di Piergiorgio Seveso

Sono molte e severe le critiche che possono rivolgersi a taluni cattolici “tradizionalisti”: tra di esse una è certamente quella di proiettare sulla realtà le proprie aspirazioni velleitarie, i propri pii desideri, le proprie candide quanto infondate speranze.

Ci si affida all’uomo del momento (Ratzinger, Burke, Prevost, Mueller e chi sa solo quale altro incanutito “porporato”) per realizzare inconfessabili sogni di restaurazione o ancor più spesso di riassestamento tra pulsioni dissolvitrici e istanze conservatrici.

Si spera, si fanno progetti, si traggono auspici, addirittura si prevedono vittorie immaginarie, perdendo completamente il contatto con realtà, in una foga allucinatoria degna di qualche celebrato e cerebrale romanzo del Novecento.

Il primo anno prevostiano ha mostrato ad abundantiam quanto alcuni “cattolici tradizionalisti” siano naturalmente portati ad illudersi, a ipostatizzare qualche fugace “buon momento” o qualche “buona parola” da parte delle “autorità conciliari” per costruire castelli di carte su traballanti tavoli da osteria o addirittura castelli tra le nuvole.

Mi son spesso interrogato se anche io talvolta possa indulgere a queste proiezioni di desideri sulla realtà che travalicano, poetizzano, in un ultima analisi cancellano la realtà stessa. Senza benevolenze auto-assolvitrici, direi di no, perché la storia del tradizionalistmo cattolico di lingua italiana mi ha abituato alla più scanzonata ironia al limite dell’irriverenza, non disgiunta però da una considerazione oggettiva sul valore di uomini e “istituzioni”.

Dio solo” in ultima analisi rimane, signoreggiando su tradizionalisti, resistenti e cattolici integrali, tutto il resto sono vaghe ombre che scolorano e passano.

Applicando il medesimo ventilabro ai fatti più recenti, l’evento delle consacrazioni episcopali della FSSPX è certamente un’occasione spezza-storia, ben al di là delle dinamiche interne e delle necessità logistiche di quella società religiosa, ben oltre probabilmente la volontà stessa dei suoi organizzatori, in ultima analisi è la riaffermazione potente della volontà di vivere del cattolicesimo romano rispetto al “cristianesimo conciliare”.

Questa “volontà di vivere” è, al di là delle intenzioni dei singoli individui, al di là dei profili di consacrandi e consacratori, segno provvidenziale dell’indefettibilità della Chiesa cattolica e si inserisce in un percorso di conservazione dell’episcopato cattolico e dell’Ordine sacro, negli anni Ottanta, una manciata di anni dopo l’intronizzazione delle “rivoluzione conciliare”.

Queste necessarie zattere di salvataggio dell’episcopato cattolico sono tra le cose più preziose che un cattolico oggi, degno di questo nome, possa incontrare, tutelare, custodire e difendere. E’ tempo quindi di coraggiosi petti episcopali ma anche di un coraggioso laicato a fare da corona festante e in qualche caso da quadrato difensivo per queste “glorie dell’episcopato” del ventunesimo secolo. Non è certamente tempo per un laicato grigio, cauteloso, tremulo e ansioso, o ancora peggio studiosamente e artatamente assente.

Ecco quindi a che cosa possano servire ulteriormente queste consacrazioni episcopali, a fare da cartina di tornasole per le pusillanimità delle pavide creature da sagrestia, per i distinguo da legulei ed azzeccagarbugli, per il culturame asfittico, autoreferenziale e inconcludente di troppi, per le diaconesse dell’obbedienza che si fa cecità e irrealismo.

A questo e a molto altro ancora sono servite e serviranno consacrazioni episcopali formalmente “senza mandato romano” ma… col mandato di Dio, della Chiesa, della Tradizione.

Non siate quindi pusillanimi, deboli e piagnucolosi, non siate distratti in tante faccende mondane, non siate inebetiti con afasie da sagrato o integristicamente ammutoliti per una sorta di purismo degenere o di totalitarismo dei seminterrati: venite, se volete, con noi a potenziare e vivificare un’impresa che ha sempre bisogno del “sangue fresco” e delle coraggiose generosità di giovani menti e cuori, per combattere per Cristo Re e Maria Regina, in questo generale naufragio della Verità e del Dovere.

Regina confessorum, ora pro nobis



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