di Piergiorgio Seveso
Passata la gioiosa e trionfale festa del 25 aprile (quello vero), anche questa rubrica può riprendere con maggior lena e zelo il suo cammino, sciolta dai legacci della preparazione della giornata radiospadista e più libera di affrontare con passione naturalmente divisiva, esclusiva e bellica tutti i temi di attualità che attraversano il mondo cattolico integrale, residuale e resistente.
Riguardo ad esempio le consacrazioni episcopali del primo luglio della Fraternità San Pio X, anche da una angolazione o prospettiva diversa come la mia, l’atteggiamento non può che essere che quello della “vigile attesa” (ovviamente senza alcun riferimento al passato prossimo).
Vigile per evitare testa-coda finali, sotto l’egida della misericordia prevostiana, vigile per evitare una certa letteratura del piagnisteo che talora ci capita di leggere, vigile per ricordare che le “scomuniche”, ben lungi dall’essere temute o paventate, possono essere brandite come martelli (e non solo chiarificatori).
Volendo infatti usare anche noi poche ma chiare parole, Prevost (a proposito auguri per il primo anno di… disastri), la “chiesa” tedesca e i collaborazionisti “conservatori” fanno TUTTI parte della medesima assise, quella della rivoluzione conciliare e sono nel campo di Saladino, non certo nel campo crociato.
Giova ribadire che la vigilanza però deve essere più profonda per evitare errori più sottili.
Mi domando e mi domandavo: che la “storia” della Chiesa cattolica, avvolta nelle spire di un sonno comatoso profondo, la “Bella Addormentata” per adattare una immagine pur gradevole del fu duo Palmaro & Gnocchi, stia quindi per riprendere il “proprio cammino”?
Sarebbe certamente un fatto importante, anzitutto per la salus animarum (da decenni ampiamente compromessa) ma anche indirettamente per troncare una volta per tutte quelle pulsioni privatistiche che tanto affannano, dilaniano, immiseriscono il nostro mondo. Che il cattolicesimo romano sia oggi ridotto a un cortile a ringhiera dove ci si lanciano vasi da fiori, ci si impolvera battendo i tappeti frusti, ci si urla da un appartamento all’altro, ci si spranga nei locali per non vedere i vicini o li si spii di sottecchi, maledicendoli da abbaini o lucernarii, in ultima analisi si fa la “controrivoluzione delle sputacchiere”, non fa certamente onore alle grandi epoche che abbiamo vissuto, e in ultima analisi al nostro Divin Fondatore.
Né vorrei che questa distinzione fosse tacciata di soverchio naturalismo, di pessimismo irriverente perché, sfrondati i nostri alberi di Natale della Missio di addobbi e ghirlande brillanti o di “stelle in plexiglas”, archiviate le angelologie “da presepe”, rimane spesso un pino spelacchiato e reciso da contemplare.
Ai vescovi che mantengono (e manterranno) la pienezza dell’ordine e, se possibile, l’interezza della professione di Fede, spetta il colossale impegno di non fermarsi alla cura del proprio “particulare”, di non crearsi una piccola corte in vescovadi (o priorati) periferici di azzimati e scapolarizzati fedelissimi ma di prendersi cura appieno della Chiesa universale, denunziando eresie, errori ed erranti del PASSATO e del presente, lavorando appieno e secondo modalità giuridiche ovviamente da verificare in itinere, alla piena restaurazione della Chiesa militante. E sottolineo, se posso, la parola militante.
Certamente è cosa da fare tremare i polsi e le mani, persino se vivificate o rivivificate dalla Sacra Unzione, ma rappresenta tangibilmente quel “ponere vitam pro ovibus” che è cifra essenziale dell’Episcopato cattolico. Questi vescovi eventualmente coraggiosi potranno contare su un laicato fedele, degno, pronto e operoso dopo anni di bizzoso anticlericalismo o di rissosa inazione, tra una birra e l’altra, nelle retrovie della storia ecclesiastica?
La domanda non è affatto peregrina e rispondere in senso retoricamente affermativo sarebbe certamente un atto di temerità o di tracotante sicumera mentre rispondere in modo totalmente negativo sarebbe negare il valore di molti e gli aiuti della Provvidenza.
Ciascuno faccia la sua parte, tutti preghino e chi ha solo voglia di fare chiacchiere e polemiche sterili taccia.
Intra tua vulnera, absconde nos, Domine!
Nell’Ottava della festa di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e delle isole adiacenti
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