di San Roberto Bellarmino

Ora, per venire alla prova, cercheremo di dimostrare tre cose. Primo: che le Scritture senza le Tradizioni non sono state né semplicemente necessarie né sufficienti. Secondo: che si trovano Tradizioni apostoliche non solo riguardo ai costumi, ma anche riguardo alla Fede. Infine: per quale via possiamo essere certi delle vere Tradizioni.

Provo il primo punto a partire dalle varie epoche della Chiesa. Infatti, da Adamo fino a Mosè, vi fu nel mondo una qualche Chiesa di Dio e gli uomini onoravano Dio con Fede, Speranza e Carità e con riti esterni, come appare dalla Genesi dove vengono introdotti Adamo, Abele, Set, Enoc, Noè, Abramo, Melchisedec e altri uomini giusti; e da Agostino (libro XI della Città di Dio e seguenti), dove egli deduce l’esistenza della Città di Dio dall’inizio del mondo fino alla fine. Eppure, non vi fu alcuna Scrittura divina prima di Mosè, come appare sia perché, per consenso di tutti, Mosè è il primo scrittore sacro, sia perché nella Genesi non si fa menzione di una dottrina scritta, ma solo tramandata. In Genesi XVIII Dio dice: “Io so che Abramo comanderà ai suoi figli e alla sua casa dopo di sé di custodire la via del Signore”. Pertanto, per duemila anni la religione è stata conservata dalla sola Tradizione. Infatti, nel modo in cui quell’antica religione poté essere conservata senza Scrittura per duemila anni, così la dottrina di Cristo poté essere conservata senza scrittura per millecinquecento anni.

In seguito, da Mosè fino a Cristo, per altri duemila anni, esistettero sì le Scritture, tuttavia esse erano solo dei Giudei; le restanti genti, tra le quali pure vi era presso alcuni la vera religione e la Fede, usavano la sola Tradizione non scritta. Infatti, che oltre ai Giudei molti altri appartenessero alla Chiesa è evidente da Giobbe e dai suoi amici. Agostino, che afferma ciò costantemente. E nello stesso popolo di Dio, sebbene esistessero le Scritture, tuttavia i Giudei usavano più la Tradizione che la Scrittura, come appare da Esodo XIII: “Narrerai a tuo figlio in quel giorno dicendo: questo è ciò che fece il Signore ecc.”; Deuteronomio XXXII: “Interroga tuo padre ed egli te lo annuncerà, i tuoi anziani e te lo diranno”; Giobbe VIII: “Interroga la generazione passata e indaga diligentemente la memoria dei padri”; Giudici VI: “Dove sono le meraviglie che ci hanno narrato i nostri padri?”; Salmo XLIII: “Dio, con le nostre orecchie abbiamo udito, i nostri padri ci hanno annunciato l’opera che hai compiuto ecc.”; Salmo LXXVII: “Quanto ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, affinché lo conosca la generazione futura … e sorgano e lo narrino ai loro figli”; Ecclesiastico VIII: “Non ti sfugga la narrazione dei vecchi, poiché essi stessi hanno imparato dai loro padri”. Eppure l’autore dell’Ecclesiastico fu tra gli ultimi scrittori del Vecchio Testamento …

Inoltre, dall’avvento di Cristo per molti anni la Chiesa fu senza Scritture, tanto che ancora al suo tempo Ireneo scriveva che vi erano alcune nazioni cristiane che vivevano ottimamente con le sole Tradizioni senza Scrittura … [1]

