Il compito di realizzare a Costantinopoli l’Unione tra Greci e Latini (sancita dal Consiglio di Firenze il 6 luglio 1439) fu affidato da Niccolò V al Cardinale Isidoro di Kiev. L’insegne prelato il 12 dicembre 1452 in Santa Sofia, alla presenza di Costantino XI Paleologo, proclamò solennemente, il ritorno del clero costantinopolitano all’unità della Chiesa Romana.  Durante l’assedio turco dell’anno seguente prenderà parte attiva alla resistenza. In occasione quindi dell’anniversario della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II (29 maggio 1453), fini di studio e approfondimento, offriamo in traduzione la lettera (PG 159, 953-956) che il porporato scrisse per annunciare a tutti i fedeli il funesto avvenimento.

ISIDORO,
CARDINALE RUTENO, VESCOVO DI SABINA, LEGATO PONTEFICIO,
A TUTTI I FEDELI IN CRISTO.

Ascoltate, genti tutte, ascoltate e porgete l’orecchio, voi che abitate il mondo. Ascoltate tutto questo, voi che abitate la parte fedele del globo, ministri, pastori e principi di tutte le Chiese di Cristo: e anche voi, re e principi cristiani tutti, e l’intero popolo del Signore insieme a tutti i religiosi. Ascoltate, dico, e vi sia noto che il precursore del vero Anticristo, principe e signore dei Turchi, servo di tanti demoni quanti sono i suoi vizi, il cui nome è Maometto [il sultano Maometto II], nemico della croce di Cristo, erede della colpa e del nome di quel primo pseudoprofeta e portatore della legge sporcissima degli Agareni, figlio di Satana il più scellerato di tutti: costui, trascinato dalle furie e dalla pazzia, ha sete del sangue dei Cristiani senza interruzione; né la sua sete può estinguersi dopo le loro innumerevoli stragi; ed è mosso da tanto odio contro Cristo e le sue membra, che si sforza di cancellare il Suo nome dalla terra; e se vede un Cristiano venirgli incontro, si ritiene da ciò insozzato, tanto che si lava gli occhi e la bocca, dichiarandosi prima immondo. Questo mostro così terribile e orrendo dunque, per demerito dei Cristiani e per giusto giudizio di Dio, avendo avuto il permesso di infierire e imperversare contro di loro, ha preso dopo un lungo assedio la città imperiale di Costantinopoli Nuova Roma, un tempo felicissima, ora miserrima e oppressa da ogni calamità; l’ha espugnata, spogliata di ogni bene e quasi distrutta. Chi (per usare le parole del profeta) darà acqua al mio capo e ai miei occhi una fonte di lacrime, affinché io possa piangere giorno e notte gli uccisi di quel popolo e i sacrilegi scelleratissimi perpetrati in quella cattura? Chi, ricordando tale orrore, non resterebbe stupefatto? Chi non diventerebbe letargico? Chi non ammutolirebbe per il dolore? Tuttavia non spiegherò tutte le enormità, affinché le orecchie pie non rifiutino di ascoltare: ma dalle pochissime riferite si pensino le altre. Questo nefando tiranno pieno di nomi di blasfemia, presa la città, dopo la decapitazione dell’imperatore con tutta la sua stirpe e nobiltà, condusse fuori dalla città moltissimi legati con manette di ferro e ceppi, e con i colli cinti da funi: i suoi soldati colpirono con molte ingiurie nobili, plebei, monaci e monache, maschi e femmine, illustri per virtù e condizione, trascinati via in modo vituperevole. Lì i Turchi trascinavano le persone alle contumelie come prostitute e le prostituivano in un lupanare; e agivano contro di esse in tal modo e in tale misura, quanto si farebbe con i bruti animali, e quali cose appena si potrebbe dire senza arrossire: separavano i fanciulli di entrambi i sessi dai genitori e mercanteggiavano su di loro separatamente per un prezzo; scannavano i neonati davanti ai loro genitori come agnellini; le madri venivano private dei figli e i nati delle madri: i fratelli venivano separati dai fratelli, le mogli dai mariti, le nuore dalle suocere piangenti e urlanti; i consanguinei e gli amici disgiunti venivano condotti venduti come schiavi in diverse regioni. O quante amare lacrime! O quanti sospiri! O quanti clamorosi singhiozzi tra amici e conoscenti, quali miserabili voci venivano emesse tra tante stragi, schiavitù, espulsioni e contumelie! Principi, baroni e signori sono diventati servi di bifolchi, porcari e omuncoli; entro dieci anni costringevano i fanciulli ai riti della loro perfida setta. Ahimè! In che modo si è oscurato l’oro splendente della sapienza attraverso le tenebre dell’ignoranza: l’oro della dignità attraverso l’ignobiltà della servitù! In che modo è mutato il colore eccellente dell’eloquenza greca nella barbarie della Turchia! Le pietre del santuario, se ve ne erano di costanti nella fede, sono state disperse a capo di tutte le vie, giacendo prostrate. Degli altri fatti tacciamo, poiché sono umani; ma riguardo alle ingiurie, agli scherni, alle contumelie, agli obbrobri scellerati verso le cose