di San Gregorio Nazianzeno (329-390), Vescovo di Costantinopoli, Confessore e Dottore della Chiesa

Se devo scrivere la verità, sono d’animo tale da rifuggire ogni assemblea di vescovi, poiché non ho mai visto la fine di alcun sinodo che fosse lieta e favorevole, né che abbia portato alla rimozione dei mali piuttosto che al loro aumento e incremento. Vi sono infatti sempre contese e bramosia di dominio – e ti prego di non considerarmi aspro o molesto mentre scrivo queste cose – che non si possono spiegare a parole; ed è più facile che qualcuno venga accusato nella sua integrità mentre si offre come giudice agli altri, piuttosto che riesca a reprimere la malvagità di costoro. Per questo motivo mi sono raccolto in me stesso e ho giudicato che la sicurezza dell’anima risiedesse per me nella sola quiete e solitudine. Ora, a questo mio giudizio si aggiunge come alleata la malattia, poiché quasi ogni giorno esalo gli ultimi respiri e non sono in grado di avvalermi delle mie forze in nulla. Per tale ragione, la tua grandezza d’animo ci perdoni e si adoperi affinché il piissimo imperatore non ci condanni per inerzia e pigrizia, ma perdoni l’infermità; per la quale egli sa bene di averci concesso, a noi che lo chiedevamo, la facoltà di ritirarci come se fosse un beneficio al posto di ogni altra ricompensa.[1]

Migne, Patrologia Graeca, XXXVII, cc. 225-226.


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