di Luca Fumagalli

Tra tutti i romanzi dell’inglese George Orwell, quello in cui il tema religioso emerge con maggior evidenza è senza ombra di dubbio La figlia del reverendo (1935). L’autore si dilunga sui dissapori che intercorrono tra le varie confessioni e con piglio satirico descrive l’ampio ventaglio delle offerte “spirituali” che si concentrano nella piccola Knype Hill, dove convivono un reverendo anglicano, un parroco cattolico, un ministro congregazionalista, un pastore wesleyano «e il dignitario dalla testa calva e dalla voce sgangherata che capeggiava orge nella cappella di Ebenezer». Né meno curiose sono le divergenze in seno allo stesso anglicanesimo, con il padre della protagonista, tipico clergyman della “Chiesa alta”, che deve fare i conti con le tendenze marcatamente protestanti dei suoi fedeli, o con Victor, maestro di scuola, il cui zelo anglo-cattolico lo porta ad attaccar briga con chiunque. E tra i derelitti in Trafalgar Square vi è anche un ex canonico, cacciato dal suo ufficio per aver messo incinta una ragazza. Nell’universo descritto dal romanzo sono rimasti in pochi a credere davvero in qualcosa e la Chiesa d’Inghilterra non si mostra troppo diversa da una convenzione sociale o da un ufficio di collocamento per chi non trova un’occupazione migliore (sin da ragazzo Orwell ironizzava sui lauti guadagni dei sacerdoti, arrivando a descrivere provocatoriamente e maliziosamente la crocifissione come «l’evento più redditizio e sfruttato nella storia»).

La verve corrosiva nasconde al fondo la preoccupazione orwelliana «di venire a patti con l’assenza di Dio». Allevato in ambiente anglicano, per un periodo regolare frequentatore di chiese e sorprendentemente ben informato sulle controversie spirituali più recenti, la posizione dello scrittore era quella paradossale di un non credente perplesso per la diminuzione dell’influenza culturale esercitata dal cristianesimo. Ne La figlia del reverendo, ad esempio, si suggerisce come la Chiesa rimanga un luogo accogliente anche se non si crede in ciò che viene predicato dal pulpito; pure in un articolo su Baudelaire scritto nel luglio del 1934 per l’Adelphi, Orwell sostenne che a volte è facile percepire più vere e reali cose come il peccato e la redenzione a confronto dei proclami di certo umanitarismo laico; e sulla medesima scia finì per criticare anche il romanzo Il nocciolo della questione, accusando Graham Greene di considerare l’inferno «una specie di night club di lusso».

In generale, non fu mai particolarmente tenero nei confronti del cattolicesimo, anche se nel 1932, recensendo per il «New English Weekly» il volume The Spirit of Catholicism di Karl Adam, ammise che «davvero poche persone, a parte gli stessi cattolici, sembrano aver compreso che la Chiesa sia da prendere sul serio». Al di là di un incontro inconcludente con il gesuita C. C. Martindale, stimato apologeta, che quantomeno rivela la sua disponibilità al confronto, Orwell continuò a rimanere sospettoso nei confronti della Chiesa di Roma, giungendo a considerare la sua ortodossia null’altro che una forma di controllo mentale.

Simile astio lo dimostrò pure verso i protestanti estremisti, i quali, come svelano i capitoli de La figlia del reverendo ambientati a scuola, fanno la figura dei bigotti e degli sciocchi.

Solo per la Chiesa d’Inghilterra, quantunque imperfetta, conservò dell’affetto, inglobando anch’essa all’interno della sua retorica sulla decency, ossia quel buon senso – e buon gusto – che per lo scrittore era tipico di certa classe media. Lui stesso, del resto, si sposò e volle essere seppellito con rito anglicano.

Durante la Seconda guerra mondiale la progressiva erosione del cristianesimo la associò invece all’ascesa dei totalitarismi. Sebbene dichiaraase che la religione fosse da abbattere quando concorreva a preservare le diseguaglianze sociali, Orwell riconosceva come il dilagante culto del potere fosse legato «alla convinzione dell’uomo moderno che la vita qui e ora sia l’unica vita che ci sia». Uno dei sottostesti di 1984 (1949) è proprio il presunto bisogno di dare corpo a una morale laica che incoraggi uomini e donne a comportarsi correttamente, aggrappandosi agli insegnamenti del cristianesimo senza per questo mettere in mezzo speculazioni metafisiche o atti di fede.



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