di Andrea Giacobazzi
Treni (quasi) persi
Lo dico in punta di piedi, senza pretese da grillo parlante: nei più di vent’anni di frequentazione del «tradizionalismo» credo di aver assistito ad almeno due treni presi già in movimento, con un recupero di ritardo obbligato e spesso problematico: internet e i social.
Chiarisco che la vita online non mi fa sognare. A parte eccezioni, non aggiorno il mio ex profilo Facebook da più di 11 anni, idem su quello di X. Non sono nemmeno entusiasta del gasolio a quasi 2 euro il litro ma la realtà è lì da vedere e non posso cambiarla brontolando, fingendo che non esista o costruendone una immaginaria.
Internet e i suoi derivati non sono strumenti neutri – e hanno mille problemi – ma sono parte del mondo d’oggi. Chi pensava di risolvere il problema scomunicandoli, ha dovuto poi correre per ricavarsi uno spazio minoritario a giochi fatti.
Certo: tra le minacce principali ci sono l’alienazione per via digitale, la dematerializzazione delle relazioni, la trasformazione della militanza cattolica in like. L’equilibrio da mantenere è delicato, si sa. D’altro canto, va detto che tutto questo ha dato anche opportunità di apostolato: poco dopo che Radio Spada inaugurò le sue attività online, non mancarono quelli del faccio a meno di internet (che due minuti dopo chiedevano aiuto per una ricerca su Google, per una notizia dell’ultim’ora e via discorrendo) o i benaltristi che – principalmente per ragioni ideologiche – iniziarono a sventolare lo slogan «più preghiera, meno tastiera». Come se le due cose non potessero andare insieme e soprattutto come se per scrivere le loro intemerate non fossero costretti a usare un computer vedendosi ribaltata la medesima accusa. Cosa che prontamente fu fatta.
Insomma: ci vuole buon senso e prudenza. Ma oggi non siamo di fronte a un passaggio storico della dimensione di quelli citati – pur importanti. Abbiamo davanti un cambio di paradigma di altra portata: prima lo si capisce meglio è. Soprattutto va compreso che qui l’esperimento non è surrogabile, come in passato, dallo slancio di qualche amico.
Possiamo non occuparci dell’IA ma l’IA si occuperà di noi
L’intelligenza artificiale – già il nome è inesatto, ma non è il tema dell’articolo – sta ridisegnando la società contemporanea, muovendosi a una velocità che rende le istituzioni classiche e gli Stati strutturalmente incapaci di reagire in tempo utile. Non si tratta solo di rapidità tecnica: il vero divario è tra i cicli di innovazione – che si misurano in mesi – e quelli legislativi, contrattuali ed elettorali, che si misurano in anni. Questa asimmetria di ritmo è un fatto.
Se in campo medico, militare e amministrativo l’IA accelera diagnosi, logistica e burocrazia, il rovescio della medaglia è una profonda trasformazione del mercato del lavoro che minaccia non solo le mansioni manuali, ma anche professioni intellettuali come copywriter, traduttori e operatori del servizio clienti. Vale però una distinzione: non si tratta sempre di sostituzione netta, ma spesso di ricomposizione – i lavori cambiano forma prima di sparire, e le evidenze empiriche attuali mostrano uno scenario più ambiguo di quanto la narrativa dominante suggerisca. Questo non attenua la portata del fenomeno, ma impone onestà nella diagnosi.
La spinta all’automazione è alimentata da una trasformazione radicale dei giganti del tech, che stanno abbandonando i vecchi motori di ricerca per trasformarsi in agenti IA autonomi e multimodali (ovvero capaci di integrare testo, immagini, voce e dati). Sistemi come le AI Overviews di Google elaborano e utilizzano le informazioni in tempo reale, rispondendo direttamente all’utente attraverso interfacce dinamiche e azzerando la necessità di cliccare sui link esterni.
Questo nuovo paradigma sta scardinando la tradizionale distribuzione del traffico web e il mondo dei media, condannando all’obsolescenza l’informazione generica. I contenuti standardizzati scritti in ottica SEO (Search Engine Optimization, cioè contenuti ottimizzati per i motori di ricerca), la cronaca lineare, e altri dati – meteo, orari, prezzi – vengono assimilati e sintetizzati direttamente dagli algoritmi, distruggendo il valore economico delle fonti che li maneggiano. Tutto ciò che è facilmente computabile e ripetibile viene assorbito dalle piattaforme centralizzate di intelligenza artificiale.
C’è però un aspetto strutturale che questo scenario trascura spesso: il valore non si redistribuisce al mercato, ma si concentra in pochissimi attori privati. Chi controlla le piattaforme AI centrali finisce per fare da intermediario unico tra il contenuto e l’utente, accumulando un potere informativo (e non solo informativo) senza precedenti.
