di Pietro Ferrari

Evviva evviva, la Repubblica compie ottanta anni! Da dire ci sarebbe molto, ma molto di più, al di là delle fanfare d’occasione. 

Qualcosa non torna. Intanto l’ Italia non nasce il 02/06/46: nel 90 A. C. vennero coniate monete con il nome ITALIA nel contesto della cosiddetta Guerra Sociale. Augusto poté affermare con la prima unità territoriale che Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua. Secoli dopo così si esprimeva un insospettabile patriota Italiano, tra l’altro principe di Roma e, non da ultimo Papa della Chiesa: “Per sconto de’ miei peccati sono divenuto il vescovo non dei romani ma dei Langobardi i quali non conoscono altro trattato che la spada e altra pietà che il castigo… se la schiavitù della mia terra non crescesse ogni giorno, del disprezzo e dell’irrisione verso di me lieto io tacerei, ma anche questo vivamente mi affligge che se io tollero l’accusa di dire il falso, l’ITALIA ogni di è menata schiava sotto il giogo dei Langobardi“. San Gregorio Magno (590-604 D.C.).

L’Italia – come ha acutamente sostenuto Marcello Veneziani – è soprattutto una patria letteraria: “…non è Garibaldi, Cavour e i Savoia ad aver fondato l’Italia ma Dante. Perché la nostra è nazione culturale, letteraria, prima che politica; l’Italia nasce dall’arte, dalla lingua, dalla letteratura prima che da guerre, dinastie, costituzioni. Perciò ho parlato di “identità italiana”. Dante ha concepito l’Italia come unità culturale e linguistica, civiltà prima che nazione, e nazione prima che stato, figlia della cristianità e della romanità.

Ma Dante non fu solo il Padre d’Italia, fu anche il padre degli antitaliani, ovvero di coloro che si sentirono innamorati traditi dall’Italia, italiani in esilio, e descrissero le viltà, i tradimenti e le contraddizioni del loro “odiosamato” Paese.

Torniamo però all’oggi.

Il solito due giugno insomma, con la sua retorica stantia che spesso non si accorgeva di sindaci che un giorno rifiutavano il tricolore e l’altro non cantavano l’inno nazionale.

Il solito due giugno di una povera ma antica patria che cerca sempre elementi divisivi senza saper accogliere la sua storia tutta, con ogni pungolo fastidioso ma vero. Ecco che pure la scelta repubblicana viene letta (e ti pareva) in chiave “antifascista”, quando con tutti i limiti del caso, erano stati proprio i fascisti ad aver già fatto una Repubblica nel 1943 che batteva moneta propria e vi furono, di converso, anche moltissimi antifascisti monarchici. Infatti da PN: “Se nel nord dell’Italia, esclusi i territori delle province (non c’erano ancora le Regioni) di Trieste, della Venezia-Giulia, di tutte le province della Dalmazia – Pola e Zara su tutte – e la maggioranza degli abitanti della provincia di Bolzano, oltre ai tanti fascisti ancora detenuti nei campi di prigionia, stravinse la forma repubblicana, dall’Urbe in giù, invece, con le dovute eccezioni, oltre sempre ai tanti fascisti ancora detenuti nei campi di prigionia, ebbe la meglio la Monarchia. Perché questa divisione? Seppur la questione non sia stata approfondita, è sentimento comune dedurre che al nord preferirono la repubblica perché reduci dall’esperienza di Salò e dei suoi 600 giorni. Oltre che all’intesa con Togliatti per un’amnistia generale per tutti i fascisti e a una decisa protesta nei confronti dell’atteggiamento vile di Casa Savoia. Al sud, invece, videro nella monarchia l’ultimo retaggio ideologico dell’organizzazione fascista. I fascisti, dunque, con molta probabilità decisero anche la scelta della nuova forma di governo di quella nascente Italia“.

Il solito due giugno anticipato dall’ultimo Festival di Sanremo col buffo cartello “Viva la Repupplica“, con la vetusta testimonial di quel voto, come se i monarchici fossero stati quattro extraterrestri da rispedire sulla Luna. Al Referendum istituzionale del 2 Giugno 1946 le regioni del Sud Italia votarono convintamente per la monarchia sabauda, con punte dell’80%.

Da quell’unità controversa ma raggiunta nel 1861 (non nel 1946!) e di certo improvvisata seppur nel destino italico tracciato da Enea e poi ancora sognato da Dante (“Ahi serva ITALIA di dolore ostello, nave sanza nocchiere“), nacque la questione meridionale ancora irrisolta ma solo attenuata dall’armonico collettivo mussoliniano e poi, dopo l’esito “contestato e sanguinoso” del due giugno 1946, nuovamente attenuata dall’assistenza statale che per contraccolpo, con le Regioni, generò quella settentrionale altrettanto motivata.

Quindi se nel 1946 avevamo solo la ben collaudata Questione Meridionale, dagli Anni ’80 ad oggi ne abbiamo due nonostante l’unità e la Repubblica. I grumi genetici restano ad interrogare il presente in cui gli echi secessionisti esplosi negli Anni Novanta del XX° Secolo si sono lentamente trasformati nella richiesta di autonomia differenziata. Una richiesta ferma che andrà sì bilanciata da un governo centrale più solido, ma che ove respinta andrebbe ad acuire i difetti di una mala-unità con spinte centrifughe sempre più forti. 

Insomma per essere italiani necessita non solo saper accogliere la complessità e la contraddizione del passato e del presente, ma tenere soprattutto lo sguardo verso un futuro che è in gran parte ancora da costruire. Non possiamo non cogliere la grandezza di Pio XII che ebbe premura di proclamare come Patroni d’Italia San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena  il XVIII giugno del MDCCCCXXXIX.


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