Nella bolla di canonizzazione di San Filippo Neri (1622) leggiamo:

Filippo non aveva ancora raggiunto il ventinovesimo anno di età quando, tra gli altri doni ricevuti per grazia divina, si verificò una palpitazione del cuore del tutto mirabile e la frattura delle costole, attestata da pubblica testimonianza medica; ed egli esultava nel Dio vivo oltre l’ordine della natura, quasi come se, dilatandosi il seno della mente, si dilatasse anche la carne. [1]

Il P. Pietro Giacomo Bacci, nella Vita di San Filippo Neri che compose in occasione della suddetta canonizzazione dà maggiori dettagli:

Un giorno, poco prima della festa di Pentecoste, Filippo stava pregando lo Spirito Santo, come era sua abitudine. Nutriva infatti una devozione tale verso di Lui da rivolgergli ogni giorno preghiere ardenti, invocandone con insistenza doni e grazie; si dice che, una volta diventato sacerdote, leggesse sempre durante la Messa l’orazione Deus, cui omne cor patet [2], a meno che la liturgia del giorno non lo vietasse. Mentre invocava con estremo fervore i doni dello Spirito Santo, gli apparve un globo di fuoco che gli entrò in bocca fino a raggiungere il petto. Fu colto all’improvviso da un calore d’amore così intenso che, non riuscendo a sopportarlo, cadde a terra. Cercando refrigerio, si sbottonò la veste sul petto per mitigare in parte quella grande fiamma che sentiva dentro di sé. Dopo essere rimasto così per un po’ ed essersi rinfrescato, si alzò sentendosi pieno di una gioia insolita; in quel momento, tutto il suo corpo iniziò a tremare e a sussultare violentemente. Mettendosi una mano sul petto, avvertì all’altezza del cuore un gonfiore grande quanto un pugno, senza però provare alcun dolore o fastidio, né in quel momento né mai in seguito. L’origine e la natura di quel gonfiore divennero chiare solo dopo la sua morte. Quando il corpo fu sottoposto ad autopsia, si scoprì che in quel punto due costole finte erano completamente rotte e spinte verso l’esterno; le due parti dell’osso erano distanti tra loro e non si erano mai ricomposte nei cinquant’anni successivi all’evento.Da quel momento in poi, sebbene Filippo fosse di costituzione sana, di indole allegra e per nulla incline alla malinconia, iniziò a soffrire di una palpitazione cardiaca che lo accompagnò per tutta la vita. Questo fenomeno si manifestava ogni volta che compiva un’azione spirituale: durante la preghiera, la Messa, le confessioni o quando parlava di Dio. Il tremito era così forte che sembrava che il cuore volesse uscirgli dal petto, arrivando a scuotere la sedia, il letto e talvolta l’intera stanza, come se ci fosse un terremoto. Si racconta che una volta, mentre pregava in San Pietro inginocchiato su una pesante panca di legno, la facesse sussultare come se non pesasse nulla. Quando i suoi figli spirituali si accostavano al suo petto, sentivano il battito del cuore così potente da percepirne il rimbombo nella testa, simile a un colpo vigoroso. Allo stesso tempo, però, quel contatto trasmetteva loro una profonda consolazione e pace interiore, tanto che in molti vedevano svanire immediatamente ogni tentazione. A questo proposito, è significativo quanto testimoniato da Tiberio Ricciardelli, canonico di San Pietro, che servì il Santo per quattro anni. Egli racconta che, tormentato da una forte tentazione di impurità, si confidò con il Padre. Filippo gli disse: «Tiberio, vieni qui; accostati al mio petto». Stringendolo a sé, la tentazione svanì immediatamente e non si ripresentò mai più; al contrario, Tiberio sentì crescere in sé un tale fervore spirituale da non desiderare altro che la preghiera. Anche Marcello Vitelleschi, canonico di Santa Maria Maggiore, conferma che bastava accostarsi al petto del Santo per sentirsi consolati e liberati dalle tentazioni, specialmente quelle carnali. Filippo, accorgendosi del tormento interiore dei suoi figli spirituali, era solito abbracciarli e