Dalla Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea:
Quindi, quando la dottrina di Dio ebbe illuminato i Romani con la sua venuta, la forza e la potenza di Simone [Mago], insieme al suo stesso autore, furono in breve tempo estinte e cancellate. Ma un tale splendore di verità rifulse nelle menti di coloro che avevano ascoltato Pietro, che non ritennero sufficiente averlo udito una sola volta, né si accontentarono della dottrina celeste tramandata a voce senza alcuno scritto; ma pregarono con insistenza Marco, seguace di Pietro (il cui Vangelo esiste ancora oggi), affinché lasciasse loro un monumento scritto di quella dottrina che avevano ricevuto per udito. E non desistettero prima di aver convinto l’uomo, e così divennero la causa della scrittura di quel Vangelo che è detto “secondo Marco”. Si dice che Pietro, avendo saputo ciò per rivelazione dello Spirito Santo, si rallegrò per lo zelo di quegli uomini e approvò quel libro con la sua autorità affinché, da quel momento in poi, fosse letto nelle chiese. Ciò viene riferito da Clemente[1] nel sesto libro delle Istituzioni; gli fa eco come testimone anche il vescovo Papia[2]. Dicono inoltre che Marco venga menzionato da Pietro nella sua prima Epistola, che sostengono sia stata scritta a Roma; e che Pietro stesso lo lasci intendere chiamando figuratamente Roma “Babilonia” con queste parole: «Vi saluta la Chiesa che è in Babilonia, eletta da Dio come voi, e Marco, mio figlio». [3]
Riguardo a Marco, Papia dice queste cose: “Quel presbitero [Giovanni] diceva anche: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse accuratamente tutto ciò che ricordava, sebbene non avesse esposto in ordine le cose che erano state dette o fatte dal Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né lo aveva seguito, ma successivamente, come ho detto, si era accompagnato a Pietro; il quale adattava i suoi insegnamenti alle necessità degli ascoltatori, ma non con l’intento di fare una narrazione sistematica dei discorsi del Signore. Perciò Marco non commise alcun errore nello scrivere alcune cose così come le richiamava alla memoria. Di questo solo infatti si dava premura: di non tralasciare nulla di ciò che aveva udito e di non inserire nulla di falso in esse”. [4]
Il Vangelo di Marco, invece, fu scritto [secondo Clemente Alessandrino] in questa occasione: dopo che Pietro ebbe predicato pubblicamente la parola di Dio nella città di Roma e, ispirato dallo Spirito Santo, ebbe proclamato il Vangelo, i molti che erano presenti esortarono Marco — in quanto seguace di Pietro da lungo tempo e memore delle sue parole — a mettere per iscritto ciò che era stato predicato dall’apostolo. Marco dunque compose il Vangelo e lo consegnò a coloro che glielo avevano richiesto. Quando Pietro lo venne a sapere, non proibì affatto che la cosa fosse fatta, né vi diede particolare incitamento. [5]
Il Vangelo di Marco quindi fu scritto a Roma verso il 50 d.C. e la sua circolazione era tale che noi troviamo alcuni rimandi ad esso nel Satyricon di Petronio Arbitro.
- Clemente Alessandrino (c. 150 – 215 d.C.), teologo e filosofo egiziano, è una figura centrale nel opera di conciliazione tra fede cristiana e filosofia greca. ↩︎
- Papia (c. 70 – 163 d.C.), discepolo dell’Apostolo ed Evangelista san Giovanni, Vescovo di Gerapoli (nell’odierna Turchia), è considerato uno dei Padri Apostolici. La sua opera principale, l’Esposizione dei detti del Signore, è andata perduta, ma i frammenti conservati dallo storico Eusebio di Cesarea sono fondamentali per la storia dei Vangeli. ↩︎
- Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, II, 15-16, PG XX, cc. 171-174. ↩︎
- Ivi, III, 39, PG XX, 299-300. ↩︎
- Ivi, VI,14. PG XX, 551-552. ↩︎
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