. La domanda non è se verranno costruite armi a IA, ma chi le costruirà e a quale scopo. “L’Occidente” rischia di perdere la corsa non per mancanza di talento, ma per eccesso di burocrazia etica e regolamentazione. Mentre Pechino procede senza freni, Washington e Bruxelles discutono di bias e di pause di sicurezza. Il ritardo occidentale, per Karp, è il vero rischio morale: lasciare che siano i “sistemi illiberali” a dettare le regole algoritmiche del futuro significa consegnare il mondo.

Palantir non propone IA teorica. Propone software capace di processare trilioni di dati in tempo reale, di individuare minacce prima che diventino fisiche, di trasformare la guerra in un confronto di velocità e precisione. L’IA non è un lusso etico: è deterrenza.

3. La Repubblica Tecnologica: sovranità come densità tecnologica

Il cuore della visione è il concetto stesso di Repubblica Tecnologica. La forza di uno Stato non si misura più soltanto dalla grandezza dell’esercito o dal PIL, ma dalla “densità tecnologica” delle sue istituzioni. Uno Stato leggero e potente: burocrazia ridotta, dati integrati, decisioni rapide basate su evidenze reali e non su procedure. Il software diventa lo strumento costituzionale del XXI secolo. Non più un accessorio, ma l’architettura stessa del potere.

In questo modello Palantir non si presenta come semplice vendor: si candida a essere l’architetto. I suoi sistemi (dal Gotham al Foundry) sono pensati per rompere i silos informativi che paralizzano i governi, per consentire interoperabilità tra agenzie senza perdere il controllo sovrano sui dati. Lo Stato resta proprietario delle informazioni sensibili; il software privato sarebbe solo il motore.

4. “Realismo” contro élite disconnesse

Il manifesto contiene una critica feroce verso l’élite intellettuale e accademica occidentale. Karp accusa parte delle università e delle culture “regressive” di aver perso il contatto con la realtà materiale della difesa nazionale. Psicologizzazione della politica, intolleranza verso chi costruisce, odio per l’industria militare. In contrapposizione Karp invoca una nuova classe di «ingegneri-patrioti» che vedano nel codice una forma di servizio pubblico, paragonabile a quella di un magistrato o di un ufficiale.

5. La ridistribuzione del rischio: basta con le guerre dei poveri

Il punto più radicale del manifesto è il sesto: Karp propone di reintrodurre una forma di servizio nazionale universale. Non necessariamente solo in trincea, ma anche nella difesa cibernetica, nell’intelligence o nel servizio civile tecnologico. L’obiettivo è chiaro: impedire che le élite dirigenziali possano dichiarare guerre “pulite” e remote mentre le classi meno abbienti pagano il prezzo umano. La tecnologia rende la guerra più distante per chi decide; proprio per questo serve un meccanismo che rimetta tutti in gioco. Solo così si riduce la polarizzazione interna e si rafforza la coesione nazionale.

È una proposta che spacca, ma (a modo suo) coerente: se la Repubblica Tecnologica vuole essere democratica, deve essere anche repubblicana nel senso classico – tutti partecipano (più o meno volontariamente), tutti rischiano. Una sorta di rivoluzione francese 4.0.

6. Architettura del software come sovranità

Infine, l’aspetto più operativo. Il software deve essere costruito secondo principi di interoperabilità e sovranità. Sistemi aperti ma sicuri. Teoricamente nessun monopolio privato sui dati di Stato. Palantir promuoverebbe un modello in cui le agenzie governative possono collaborare senza perdere il controllo: il privato fornisce la piattaforma, lo Stato mantiene la proprietà e la governance dei dati. È la traduzione pratica di tutta la filosofia: la tecnologia non sostituisce lo Stato, lo potenzia. Anche qui: i rischi che balzano all’occhio sono una legione.

Vecchio vs Nuovo Paradigma

TemaVecchio Paradigma (Silicon Valley classica)Nuovo Paradigma (Palantir / Karp)
PoliticaGlobalismo e neutralità commercialeAllineamento esplicito con “l’Occidente”
DifesaDistacco o scetticismo verso contratti militariSoftware come spina dorsale della difesa
Etica IAPriorità ai freni e alla regolamentazione globalePriorità allo sviluppo rapido per vantaggio strategico
CittadinanzaIndividualismo e carriera nel techServizio nazionale e responsabilità verso lo Stato

Conclusioni: un attore politico-filosofico

Palantir non si nasconde dietro la formula «siamo solo una software house». Con The Technological Republic Karp e il suo team si candidano apertamente a ridefinire il rapporto tra tecnologia e potere.

I rischi restano però concreti e non marginali: chi controlla l’architettura tecnologica dello Stato controlla di fatto le leve del potere. Una sorveglianza pervasiva, una dipendenza strutturale dalle piattaforme private e una possibile deriva autoritaria “democratica” sono scenari reali, anche se Karp li liquida come inevitabili costi del “realismo”.

In un’epoca di guerre ibride, IA generativa e competizione sistemica con la Cina, la visione di Palantir non è solo una proposta aziendale: è una proposta di “civiltà”, con tutte le virgolette del caso. La Repubblica Tecnologica non sarebbe un futuro possibile. Per Karp è l’unico futuro che gli Stati del cosiddetto “Occidente” possono permettersi se vogliono restare tali. Resta però al lettore valutare se questo futuro sia davvero compatibile con la sua visione del mondo.

In un mondo in cui l’interdipendenza è portata all’estremo – dove le merci a bordo di un cargo possono cambiare proprietario anche venti volte durante la navigazione – l’intero sistema globale poggia su una fragilità strutturale cronica. Questa estrema volatilità, unita a un’ipoteca tecnologica sempre più invasiva, rende l’equilibrio intrinsecamente instabile.

Al di là delle scelte strategiche dei singoli Stati, l’esistenza stessa di attori privati dotati di una potenza tecnologica così pervasiva e autonoma appare già di per sé profondamente minacciosa. La capacità di queste repubbliche tecnologiche di gestire i flussi dati e logistici su una scala che trascende i confini nazionali solleva interrogativi inquietanti. Il rischio concreto è che il potere di indirizzo globale non appartenga più ai governi, ma scivoli definitivamente nelle mani di una ristretta élite tecnocratica, capace di muoversi più velocemente dei controlli pubblici.

Viste le conventicole che da secoli lavorano nell’ombra, e che gestiscono come burattini parlamentari e governanti, non sarebbe un inedito assoluto.


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