di Piergiorgio Seveso
“Ciao Giada, scusami con Renè e Chilone ma questa sera ho promesso a mammà
di andare dalla principessa Altoprati, c’è una riunione per lo scisma Lefebvre”
(Giovanni Catalan Belmonte da I Nuovi mostri)
In una giornata come questa ove la Chiesa e tutto l’universo mondo commossi si fermano dinanzi alla Croce ove Cristo è innalzato e trafitto, sarebbe quasi doveroso fermarci anche noi ma ahimè la Passione della Chiesa non conosce requie e le forze della sovversione sono sempre operative e “produttive” di nuovi flagelli.
Per questo mi pare giusto ritornare con la mente per un istante in questa rubrica ai “Terzi stati generali della Tradizione” che si terranno a Reggio Emilia il 25 aprile 2026.
In qualche ambiente ozioso del web si disse e si scrisse senza rossore, con la stessa improntitudine con cui si vergano scritte sui muri dei bagni pubblici, che il nostro convegno sarebbe una specie di “salotto”, quasi per dipingerlo come luogo di piccole vanaglorie, chiacchiere civettuole, meschine pose e inconcludenti proclami.
In realtà, proprio per evitare i gargarismi e l’espettorazioni da social network, abbiamo dato tre anni fa ai nostri convegni una forma più solenne di “Stati generali” che richiama anche nel nome l’ordinata società dell’Antico regime.
Ognuno presenta responsabilmente il proprio contributo analitico sulla vastità e sull’intensità della Crisi che stiamo vivendo e se è certo che accenti e coloriture non mancano, comune è sempre la nitida percezione della gravità dell’ora che stiamo vivendo, lontana però dalla disperazione autolesionistica di alcuni, dalla faciloneria restaurazionistica di altri, dall’ottimismo imbelle e dissennato di altri ancora.
Ben lungi dal dare il nostro contributo al chiacchiericcio liberal-democratico (di cui peraltro si “festeggia” civilmente la festa proprio quel giorno) e al congressismo inconcludente, non vi sono dichiarazioni comuni e nemmeno proclami caricaturali e squille “fedeli” di riscossa. In tempi tanto grami, in mezzo alle paludi dell’opinionismo berciante da mercato rionale, guardare compostamente e fermamente in faccia la Realtà è già un atto di coraggio, un contributo qualificato alla vita cattolica di ognuno.
Proprio per evitare che alla Cattedra, si sostituiscano però gli sgabelli di un “santonismo” di ritorno, le voci sono molte e diverse e parlano in tempi ordinatamente contingentati, evitando ai nostri relatori le pose, le verbosità compiaciute, le liturgie e la manfrine sonnolente di principati in disuso, tipiche di altri ambienti.
Quindi siamo ben lontani dai salotti (sia quelli “patriottici” della contessa Maffei che quelli “reazionari” della principessa Altoprati, per non parlare di quelli alla Finché c’è guerra c’è speranza) ben più frequentati da conservatori in blazer che da operosi integristi.
Più che un salotto quindi, ci troviamo di fronte ad un ricco arsenale (non quello funesto del buon Peppone) ma una gioiosa santabarbara apologetica dove trarre nuovi argomenti per combattere, nuove ogive da lanciare verso il nemico soverchiante, nuove riflessioni per ricostruire e restaurare, nel modo migliore possibile, tra le MACERIE del cattolicesimo romano.
Perchè ciò che è avvenuto nel triennio 1962-65 (e ovviamente nei decenni successivi) non abbia mai più a ripetersi nella storia della Chiesa cattolica.
Santa Madre, deh, voi fate
Che le piaghe del Signore
Siano impresse nel mio cuore.

Imm. in ev. di Pub. Dom. da https://it.wikipedia.org/wiki/Finch%C3%A9_c’%C3%A8_guerra_c’%C3%A8_speranza#/media/File:Finch%C3%A9_c’%C3%A8_guerra_c’%C3%A8_speranza.png
