A cura della Redazione di Radio Spada nel quadro di RS – Progetto Ricerca.
Premessa metodologica
Il dibattito sul monogenismo biologico stretto – tutta l’umanità discendente da una sola coppia originaria – è spesso viziato da una confusione tra livelli di discorso differenti. Da un lato, alcune letture della genetica contemporanea tendono a presentarla come se avesse “dimostrato impossibile” qualunque forma di monogenismo rigoroso. Dall’altro, alcune posizioni teologiche rischiano di utilizzare categorie soprannaturali come se fossero dati biologici empiricamente verificabili.
Una discussione rigorosa richiede invece una distinzione netta tra il piano naturale – ipotesi della biologia e genetica di popolazioni – e il piano metafisico-teologico, che introduce cause non osservabili e non misurabili. Il punto centrale non è il conflitto tra scienza e fede, ma i limiti strutturali dell’inferenza storica a partire da dati genetici presenti.
Un presupposto preliminare, spesso trascurato, riguarda la struttura filogenetica di partenza. Escludendo il taxon discusso degli Homo habilis – la cui classificazione come genere Homo rimane più che controversa – e ammettendo un antenato comune razionale, dotato di linguaggio articolato, per le linee ipotetiche Homo erectus (su recenti studi sul suo linguaggio vedere qui), Homo neanderthalensis e Homo sapiens, il problema del monogenismo si collocherebbe all’origine di questa linea comune, non necessariamente all’interno della storia del solo H. sapiens.
Va inoltre riconosciuto che le ricostruzioni della storia biologica profonda si confrontano con limiti intrinseci: l’origine della vita resta – per usare un eufemismo – un problema aperto; diverse transizioni fondamentali sono ricostruite in modo parziale e modellistico; il record paleontologico presenta inevitabili discontinuità che rendono alcune fasi della storia della vita necessariamente inferenziali piuttosto che osservabili. Al netto delle divergenze – più o meno ampie – rispetto al modello standard, il presente contributo non propone, in questa sede, una teoria biologica concorrente (per alcune criticità dell’evoluzionismo si veda qui, qui, qui, qui e qui), ma intende mostrare come anche il quadro genetico e biologico oggi prevalente non elimini, in senso logico e metafisico, la concepibilità di un’interpretazione teologica del monogenismo.
Il punto non è che la genetica delle popolazioni sia inadeguata in senso assoluto ad avvicinare scenari di origine profonda, né che operi su un oggetto completamente diverso da quello qui considerato. Piuttosto, essa è metodologicamente pensata per ricostruire la storia demografica a partire da popolazioni biologiche già strutturate (in particolare H. sapiens e altre linee Homo). Se la domanda viene formulata in termini più ampi e filosofici – come origine di un’unità umana primordiale collocata a monte della differenziazione biologica delle linee successive – si produce allora uno scarto tra il livello descrittivo dei modelli genetici e il livello ontologico della domanda posta, senza che ciò implichi una contraddizione nei risultati empirici disponibili.
PARTE I — Piano naturale: genetica e inferenza storica
1. Cosa osserva realmente la genetica
La genetica inferisce la storia demografica a partire dalla variabilità genetica attuale, utilizzando modelli basati su coalescenza, linkage disequilibrium e struttura di popolazione. Sotto modelli standard, i dati sono generalmente più coerenti con una popolazione ancestrale di dimensione efficace nell’ordine delle migliaia piuttosto che con un’origine da pochissimi individui.
Le diverse linee di evidenza genome-wide (pattern di coalescenza multilocus, struttura del linkage disequilibrium e distribuzione delle varianti alleliche) tendono a riflettere una storia demografica con una dimensione di popolazione non estremamente ridotta e una lunga dinamica di ricombinazione e deriva. Scenari di origine estremamente ristretta richiederebbero tipicamente assunzioni aggiuntive specifiche per risultare coerenti con i pattern osservati.
