di Piergiorgio Seveso

Questa rubrica ha (avrebbe) la pretesa di tangere temi, lambire echi che riguardano le eterne battaglie dell’uomo per raggiungere l’Eternità felice del Cielo ed occuparsi non tanto dell’effimero, del transeunte, del caduco quanto dell’universale.

Eppure, nelle continue meschinità della vita, nella putredine di questa ignobile guerra civile scatenata all’interno e all’intorno del Regnum Christi (la Chiesa cattolica), ci tocca parlare di cose che non hanno alcuna pertinenza con la storia ecclesiastica.

Si tratti di chi – con mozzetta – riceve in gran pompa ecumenica anziane dame liberal inglesi in abiti e paramenti clericali (peraltro con sublime ironia della storia negli stessi giorni in cui a Reggio Emilia si ribadiva la fede cattolica integralmente intesa nei terzi stati generali della Tradizione), si tratti persino del ben noto “Tucho” Fernandez che minaccia di “scomuniche” la Fraternità San Pio X per le future consagrazioni episcopali del primo luglio 2026, la cosa dovrebbe riempire di sovrano disgusto e al contempo dovrebbe spingere a fare azione di grazia per non essere complici di tanti delitti e di tanti misfatti. Invece dobbiamo assistere alla consueta ridda di cautelosi distinguo, di tremuli tentativi di terza-posizionismo tra verità cattolica ed errore vaticanosecondista.

Dobbiamo assistere a continue richieste di pietà, comprensione, tolleranza verso questi bizzosi e irrigiditi anti-modernisti, verso questi ultras della Tradizione e a queste richieste di dolcezza addomesticante si aggiungono paragoni insultanti con realtà ultra-progressiste o semplicemente post-cattoliche che hanno invece piena cittadinanza nella “Chiesa conciliare”.

Si dice quindi: se c’è posto per saltimbanchi, veglie antiomotrasfobiche (non dimenticate il rossetto, mi raccomando), clown e donne barbute, perché a maggior ragione non dovrebbe esserci spazio per questi rigorosi e “arcigni” custodi della Tradizione con le loro pianete fiorite e la loro teologia tridentina?

In fondo nell’emiciclo c’è posto sia per la destra che per la sinistra, per usare un’immagine plastica e politica degli anni Ottanta italiani, sia per Democrazia proletaria che per il Movimento Sociale. Vi svelo un facile ma incredibilmente sfuggente segreto.

Questo emiciclo non esiste affatto, è un’invenzione delle officine propagandiste montiniane degli anni Sessanta. Esiste la Chiesa cattolica che non ha emicicli, che ha già unità ed autarchica perfezione nell’essere sposa di Cristo ed esiste la chiesa conciliare (definizione del montiniano card. Benelli) sempre alla ricerca di unità, riconciliazioni, accompagnamenti umani, convergenze parallele, paludi di incontro mediano.

Per questo non si tratta di cercare mediazioni, di blandire il neomodernista leviatano, di cercare di accarezzare le tigri dell’Ircania o i leoni dell’Illinois ma di aver chiara la posta in gioco ovvero la sopravvivenza stessa della Chiesa cattolica e del sacerdozio cattolico, con la sua Missio di predicazione e di santificazioni: tutte cose – grazie al Cielo – garantite da promesse infallibili, che però riguardano anche il nostro impegno e le nostre azioni.

Vergo queste poche righe non certo per dovere di appartenenza verso la Fraternità San Pio X, né per carpirne benevolenze o riconoscimenti che non mi interessano affatto: il problema dell’Autorità della Sede apostolica si pone come un macigno per tutti (anche per loro e anche per me che scrivo) e la questione del “mandato romano” ne è solo un riverbero, uno dei tanti e forse nemmeno il più importante.

Il problema è la rivoluzione conciliare che tutto everte, sovverte, snatura, svuota ed annichila. E in mezzo a tanta rovina gira una spaesata brigata di ignari cicisbei teologici che, credendosi in un salotto rococo’, invoca, lagrimando e struggendosi, accordi, trattative, giusti mezzi, e mezze misure.

Non è tempo di pace liturgica (seppure anche da quelle parti non manchino spunti interessanti) ma di guerra all’errore. E lo si dica senza retoriche belliciste ma per puro realismo. Parafrasando Papa Pio XII che credo oggi concorderebbe con noi: “Nulla è perduto con la guerra. Tutto può esserlo con la pace”.

Bonne chance, mes chers amis lefebvriens!

Virgo Potens, ora pro nobis.

Nella festa dell’Asceensione 2026.


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