Due conti
Siamo in un’epoca nella quale il patrimonio amministrato da certe compagnie finanziarie (ad esempio Pimco) supera il PIL della stragrande maggioranza degli Stati. Ma non è solo la quantità che ci deve impressionare: la fluidità del mondo che ci circonda, l’interconnessione dei vari attori economici ci mette nel centro di un vortice del quale nemmeno percepiamo il turbinare. Ci sono cargo salpati da un porto che, da quando ho scritto l’articolo a quando avrete finito di leggerlo, avranno visto le merci trasportate cambiare di proprietario decine di volte: il passaggio di intestazione della polizza di carico avviene con un clic su piattaforme di trading algoritmico a Londra, Singapore o New York e la merce può essere venduta e ricomprata mentre la nave sta ancora navigando a 15 nodi nell’Oceano Indiano.
Con tutto questo l’IA c’entra moltissimo. E si stima che il suo settore (profondamente energivoro e consumatore d’acqua) entro il 2027 assorbirà l’equivalente elettrico di una nazione come l’Argentina. Per non parlare del tema del controllo dei chip, soggetti a liste d’attesa globali e restrizioni governative all’export. Chi controlla i chip, controlla la «vita algoritmica».
Questa settimana i giornali hanno annunciato che Anthropic vale quasi mille miliardi di dollari, quasi un trilione. E Anthropic è la “mamma di Claude”, il cui co-fondatore ha presentato l’enciclica Magnifica Humanitas di fianco a Leone XIV. Sono dati da capogiro ma ci danno la cifra di cosa sia in gioco.
E noi?
In questo scenario di asimmetria si aprono però opportunità reali per chi opera in aree che l’IA non può replicare facilmente, almeno per ora. Insomma, sembra crescere il valore dell’estrema unicità: testate specializzate e comunità verticali capaci di produrre inchieste, analisi profonde e visioni che nessun modello può sintetizzare perché non esistono da nessuna altra parte. Qui non sto parlando solo del fatto che l’IA non sarà mai umana perché l’anima dell’uomo è capace di operazioni immateriali che comprovano la sua natura spirituale e irriducibile alla corporeità (vedere L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, di Padre Angelo Zacchi O.P.), sto dicendo che nella misura in cui siamo più autenticamente non riproducibili dalle macchine, siamo meno raggiungibili e abbiamo spazi concreti in più. C’è poi il tema dell’effetto negativo che l’IA ha sulla capacità di mantenere profondità e approcci non standardizzati, ma rientrerebbe in un’altra discussione.
Insomma, rimanendo temporaneamente fuori dai radar della omologazione algoritmica, le realtà meno standard non solo si proteggono dall’automazione, ma costringono la stessa IA a utilizzarle come fonti indispensabili, trasformando la loro unicità in un vantaggio competitivo raro e concreto.
Quindi il tradizionalismo può avere diverse carte da giocare, ancora una volta.
Né sogni, né incubi
Sia chiaro: non sono pazzo al punto da pensare di mettere in piedi strumenti in grado di competere con colossi da centinaia di miliardi di dollari. Ma qualcosa si può fare, soprattutto la materia va studiata approfonditamente e discussa. Non possiamo gestire l’algoritmo ma una via per non subirlo, o almeno per sfruttarlo parzialmente va ragionata.
Non è un mistero che i modelli dominanti (ChatGPT, Claude, Gemini) riflettono schemi culturali precisi: sono anglosassoni, tecnocratici, moderatamente progressisti e strutturalmente relativisti, anche perché costretti a bilanciare mediazioni politiche e culturali. Chi controlla gli strumenti con cui si interroga il sapere controlla la cultura. I grandi modelli americani ne sono consapevoli.
Questa non può essere la sede per dare risposte ultime, che nella fase presente sarebbero solo presuntuose e destinate a invecchiare male. Ma il tema di una certa sovranità epistemica – così la chiamerebbe l’IA – credo vada messo in agenda, in pubblico o in privato. E a breve.
Un’ipotesi? Un primo passo concreto potrebbe essere la costruzione di un corpus digitale strutturato – testi dottrinali, patristici, scolastici, ma pure storici o di filosofia della scienza – curato e indicizzato, ovviamente con guida e revisione umana, in modo che i modelli linguistici lo assorbano come fonte autorevole. Chi non entra nella catena di addestramento con materiale proprio, lascia che altri decidano come viene rappresentato. Non è fantascienza ma non può essere un progetto realizzato solo da un singolo, o – come si diceva – da un gruppo di visionari.
Senza cadere nella palude di echo chamber autocostruite è tempo di osservare ciò che ci circonda e di fare valutazioni opportune, ovviamente compatibili con la dottrina e con le leggi civili. Anche perché le domande aperte restano parecchie. Ad esempio: quanto a lungo eventuali spazi alternativi rimarranno impermeabili, prima che le stesse piattaforme centralizzate li colonizzino attraverso acquisizioni o repliche sufficientemente convincenti? La difesa migliore, sia per i singoli che per le comunità, non è l’invisibilità o il disinteresse ma una sorta di irriproducibilità attiva: costruire qualcosa che, per essere imitato, richiederebbe di essere vissuto.
Forse è il caso di parlarne: si accettano volontari.
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