di Red.
Analisi basata su:
- Stephen Meyer Reacts To VIRAL Science Lies (Brilliant Takedown!), YouTube, Daily Dose of Wisdom / Discovery Institute, aprile 2026
- Serie di articoli di Jonathan McLatchie su Science and Culture Today, 4–7 maggio 2026
- Signature in the Cell: DNA and the Evidence for Intelligent Design, Stephen C. Meyer
Nota contestuale. Entrambi gli autori sono affiliati al Discovery Institute e operano nell’ambito del programma sull’Intelligent Design (ID). Di questi temi ci siamo già occupati a vario titolo in diversi volumi: Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza, Dominique Tassot, traduzione di Roberto Bonato; Ritorno alle origini – Un punto di vista cattolico sugli inizi – Vol. I – Principii e tracollo del darwinismo e Vol. II – Un universo disegnato da Dio. Le conseguenze filosofiche e sociali del darwinismo, in collaborazione con il Kolbe Center for the Study of Creation; traduzione di Stefano Dal Lago; L’uomo e la sua natura e L’origine e i destini dell’uomo, Padre Angelo Zacchi O.P.
1. Il punto di partenza: un video virale e la critica di Stephen Meyer
Nel corso di una sessione di reazione sul canale YouTube Daily Dose of Wisdom, Stephen Meyer ha commentato un video di Veritasium sull’origine della vita che propone il processo come “facile da immaginare”: molecole chimiche casuali, i cosiddetti blobs, che si aggregano in un replicatore dato abbastanza tempo. Per Meyer, questa rappresentazione è scientificamente fuorviante.
Il primo bersaglio della critica è il linguaggio dei blobs. La vita non è fatta di materia generica, ma di specificità chimica e informazionale: sequenze precise di amminoacidi per le proteine e sequenze precise di basi azotate per le istruzioni biologiche. Descrivere questo come la formazione di “grumi” equivale a descrivere un’opera letteraria complessa come un semplice mucchio di inchiostro.
Il tempo come nemico, non come alleato
Il cuore dell’argomentazione di Meyer riguarda il ruolo del tempo. Nella narrazione divulgativa, il tempo è la variabile che rende possibile l’improbabile; Meyer ribalta questa intuizione puntando sulla Seconda Legge della Termodinamica.
I processi di decadimento chimico avvengono a velocità molto superiori rispetto ai processi ipotetici di assemblaggio spontaneo. In un ambiente naturale, le molecole organiche subiscono idrolisi, fotodegradazione e reazioni crociate incontrollate che portano a un fango inerte e bituminoso che rappresenta un vicolo cieco chimico. Il tempo non accumula complessità, ma accelera la tendenza al disordine. Meyer cita l’esperimento di Miller-Urey, osservando che i prodotti furono salvati solo da una “trappola” intenzionale dei ricercatori: senza quell’intervento intelligente, il tempo avrebbe distrutto ogni progresso chimico.
Il problema dell’informazione
Meyer introduce una distinzione decisiva: la vita è, in un certo senso, informazione digitale. Nel DNA, le basi azotate non sono ordinate da necessità chimiche come gli atomi in un cristallo; le leggi fisico-chimiche consentono molte configurazioni alternative della sequenza, rendendo possibile la codifica di informazione biologica.
Tuttavia, questa neutralità implica che le leggi fisiche siano indifferenti al messaggio: non orientano la sequenza verso il funzionale. Agitare nucleotidi per miliardi di anni non produrrà mai un messaggio biologico coerente, rendendo l’origine dell’informazione il vero problema irrisolto.
2. La serie di McLatchie: un’argomentazione cumulativa
Jonathan McLatchie sviluppa un caso complementare concentrandosi sull’ottimizzazione del codice genetico.
Ottimizzazione e protezione dagli errori
McLatchie spiega che la ridondanza del codice genetico (64 codoni per 20 amminoacidi) è una precondizione della sua ottimizzazione. Il codice è strutturato per minimizzare l’impatto degli errori di traduzione e delle mutazioni puntiformi: codoni simili codificano amminoacidi con proprietà simili, mantenendo la proteina funzionale anche in caso di errore. Documenta inoltre come il codice protegga dalle mutazioni frameshift (inserzioni o delezioni che sfasano la lettura), conservando le proprietà fisico-chimiche fondamentali anche in presenza di sfasamento.
L’abisso combinatorio
McLatchie contesta l’ipotesi del “frozen accident” di Crick, sostenendo che un sistema così multi-ottimizzato non può essere un incidente. Lo spazio combinatorio dei codici genetici alternativi è stimato nell’ordine di 10¹⁸ – 10²⁰.
Il limite della selezione naturale
Un punto strutturale decisivo è che la selezione naturale richiede ereditarietà e replicazione, le quali dipendono da un codice già funzionante. Il codice è quindi un prerequisito della selezione, non il suo prodotto. Al momento della sua emergenza, restava solo il caso puro, che McLatchie ritiene matematicamente insufficiente.
3. Conclusioni: la convergenza tra Meyer e McLatchie
Le analisi convergono su un’unica tesi: la chimica e il tempo geologico non bastano a spiegare l’origine dell’informazione biologica.
- Per Meyer, la sola causa capace di produrre informazione digitale complessa è l’intelligenza.
- Per McLatchie, un codice ottimizzato su più vincoli in uno spazio di 10¹⁸–10²⁰ possibilità, senza selezione naturale disponibile nella fase prebiotica, punta con forza verso un progetto consapevole.
Entrambi citano la letteratura scientifica mainstream (come Koonin e Novozhilov) per sottolineare che l’origine del codice rimane “l’enigma universale” della biologia, suggerendo che la soluzione vada cercata oltre il puro materialismo.
Al netto delle speculazioni statistiche, comunque interessanti, va notato però che la questione di cosa sia l’ordine ovvero il fine della natura, rimane essenzialmente metafisica, come essenzialmente metafisici sono gli argomenti (anche ipoteticamente contrari) che ruotano attorno al punto. Che Dio esista e sia il Supremo Ordinatore è una certezza fornita da argomenti razionali già prima di ogni indagine empirica, che poi può – come in questo caso – essere usata per illustrare meglio la realtà dei fatti.
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