Nel complesso, le inferenze disponibili secondo questa prospettiva risultano naturalmente compatibili con modelli demografici a popolazione ancestrale finita di dimensione non minimale, pur restando dipendenti dalle assunzioni modellistiche adottate.
2. Natura dell’inferenza scientifica
Queste conclusioni non derivano da osservazioni dirette del passato, ma da inferenze modellistiche basate su continuità dei processi biologici, stabilità statistica dei parametri genetici e assenza di discontinuità sistemiche non osservabili oggi. Questi presupposti sono empiricamente supportati, ma restano assunzioni metodologiche – non fotografie del passato profondo.
Ne segue una distinzione cruciale: la genetica non può formulare impossibilità logiche o metafisiche forti, ma può marginalizzare un’ipotesi. Trasformare questa conclusione in una impossibilità assoluta è un errore di categoria, frequente nel dibattito pubblico.
3. Il nodo reale: la possibilità logica
L’enunciato “tutti gli esseri umani discendono da una sola coppia e solo da quella” non è contraddittorio in senso logico. Il problema è che, sotto i modelli biologici standard, esso richiederebbe una combinazione estremamente restrittiva di condizioni simultanee: perdita massiva di variabilità iniziale, dinamiche di deriva eccezionalmente forti, crescita demografica rapida e strutturata, ricostruzione coerente di coalescenze multilocus difficilmente compatibili con un’origine binaria stabile. Non si tratta di impossibilità logica, ma di forte tensione con i principali vincoli congiunti della genetica delle popolazioni, che nei modelli standard rendono lo scenario altamente non compatibile senza assunzioni aggiuntive sostanziali. È dunque possibile, in linea di principio, formulare scenari teorici in cui un monogenismo stretto non risulta logicamente o biologicamente impossibile, ma tali scenari richiedono condizioni demografiche e genetiche molto restrittive e non direttamente motivate dai dati disponibili, visti attraverso il modello standard.
PARTE II — Piano soprannaturale: intervento creativo e interpretazione teologica
1. Cambio di dominio
Qui il discorso cambia natura. Non si tratta più di inferire processi naturali dal presente, ma di introdurre una causa esterna al sistema naturale stesso: una causa soprannaturale, trascendente e non direttamente osservabile né misurabile. La genetica, in quanto disciplina empirica, non può né confermare né confutare tale tipo di ipotesi, ma solo constatarne l’estraneità al proprio dominio metodologico. Le distinzioni tra creazione, conservazione e sviluppo storico non indicano necessariamente interventi separati, ma possono essere intese come diverse modalità di lettura di una stessa causalità primaria applicata a condizioni storiche differenti.
In questa prospettiva, eventi come il Diluvio (associato alla figura di Noè) e la dispersione linguistica (associata a Babele) sono qui utilizzati come esempi ipotetici di lettura teologica della storia, a cui potrebbero, in linea di principio, essere affiancate altre possibili azioni provvidenziali (anche dirette) senza che questi siano intesi come un elenco esaustivo.
2. La creazione intenzionale della coppia originaria
Nel quadro teologico classico, una coppia umana originaria viene creata intenzionalmente e il suo patrimonio genetico viene configurato in vista della futura storia umana. La diversità genetica successiva non deriva esclusivamente da processi casuali, ma da una struttura originaria progettata che si esprime nel tempo attraverso riproduzione, mutazione, deriva e separazione geografica.
La nozione di eterozigosi massimale intenzionale diventa allora coerente con il sistema teologico senza costituire un miracolo ad hoc: è la conseguenza diretta della premessa che un Creatore possa configurare intenzionalmente le condizioni iniziali del sistema biologico. Questa posizione non è una teoria biologica alternativa, ma una lettura metafisica della condizione iniziale. Non richiede validazione scientifica empirica; richiede solo di non pretendere di essere essa stessa una teoria biologica verificabile – né potrebbe facilmente esserlo, trattandosi di una singola coppia vissuta in tempi molto remoti e irripetibili.
