di Piergiorgio Seveso
Risulta evidente che in queste settimane questa rubrica NON possa occuparsi di temi di normale amministrazione o che mi stanno particolarmente a cuore quali la situazione dell’integrismo di lingua italiana, i suoi tic, le sue nevrosi, le sue necrosi, le sue pose, le sue più o meno innocenti manie. Ci risulta difficile occuparci di giardinaggio dell’Hortus Dei: coltivare e combinare fiori, strappare la mala erba, acconciare le aiuole sempre ricche nella loro variegata verzura integrista.
La Storia (della Chiesa) sembra bussare alle nostre porte, quella Storia che entra “nelle nostre stanze e le brucia” come cantava da una prospettiva certamente diversa dalla nostra Francesco De Gregori. La Storia travalica spesso gli arzigogolati e malevoli teoremi, gli infertili scritti, bruciando gli oscuri scrittoi e le imbrattate carte di molti critici malevoli, attardati, accecati dall’odio di parte e di fazioncella conservatrice, indultista o ecclesia-deista.
Riguardo infatti le future (e almeno accidentalmente) auspicatissime consacrazioni episcopali a cura della Fraternità San Pio X, molti stanno vergando (e in parecchi casi sprecando) chilometri di carta virtuale in questi tempi di transizione. Accanto agli entusiasti per spirito di convinzione o di appartenenza, troviamo infatti un vasto campionario di individui che chiameremmo, con una certa benevolenza, “scrittori degli anfratti”.
Da questi anfratti ombrosi e polverosi, quasi che la loro aurea parola sia attesa con comprensibile trepidazione da tutto l’orbe terraqueo, tutto vagliano, giudicano, soppesano, sentenziano, brandendo come uno spauracchio, un “jack in the box” per i loro lettori dalle anime tenerelle, la questione dell’unità della Chiesa, delle “gerarchie parallele” e altre consimili.
Giova ricordare che in tempi ormai antichi, forse 1997, circolava (e ancora si trova) un opuscolo apologetico di area FSSPX scritto dall’oggi defunto Don Michel Simoulin (che ho tanto criticato in vita ma per cui ora posso spendere un affettuoso suffragio postumo) dal titolo Lo scisma introvabile che aveva suscitato vaste discussioni e controversie fuori e dentro la Fraternità San Pio X.
Ebbene, senza volere esprimere un parere sul valore di quel testo, possiamo però facilmente constatare che vi sia invece un altro scisma (ALMENO materiale) ampiamente rinvenibile, proprio in quel curioso, sfuggente e fastidioso scenario che qualcuno come noi si ostina a chiamare “la realtà”.
Si tratta dello “scisma” delle gerarchie conciliari che ogni giorno, quasi ogni ora possiamo toccare con mano con dichiarazioni pubbliche, talvolta investite di vasta solennità, con gesti, con una prassi costante ed omogenea, con una risignificazione continua di parole e di “insegnamenti” tale da fare considerare che si sia stata una vera sostituzione notturna (o forse meglio diurna) tra la Chiesa cattolica ed un simulacro ecclesiale cristianoide, una Simia Ecclesiae che occupa indebitamente la casella storica e soteriologica del cattolicesimo romano con tutte le drammatiche conseguenze del caso.
Di fronte a fatti come questi, la questione del “mandato romano” per le consacrazioni episcopali, proprio per queste cogenti circostanze, perde quasi di significato, proprio per l’eccezionalità anomica del momento, per cui anche l’attardarsi in cavillazioni capziose o in distinguo giustificazionisti appartiene più alla sfera del superfluo che del necessario.
Questo “scisma trovabile” rende infatti ogni battaglia e ogni scelta per l’integralità cattolica di vasto respiro perché la vera “operazione sopravvivenza” è quella che riguarda il cattolicesimo romano tutto, non le singole associazioni e case religiose.
Eppure lo so già, quasi lo vedo: vi sarà qualcuno che leggendo quest’articolo trasecolerà, con la grande meraviglia di un signor Magoo qualsiasi, dicendo: ma di cosa stanno blaterando costoro? Di cosa vanno cianciando questi importuni estremisti? E avventurandosi barcollando tra le macerie desertiche di chiese distrutte, di altari arcobaleno, di chitarre appoggiate ai tabernacoli, non si avvederà di stare camminando non coi piedi ma sulle proprie mani,
Rosa mystica, ora pro nobis
Nella festa di Santa Rita da Cascia
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