stringerli a sé anche senza che loro dicessero nulla, donando loro immediato sollievo. Filippo sentiva nel petto un calore così intenso da diffondersi in tutto il corpo. Anche nei mesi più freddi dell’inverno, nonostante fosse anziano, gracile e mangiasse pochissimo, era necessario aprirgli le finestre a mezzanotte, raffreddare il letto o sventolare le lenzuola per mitigare quell’ardore che arrivava a bruciargli la gola. Per questo motivo, i medici gli prescrivevano solitamente rimedi rinfrescanti. Il cardinale Pietro Paolo Crescenzi e suo fratello Giacomo ricordano che, toccandogli le mani, sembrava di scottarsi come se il Santo avesse una febbre altissima. Persino d’inverno Filippo teneva la veste aperta dalla cintura in su; a chi lo esortava a coprirsi per non ammalarsi, rispondeva di non poter fare altrimenti per il troppo calore. Si racconta che un giorno, durante una fitta nevicata a Roma, camminasse slacciato insieme ad alcuni penitenti che tremavano per il freddo; ridendo di loro, diceva che era una vergogna che i giovani sentissero freddo e i vecchi no. Sotto il pontificato di Gregorio XIII, quando fu ordinato ai confessori di indossare la cotta, Filippo si presentò dal Papa con il giubbone e la sottana sbottonati. Al Papa che ne chiedeva il motivo, rispose: «Padre Santo, non riesco a tenere abbottonato nemmeno il giubbone, e Vostra Beatitudine vuole che indossi anche la cotta?». Il Papa, sorridendo, lo esentò dall’obbligo. Poiché i medici non comprendevano la natura della sua palpitazione e gli prescrivevano cure inutili, Filippo diceva scherzando: «Prego Dio che costoro riescano a capire la mia infermità», non volendo rivelare che il suo stato non era naturale, ma causato dall’amore di Dio. Spesso, nei momenti di maggior fervore, esclamava: «Vulneratus charitate sum ego» (Sono ferito dall’amore). Un aspetto straordinario era che la palpitazione in lui non era involontaria come negli altri malati. Confidò al cardinale Federico Borromeo che poteva fermare quel battito semplicemente decidendo di farlo, sebbene non lo facesse durante la preghiera per non distrarsi. Molti illustri medici dell’epoca, come Andrea Cesalpino e Antonio Porto, scrissero trattati sul suo caso, concordando sulla natura soprannaturale del fenomeno: la rottura delle coste era avvenuta per permettere al cuore di battere con forza senza subire danni e per consentire ai polmoni di dilatarsi a sufficienza per rinfrescarlo. Dopo aver ricevuto questo dono, Filippo frequentava con ancora più ardore le “Sette Chiese”. Un giorno, sopraffatto dall’emozione, cadde a terra gridando: «Basta, Dio mio, non posso sopportare oltre, sento di morire!». Da allora, Dio mitigò gradualmente quell’intensità per evitare che il suo corpo si logorasse eccessivamente. Nonostante le dolcezze celesti ricevute, Filippo insegnava ai suoi discepoli che la vera virtù non sta nel cercare consolazioni sensibili, ma nell’essere pronti a soffrire e a sopportare l’aridità spirituale per tutto il tempo che Dio desidera, senza mai lamentarsi.[3]

  1. Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum Romanorum pontificum Taurinensis editio, XIII, p. 14. ↩︎
  2. «Deus, cui omne cor patet et omnis voluntas loquitur, et quem nullum latet secretum: purifica per infusionem Sancti Spiritus cogitationes cordis nostri; ut te perfecte diligere, et digne laudare mereamur» (Dio, al quale ogni cuore è noto, ogni desiderio parla e al quale nessun segreto è nascosto: purifica i pensieri del nostro cuore con l’effusione dello Spirito Santo, affinché meritiamo di amarti perfettamente e di lodarti degnamente).È l’orazione colletta propria della Messa votiva “Ad postulandam gratiam Spiritus Sancti” (Per chiedere la grazia dello Spirito Santo). ↩︎
  3. Ed. Roma, 1818, pp. 13-17. Abbiamo sottoposto il testo a un leggero ammodernamento lessicale e morfosintattico. ↩︎

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