Dall’ottimo CREDERE, SPERARE, COMBATTERE di Ferdinand Brunetière, Jean Baptiste Saint-Jure, Padre Angelo Zacchi et al. (cit. da Dio. La negazione e l’affermazione, di P. Zacchi) presentiamo questo estratto, molto utile per i tempi che viviamo.
7. Quello che resta a fare per il momento.
Come rimediare alle lamentate deficienze della cultura religiosa; come elevarne il livello tra gli studiosi e le persone colte? Portando il rimedio là dove è la radice del male, eliminandone le cause.
Dobbiamo combattere l’indifferenza che si ha per le questioni religiose, e favorire con tutti i mezzi quel risveglio della coscienza religiosa, che, come ho accennato in principio, si va delineando nelle alte sfere intellettuali.
Dobbiamo principalmente combattere, a mezzo della stampa e della scuola. Si moltiplichino, o si migliorino i giornali e le riviste, e soprattutto si pubblichino dei buoni libri. Tutti coloro che sono in grado di affrontare il giudizio del pubblico, dovrebbero scrivere dei buoni libri, con gli intenti pratici da me indicati; dei libri chiari, semplici, attraenti, degni di uscire dalle mura dei conventi e dei seminari, capaci di forzare la porta anche degli ambienti più ostili. Non basta contentarsi della sostanza, bisogna curare pure la forma.
Le esigenze del pubblico sono cresciute, e non si possono dimenticare, sotto pena di ostracismo. Però i laici dal canto loro dovrebbero fare a questi libri di cultura religiosa quell’accoglienza che meritano, e non trattarli con la ingiustizia e la diffidenza che spesso si usa loro per un deplorevole pre-giudizio. Non tutti i libri cattolici sono capolavori, sia per la dottrina, sia per la lingua e lo stile; ma quanti libri assai inferiori, perché usciti da penne ostili alla religione, trovano lettori, mentre ci si rifiuta ostinatamente di aprire i primi. Basta che il libro porti il nome di qualche paladino dell’ateismo o del confusionismo religioso, perché si batta subito le mani; basta che porti quello di un credente sincero, perché si faccia subito la congiura del silenzio, o si levi il coro della disapprovazione.
Quando E. Boutroux tenne in Roma un breve corso di conferenze sui rapporti tra scienza e religione, volli anch’io essere tra gli uditori, più che per conoscere le sue idee, già a me note, per la curiosità di vedere quale impressione il suo dire avrebbe fatto sulla folla un po’ eterogenea, che era accorsa ad ascoltarlo. Egli fu ascoltato dal numerosissimo uditorio con intensa attenzione, con religioso silenzio, con un’attitudine che rassomigliava ad una specie di rapimento. Pareva che l’oratore parlasse un linguaggio nuovo, peregrino, mai udito dal pubblico. Eppure, lo scrittore francese usò un linguaggio distinto, e fino sì, ma piano e semplice, come lo avrebbe usato in una conversazione o in una lezione. A parte alcune sue idee particolari, molto vaghe e imprecise, non disse nulla di nuovo, nulla che non fosse ripetuto da anni e anni nelle nostre disprezzate università religiose. E io pensavo con amarezza all’accoglienza che quel pubblico avrebbe fatto ad un sacerdote, che fosse venuto a dire le stesse cose, e magari anche in forma più elevata ed eloquente di quella usata dall’immortale! Ma che farci? E. Boutroux, oltre ad essere un immortale, era uno dei più eminenti rappresentanti del pensiero religioso indipendente, e questo ultimo titolo, per i gusti strani di un certo pubblico, valeva più di tutti i titoli accademici.
Oltre che per mezzo della stampa, dobbiamo lottare, ho detto, per mezzo della scuola. Malgrado i risultati negativi, non dobbiamo mai stancarci di stimolare e spingere lo Stato ad adempiere il suo dovere, dando alla cultura religiosa quel posto che le compete nei programmi scolastici. Finché però non avremo raggiunto un tale scopo, occorre guardare in faccia il presente, approfittare delle concessioni dell’attuale legislazione, e fidare sulle forze e sulle iniziative private. Se non possiamo avere delle università cattoliche o delle facoltà teologiche, nessuno ci impedisce di entrare nelle università statali e di farvi valere, sia pure in misura limitata, i diritti della nostra fede. Tutti quei laici che sono ricchi d’ingegno e di buona volontà, e non sono, grazie a Dio, pochi, dovrebbero arditamente conquistare le cattedre universitarie con le libere docenze, in attesa che il loro valore s’imponga e sia resa al merito quella giustizia che i pregiudizi settari vorrebbero negargli. Qualunque siano le materie da essi scelte, potrebbero, volendo, giovare immensamente alla causa della verità. E anche fuori dell’ambito universitario molto si può fare, fondando scuole superiori di religione, o dando maggiore sviluppo a quelle già esistenti presso i vari circoli ed istituti cattolici. Non basta però che in queste scuole si tengano di quando in quando delle conferenze religiose; è necessario, inoltre, che si abbia un insegnamento organico e completo delle cose più importanti della religione. Non basta neppure che le lezioni vengano tenute regolarmente e con un programma d’insegnamento pienamente corrispondente alle finalità delle scuole medesime; è necessario soprattutto che le lezioni siano frequentate, e che i giovani le ascoltino con quell’interessamento che mettono nell’ascoltare le lezioni dei corsi scolastici obbligatori. Che se tutto si riducesse, come accade troppo spesso, ad un fervore momentaneo, ad un entusiasmo fittizio di poche settimane, il fine di queste necessarissime istituzioni verrebbe pienamente frustato.
Né si venga a scusarsi, come si fa di frequente, con la mancanza di tempo, causata dalla molteplicità delle occupazioni o dalla difficoltà delle materie di studio nei corsi obbligatori. La mancanza di tempo è un pretesto tutt’altro che serio. Per i divertimenti il tempo non manca; non manca per le conversazioni più sciocche, per le amicizie più pericolose, per le letture più frivole e malsane. Come dunque parlare di mancanza di tempo, quando si tratta di una occupazione così alta e così nobile, di uno studio tanto indispensabile, dal quale dipendono spesso gli interessi supremi della fede? Ah, non è degno di un uomo dare l’ultimo posto ai supremi interessi spirituali! Non è degno di un credente dare l’ultimo posto al tesoro prezioso della sua fede; trovare il tempo per tutte le cose, e non trovarlo per la scienza di Dio!
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