In secondo luogo … se fosse stato nelle intenzioni di Cristo e degli Apostoli di limitare e restringere la parola di Dio alla sola Scrittura, per prima cosa Cristo avrebbe comandato apertamente una questione di tale importanza, e gli Apostoli avrebbero testimoniato in qualche luogo di scrivere per mandato del Signore, esattamente come in tutto il mondo insegnarono per mandato del Signore; ma di ciò non leggiamo nulla in alcun luogo. Inoltre, per quanto riguarda la predicazione a viva voce, gli Apostoli non aspettarono che si presentasse l’occasione o la necessità, ma procedettero di propria iniziativa e per loro stessa istituzione; al contrario, si applicarono alla scrittura solo se costretti da una qualche necessità. Eusebio (Storia Ecclesiastica, libro III, cap. 24) scrive che Matteo scrisse in quell’occasione perché, avendo predicato agli Ebrei e preparandosi ad andare tra le Genti, giudicò necessario lasciare a coloro che abbandonava fisicamente un memoriale della sua dottrina e predicazione; che Marco scrisse il Vangelo non di sua iniziativa, né per ordine di Pietro (di cui era discepolo), ma costretto dalle preghiere dei Romani (libro II, cap. 15)[2]; che Luca scrisse solo perché aveva visto che molti altri avevano presunto temerariamente di mettere per iscritto cose che non conoscevano perfettamente, affinché egli potesse distoglierci dalle narrazioni incerte degli altri (libro III, cap. 24) . Riguardo a Giovanni, Eusebio scrive nel medesimo luogo che egli predicò il Vangelo fino a tarda vecchiaia senza alcuna Scrittura, e Girolamo aggiunge (De viris illustribus) che fu infine costretto dai vescovi dell’Asia a scrivere il Vangelo a causa dell’eresia degli Ebioniti che allora sorgeva. Pertanto, se non fosse esistita l’eresia di Ebione, forse non avremmo il Vangelo di Giovanni, così come non avremmo gli altri tre se non si fossero presentate le suddette occasioni. Giustamente infatti scrive Eusebio che solo due dei dodici Apostoli scrissero un Vangelo, e che vi furono spinti da una certa necessità. Da ciò si conclude chiaramente che gli Apostoli, nella loro intenzione primaria, non pensarono a scrivere, ma a predicare il Vangelo

Non basta sapere che esiste una Scrittura divina, bisogna sapere quale sia. Come deduciamo dalla Scrittura che i Vangeli di Marco e Luca sono veri, e quelli di Tommaso e Bartolomeo falsi? La ragione direbbe di credere più a un libro che porta il titolo di un Apostolo che a uno che non lo porta. E come sapere che l’Epistola ai Romani è di Paolo, mentre quella ai Laodicensi (che circola ora) non lo è, sebbene entrambe portino il suo nome? Bisogna credere che il testo che leggiamo oggi sotto il nome di Marco sia quello vero e incorrotto scritto da lui; ciò non si può avere dalle Scritture. Gli Antichi testimoniano all’unanimità che non abbiamo altro modo di sapere che la Scrittura è divina e quali siano i libri sacri se non dalla Tradizione non scritta. Calvino insiste: “Il fondamento della Chiesa sono le Scritture dei Profeti e degli Apostoli (Efesini II), dunque non crediamo che le Scritture siano divine per tradizione della Chiesa, altrimenti la Chiesa sarebbe il fondamento della Scrittura”. Rispondo: L’Apostolo non dice che gli scritti sono il fondamento, ma gli Apostoli e i Profeti. Essi non solo scrissero, ma tramandarono a voce. Così, dalla parola degli Apostoli non scritta e tramandataci dalla Chiesa, riconosciamo quale sia la parola degli Apostoli scritta …

Non basta poter leggere la Scrittura, bisogna capirla. Spesso è ambigua e complessa. Ci sono due cose nella Scrittura: le parole scritte e il senso in esse racchiuso. Le parole sono come il fodero, il senso è la spada stessa dello spirito. Tutti possono leggere le parole, ma non tutti hanno il senso, né possiamo essere certi del senso in molti luoghi senza la Tradizione. Come dice Basilio: senza le tradizioni non scritte, il Vangelo è un “puro nome”, cioè solo parole senza senso

Infine, tutti gli eretici di oggi credono che “non vi è parola di Dio se non quella scritta”, ma questa affermazione non si trova in tutta la Scrittura. Il passo di Deuteronomio IV (“Non aggiungerete nulla alla parola che vi dico”) non li aiuta, perché Mosè non dice “alla parola scritta”, ma “alla parola che vi dico” (orale).

Ven. Cardinalis Roberti Bellarmini Politani S. J. opera omnia, Tomus I, Parisiis, 1870, pp. 200-204.

  1. Il Vangelo di Matteo, tradizionalmente considerato il primo, fu composto verso l’anno 40. ↩︎
  2. La Romanità del Vangelo secondo Marco ↩︎

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