3. Conservazione provvidenziale della stabilità biologica
Il problema biologico dell’endogamia in popolazioni minime – accumulo di varianti deleterie e riduzione della fitness riproduttiva – è noto nei modelli standard e rappresenta una delle principali difficoltà per qualsiasi scenario di fondazione a partire da una coppia unica. In una lettura teologica, le condizioni iniziali vengono talvolta descritte come caratterizzate da una particolare integrità o robustezza biologica, tale da rendere sostenibile la successiva espansione della popolazione. Questa interpretazione non si configura come un modello genetico alternativo, ma come una rilettura concettuale di categorie teologiche tradizionali, distinta dalle modalità di verifica empirica proprie delle scienze biologiche.
4. Il Diluvio come secondo collo di bottiglia
Una premessa necessaria. «La credenza in un diluvio, avvenuto in tempi più o meno remoti, che avrebbe distrutto l’umanità, è comune a molti popoli estinti e viventi»; le tradizioni di un’inondazione che distrugge gli uomini sono sessanta, di cui ben quaranta indipendenti dalla forma babilonese-ebraica, annota l’Enciclopedia Cattolica (vol. IV, col. 1607, 1950). Ma questa distruzione universale va letta in termini geografici assoluti o in termini antropologici relativi? L’universalità antropologica appare, secondo la stessa fonte, più probabile (ivi, col. 1606): non è necessario credere che il diluvio abbia materialmente toccato ogni punto del pianeta, ma è sufficiente credere che abbia colpito tutti gli uomini tranne quelli custoditi nell’arca.
Nel quadro biblico tradizionale, il Diluvio rappresenta dunque una drastica riduzione della popolazione umana e una rifondazione attraverso il nucleo familiare di Noè. Sul piano biologico questo potrebbe essere letto come un secondo collo di bottiglia estremo, posteriore alla differenziazione iniziale. Sul piano teologico rappresenta una selezione provvidenziale del nucleo superstite.
La genetica non “vede Noè”: non esiste (né ragionevolmente potrebbe esistere) alcuna prova genetica diretta di un evento di questo tipo, e la genetica può stimare solo dinamiche aggregate di dimensione effettiva nel tempo, non eventi singoli identificabili. Eventuali corrispondenze con segnali di contrazione demografica nel record genomico restano interpretazioni, non identificazioni empiriche. Ciò detto, la riduzione della “fase Noè” non annulla il monogenismo adamitico ma lo rafforza strutturalmente: tutta la variabilità umana post-diluviana converge su un piccolo gruppo, che a sua volta discende dalla coppia originaria.
5. Babele e la dispersione delle popolazioni
L’episodio di Babele introduce frammentazione linguistica, dispersione geografica e isolamento culturale in modo rapido e simultaneo – non per lenta deriva, ma per separazione intenzionale di gruppi precedentemente uniti. Sul piano naturale questo produce ciò che sembra osservarsi nella diversità umana globale: popolazioni geograficamente isolate che divergono geneticamente, sviluppano tratti caratteristici, fissano varianti locali. Sul piano biblico la dispersione è provvidenziale, non accidentale.
Il punto geneticamente rilevante è questo: i modelli standard spiegano la struttura della diversità umana con migliaia di generazioni di deriva lenta in isolamento progressivo. Un’alternativa teologicamente informata colloca invece la dispersione in un tempo molto più compresso, a partire da un nucleo comune relativamente “recente” con una variabilità iniziale già ricca per configurazione creativa. Il pattern finale osservabile – la diversità attuale – sarebbe compatibile con entrambe le storie demografiche sottostanti. E storie demografiche diverse non sono distinguibili a partire dal solo stato finale osservato: questo è un limite strutturale della scienza storica, non una concessione apologetica.
Conclusione
La questione del monogenismo stretto diventa intellegibile solo separando rigorosamente i livelli di discorso.