divine, quale lingua varrebbe a spiegare? Quale intelletto a comprendere? Quali orecchie ad ascoltare pazientemente? Se non erro, mai Dio fu così disonorato. Dio, le genti dedite alla Gehenna sono venute nella tua eredità, che è l’Israele che ti vede attraverso la fede. Hanno inquinato il tuo santo tempio, la nobilissima chiesa di Santa Sofia insieme alle altre: sputando, infrangendo, calpestando le immagini del Signore nostro Gesù Cristo e di sua Madre, la Vergine gloriosa, e dei santi e delle sante di Dio, le insegne della croce vivifica; dilaniando, deturpando, bruciando i sacrosanti Vangeli, i Messali e gli altri libri della chiesa; lacerando le sacre vesti dei sacerdoti e gli altri ornamenti della chiesa, prendendoli per il proprio indumento e ornato, o portandoli via per un vile prezzo; mangiando e bevendo nei vasi del Signore e dedicati al suo culto, e dopo averli fusi, trasferendoli ad usi profani. Infine hanno dato le carni dei santi, i cadaveri dei tuoi servi, le reliquie dei corpi beati, come cibo per i volatili del cielo; disperdendo qua e là le carni dei tuoi santi che uccidevano, in pasto alle bestie della terra, e non c’era chi li seppellisse. Hanno scavato sotto gli altari, invocando il nome del maledetto Maometto, lodandolo per la vittoria. Ometto per vergogna che urinavano, defecavano ed esercitavano ogni cosa vituperevole nei templi, sulle immagini e sulle sacre reliquie; davano le cose sante ai cani; gettavano le perle dei sacramenti davanti ai porci. Mentre ricordo queste cose, tutto tremo per l’orrore: né posso ulteriormente scrivere col calamo le loro bassezze, e gli scherni e i disonori inflitti alla religione cristiana. Invadendo i monasteri sia di monaci che di monache, saccheggiavano tutto, cacciandoli dalle loro abitazioni, distruggevano gli ospizi per gli infermi. Sebbene gli storiografi anche dei gentili riferiscano di molte e grandi stragi e stermini di città, quasi nessuna potrebbe essere uguagliata alla desolazione di questa. Non hanno lasciato alcun abitante dentro la città: non Greco, non Latino, non Armeno, non Ebreo; hanno reso la città stessa privata dei suoi cittadini, come deserta; io stesso ho visto con i miei occhi le loro nefandezze e opere, e insieme ad alcuni uomini costantissimi ho patito molti mali e pericoli, sebbene Dio mi abbia strappato dalle loro mani, come Giona dal ventre della balena. Espugnata Costantinopoli, occuparono Pera non molto distante da lì: abbattendo le sue mura fino al suolo. Dalle campane delle chiese fusero bombarde; la croce che era sulla sommità della sua torre la distrussero insieme alla torre stessa: ridussero al nulla la repubblica; costituendo come suo giudice e principe un Turco, stabilirono a loro volontà pedaggi, tasse, imposizioni e gravami per coloro che lì arrivavano o rimanevano. Non contento di queste atrocissime cose, il callidissimo e crudelissimo Maometto [II], sommo nemico dei Cristiani, si spinge oltre: e ha già preparato centosettanta triremi tra grandi e piccole, e le ha inviate al mare Egeo per sottomettere a sé le isole Cicladi. Da lì si prepara con un esercito infinito a migrare verso tre città notevoli e potenti situate vicino al Danubio, per espugnarle: una che chiamiamo Periston, l’altra Forabio, la terza Belgrado, intendendo dopo percorrere tutta l’Ungheria, e spogliarla, devastarla, annientarla: affinché non lasci nessuno dietro di sé a impedire a chi vuole procedere verso altri luoghi. Anzi, si affretta a migrare quanto prima verso l’Italia, cerca anche di preparare trecento galee grandi e piccole, venti navi grandi, oltre centomila eserciti di fanti e cavalieri: e così intende passare da Durazzo a Brindisi, città situata nel regno di Puglia. Per la qual cosa prego, imploro ed esorto voi tutti Cristiani, affinché per zelo della fede e della religione cristiana, per la vostra libertà, vi cingiate del gladio contro nemici così crudeli del culto divino, di ogni santità e della vita morale; e innanzi tutto respingendo ogni dissensione ed emulazione, perdonandovi a vicenda le offese, così come Cristo ha donato a tutti, abbracciate con sommo impegno la pace e l’unione tra voi: affinché uniti e resi da ciò più forti, confidando nell’aiuto dell’Altissimo (del quale è la vittoria e la guerra, non della moltitudine), possiate schiacciare lo stesso Satana con i suoi satelliti sotto i vostri piedi. Sebbene infatti egli confidi nella moltitudine e nella ferocia dei suoi, tuttavia sono di più coloro che sono con noi: anzi lo stesso Signore delle milizie, per la cui fede e religione combattete, farà sì che cento di voi possano inseguire e superare mille di loro, e mille di voi diecimila. L’ignavia infatti e l’inesperienza della guerra è in loro innata.


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