Traduzione dell’articolo “Saint-Suaire : des analyses confirment son séjour au Moyen-Orient” pubblicato su fsspx.news l’11 aprile 2026.
Ricercatori dell’Università di Padova hanno identificato sulla Sacra Sindone di Torino un genoma predominante nel Vicino Oriente e microrganismi tipici di ambienti ad alta salinità, come quelli che si trovano in prossimità del Mar Morto. I risultati, presentati in un articolo disponibile in pre-pubblicazione, rafforzano le prove a favore della sua autenticità.
Lo studio è diretto da Gianni Barcaccia, professore di genetica e genomica all’Università di Padova, in collaborazione con ricercatori di altre università. Tra i firmatari figura il professor Pier Luigi Baima Bollone, specialista in medicina legale che, negli anni ’80, aveva identificato sulla Sindone la presenza di sangue umano di gruppo AB ed è deceduto prima della pubblicazione dell’articolo.
Un DNA che presenta un’impronta prevalentemente orientale
Le nuove ricerche sono state condotte su campioni della Sindone forniti dallo stesso Baima Bollone. Il team di Barcaccia aveva già pubblicato nel 2015 un importante articolo su Nature Scientific Reports, il quale documentava la presenza di DNA da contaminazione proveniente da persone che erano state in contatto con la Sindone: oltre il 55,6% corrispondeva al Vicino Oriente e circa il 38,7% all’India, mentre gli europei rappresentavano meno del 5,6%.
Il nuovo studio conferma la presenza dell’aplogruppo H33, “prevalente nel Vicino Oriente e frequente tra i Drusi”. Gli autori precisano che “la popolazione drusa condivide un’origine genetica comune con gli ebrei e i ciprioti e, nel corso della storia, si è mescolata con altre popolazioni levantine, in particolare palestinesi e siriane”.
L’origine del lino e il legame con l’India
La forte percentuale di lignaggi indiani ha spinto i ricercatori a esplorare le antiche rotte commerciali. Gli autori dell’articolo sottolineano che la presenza di circa il 38,7% di lignaggi etnici indiani «potrebbe derivare da interazioni storiche o dall’importazione di lino da parte dei Romani da regioni vicine alla Valle dell’Indo».
A questo proposito, essi evidenziano il possibile legame tra il termine Sindôn (lino fine in greco) e la regione del Sindh, celebre per i suoi tessuti di alta qualità. La presenza di DNA indiano può anche essere spiegata, secondo la paleografa Ada Grossi, dall’esistenza di preziosi tessuti di lino indiano nel Tempio di Gerusalemme, utilizzati per le vesti del Sommo Sacerdote durante i rituali della sera della festa dello Yom Kippur.
Gli autori sostengono che «una rivalutazione di questi risultati a partire dall’analisi delle tracce di DNA trovate sulla Sindone di Torino suggerisce una possibile ampia diffusione del tessuto nella regione mediterranea e la possibilità che il filo sia stato prodotto in India».
Microrganismi ad alta salinità
Un’altra scoperta significativa riguarda il microbioma ricostruito della Sacra Sindone, che «rivela una ricca varietà di microrganismi comunemente presenti sull’epidermide umana, oltre a comunità di Archaea adattate all’alta salinità e funghi, comprese le muffe».
Gli Archaea alofili, microrganismi che prosperano in ambienti a salinità molto elevata, «indicano una conservazione in un ambiente salino o in condizioni di stoccaggio saline».
Questi risultati suggeriscono quindi che la Sacra Sindone abbia soggiornato nel Medio Oriente, in un ambiente salino compatibile con le condizioni che regnano nei pressi del Mar Morto, aggiungendo così un nuovo tassello all’insieme delle prove scientifiche riguardanti l’autenticità della Sindone di Torino.



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