di San Roberto Bellarmino
La razionalità della divina sapienza e giustizia richiedeva, illustrissimi uditori, che quella pace che finalmente era stata composta tra il cielo e la terra, con somma utilità degli uomini e letizia degli angeli per iniziativa di Cristo, fosse confermata da doni inviati vicendevolmente. E che fosse confermata con l’invio di doni: la terra infatti, che già per tanti anni aveva sperimentato un cielo di bronzo ed era stata riarsa dai calori del sole, del tutto arida e disseccata, non bramava altro che la rugiada dello Spirito Santo e quella pioggia volontaria che, come canta il Salmista, Dio riservava alla sua eredità. Sebbene infatti nei tempi antichi alcune gocce di quell’acqua fossero cadute sopra i monti della terra – mi riferisco ai patriarchi e ai profeti – tuttavia l’impeto del fiume allietava ancora soltanto la città di Dio. Al contrario, il cielo desiderava già da tempo vedere quel sublime frutto della terra, ovvero la carne del Salvatore ormai gloriosa e immortale, della quale il mondo intero non ebbe mai nulla di migliore né di più nobile. Poiché dunque la terra invidiava al cielo lo Spirito e il cielo invidiava alla terra la carne, Dio stabilì sapientemente che la carne di Cristo fosse innalzata in cielo e lo Spirito Santo fosse inviato sulle terre; e che da quel momento, stabilito il patto tra il cielo e la terra attraverso questi reciproci uffici, gli accessi non fossero mai più preclusi né agli angeli verso la terra, né agli uomini verso il cielo, ma fosse lecito procedere liberamente e per ampie vie in qualunque momento. Poiché però le fiamme delle guerre furono accese per la prima volta dalla malvagità degli uomini, e dalle terre ebbe inizio l’esordio di un così atroce dissenso, gli abitanti del cielo sembravano chiedere quasi per proprio diritto che lo Spirito Santo non scendesse in terra prima che la carne gloriosa di Cristo fosse introdotta nei regni celesti. Cosa che il Signore indicò non oscuramente quando disse: “È bene per voi che io me ne vada; se infatti non me ne andrò, il Paraclito non verrà a voi”. Da ciò era infatti giusto che i doni della pace prendessero principio là dove avevano avuto inizio la discordia e le guerre. Quindi il benignissimo Cristo, essendo già tornato vincitore dagli inferi, avendo incatenato il principe dei demoni, infranto le porte dell’inferno, liberato i santi padri dalle prigioni, annientato la morte, istruito i discepoli e istituito i sacramenti, per soddisfare finalmente i voti dei celesti e al contempo provvedere alla nostra utilità, in questo giorno celeberrimo e illustre, carico delle spoglie dei nemici, tra il ruggito dei demoni, l’acclamazione degli angeli e l’esultanza degli elementi del mondo, non fregiato di un alloro mortale ma incoronato dal diadema dell’immortalità, non portato su un carro trionfale verso il Campidoglio, ma ascendendo sopra i cieli per forza sua propria, trionfò nel modo più glorioso e lieto sulle legioni del Tartaro.
Ven. Cardinalis Roberti Bellarmini Politani S. J. opera omnia, Tomus IX, Parisiis, 1872, p. 233.

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