Sul piano logico, il monogenismo non contiene contraddizioni formali: è una possibilità logica senza riserve.
Sul piano biologico, i dati genetici – secondo il modello standard – appaiono radicalmente più coerenti con una popolazione ancestrale ampia, e renderebbero il modello a coppia unica molto complesso. Questa conclusione sembra attualmente robusta, ma dipende da un sistema inferenziale costruito su assunzioni metodologiche – non osservazioni dirette del passato – e non può essere trasformata in una impossibilità logica o metafisica forte.
Sul piano epistemologico, la distinzione decisiva non è tra “possibile” e “impossibile” in senso logico, ma tra ciò che sembra supportato dai dati attualmente disponibili, ciò che richiederebbe assunzioni altamente eccezionali, e ciò che appartiene a un ordine causale che la scienza strutturalmente non raggiunge.
Sul piano teologico, l’ipotesi di una coppia originaria creata intenzionalmente appartiene a quest’ultimo ordine. Un intervento creativo – configurazione del genoma ancestrale, preservazione della stabilità biologica delle prime generazioni, rifondazione genealogica attraverso la fase noaica, dispersione provvidenziale delle popolazioni e altro – rende il monogenismo pienamente coerente all’interno del quadro teologico senza pretendere validazione scientifica empirica e senza contraddire i dati disponibili.
Il vero errore metodologico nasce quando si trasforma un modello scientifico in una impossibilità metafisica assoluta, oppure quando si usa una premessa teologica come se fosse una teoria biologica verificabile. La genetica non valuta enunciati metafisici in quanto tali, ma solo le loro eventuali traduzioni in modelli storico-biologici confrontabili con dati empirici; al di fuori di tale traduzione, non opera alcuna confutazione né conferma. Separare i piani non elimina il dibattito – rimangono questioni aperte di filosofia della scienza, di ermeneutica biblica e di teologia dogmatica – ma finalmente lo rende intellegibile.
In conclusione, la genetica contemporanea rende il monogenismo stretto biologicamente altamente problematico nella misura in cui lo si vincoli ai modelli naturali standard, ma non può elevarne il rigetto a impossibilità logica o metafisica assoluta. Un quadro che ammetta condizioni iniziali eccezionali e, sul piano teologico, interventi causali soprannaturali rimane pertanto concepibile e non incoerente, pur collocandosi al di fuori della portata metodologica della verifica empirica.
Bibliografia essenziale
Fonti teologiche e magisteriali
- Pio XII, Humani Generis (1950), AAS 42, pp. 561–578
- Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, qq. 75–90; 118
- Concilio di Trento, Decretum de peccato originali (1546), in Denzinger-Schönmetzer, nn. 1510–1516
- Enciclopedia Cattolica, vol. IV, coll. 1606–1607 (Città del Vaticano, 1950)
Genetica delle popolazioni, evoluzione umana e inferenza storica
- Wakeley, J. (2009). Coalescent Theory: An Introduction. Roberts & Company
- Nielsen, R. & Slatkin, M. (2013). An Introduction to Population Genetics. Sinauer
- Durrett, R. (2008). Probability Models for DNA Sequence Evolution. Springer
- Cann, R. L., Stoneking, M. & Wilson, A. C. (1987). “Mitochondrial DNA and human evolution”. Nature, 325, pp. 31–36
- Green, R. E. et al. (2010). “A Draft Sequence of the Neandertal Genome”. Science, 328, pp. 710–722
- Pääbo, S. (2014). Neanderthal Man: In Search of Lost Genomes. Basic Books
Filosofia della scienza e epistemologia dell’inferenza storica
- Sober, E. (2008). Evidence and Evolution: The Logic Behind the Science. Cambridge University Press
- Cleland, C. E. (2002). “Methodological and Epistemic Differences between Historical Science and Experimental Science”. Philosophy of Science, 69(3), pp. 447–451
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