di Andrea Cisternino
Se nella precedente riflessione abbiamo cercato di comprendere le origini dello scoutismo, il contesto culturale nel quale esso nacque e le ragioni che spinsero la Chiesa ad interessarsi ad esso, sarebbe un errore fermarsi a quel livello di analisi. In realtà la questione dello scoutismo costituisce soltanto un caso particolare di un problema molto più vasto, che riguarda il modo stesso in cui la Chiesa interpreta la propria presenza nella storia.
Per comprendere la natura di questo problema occorre anzitutto ricordare che il cristianesimo non è mai stato una religione della fuga. La sua vicenda storica dimostra esattamente il contrario. La Chiesa ha attraversato imperi, civiltà, sistemi politici, tradizioni filosofiche e culture profondamente differenti tra loro senza mai rinunciare alla propria identità. Ha dialogato con la filosofia greca, ha assunto categorie del diritto romano, ha evangelizzato popoli e tradizioni che nulla avevano a che vedere con il mondo biblico. Non perché considerasse tutte le culture equivalenti, ma perché era convinta che ogni realtà umana potesse essere illuminata e ordinata alla luce di una verità superiore. Questa convinzione nasce dal cuore stesso del cristianesimo. Quando San Paolo scrive che il disegno di Dio consiste nel «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra», egli non formula una semplice esortazione spirituale. Descrive il significato stesso della storia. Nulla è estraneo alla signoria di Cristo. Nessuna realtà umana possiede un’autonomia assoluta. Ogni cultura, ogni istituzione, ogni espressione della vita sociale trova il proprio significato ultimo soltanto in relazione a Lui.
Per quasi due millenni la Chiesa ha interpretato la propria missione all’interno di questa prospettiva. Non si è limitata ad accompagnare il mondo, ma ha cercato di orientarlo. Non si è considerata una voce tra le altre nel dibattito pubblico, ma il soggetto incaricato di custodire una verità ricevuta da Cristo e trasmessa dagli Apostoli. È precisamente in questo contesto che acquista particolare rilevanza il confronto tra il magistero dei papi e alcune formulazioni contemporanee.
Ad esempio, quando Leone XIII pubblica la Sapientiae Christianae nel 1890, il Pontefice descrive la Chiesa come custode della verità in mezzo alla confusione delle opinioni umane. Il suo linguaggio non lascia spazio a particolari ambiguità. La missione ecclesiale consiste nell’insegnare, difendere e trasmettere la verità ricevuta da Cristo, correggendo gli errori che minacciano la salvezza delle anime. La verità non viene presentata come il risultato di un percorso di ricerca comune. Essa precede ogni ricerca perché ha la propria origine in Dio stesso. Lo stesso impianto attraversa l’intero magistero tra Gregorio XVI, Pio IX, San Pio X e Pio XII. Il liberalismo religioso, l’indifferentismo, il relativismo e l’idea che tutte le religioni possano essere considerate ugualmente vere vengono giudicati incompatibili con la fede cattolica. La ragione è semplice. Se Cristo è veramente la Verità incarnata, allora non può essere collocato sullo stesso piano delle altre proposte religiose. Se la Chiesa custodisce un deposito ricevuto da Cristo, il suo compito non consiste nel negoziarne il contenuto, ma nel trasmetterlo integralmente.
È proprio qui che il confronto con alcune formulazioni contemporanee assume una particolare rilevanza. Nella recente Magnifica Humanitas, Leone XIV insiste sul fatto che la Chiesa non debba presentarsi come proprietaria della verità e sottolinea il valore del dialogo, dell’incontro e dell’ascolto reciproco. In Leone XIII il dialogo è uno strumento attraverso il quale la verità viene annunciata, nelle formulazioni contemporanee il dialogo tende sempre più spesso a diventare il luogo privilegiato nel quale la verità viene ricercata e condivisa. La differenza non è marginale.
Nel primo caso la Chiesa si presenta anzitutto come maestra. Nel secondo tende a presentarsi prevalentemente come compagna di viaggio. Nel primo caso il mondo costituisce il destinatario della missione. Nel secondo l’accento cade maggiormente sulla relazione tra Chiesa e mondo. Molti osservatori liquidano tali differenze come semplici variazioni linguistiche. Eppure è difficile non notare come esse producano conseguenze concrete nel modo in cui vengono affrontate alcune delle questioni più controverse del nostro tempo. Le discussioni sull’identità sessuale, sulle rivendicazioni LGBT, sul divorzio, sulla ridefinizione della famiglia, sulla libertà e più in generale sull’antropologia contemporanea non nascono nel vuoto. Esse riflettono un diverso modo di concepire il rapporto tra verità e storia.
Per secoli la Chiesa ha affrontato tali questioni partendo da un criterio ben preciso: la legge naturale illuminata dalla Rivelazione. Oggi il punto di partenza appare spesso diverso. Le categorie elaborate dalla cultura contemporanea – inclusione, autodeterminazione, riconoscimento delle identità, pluralismo e accompagnamento – tendono ad occupare uno spazio sempre più centrale nel linguaggio ecclesiale. È qui che nasce uno dei grandi interrogativi del cattolicesimo contemporaneo, la questione non riguarda la necessità del dialogo, la Chiesa ha sempre dialogato e non riguarda neppure la necessità dell’accoglienza, la Chiesa ha sempre accolto; il punto controverso riguarda il fine del dialogo e il significato dell’accoglienza.
Per quasi due millenni essi sono stati concepiti come strumenti ordinati alla conversione dell’uomo e delle società a Cristo. Una parte crescente del mondo cattolico teme oggi che questi strumenti tendano progressivamente a diventare fini autonomi, separati dalla finalità missionaria che ne aveva originariamente giustificato l’esistenza. È proprio in questa prospettiva che il dibattito sullo scoutismo assume un valore simbolico. La domanda non riguarda semplicemente l’AGESCI, né le sue recenti scelte. Riguarda la possibilità che un fenomeno nato per essere assunto e orientato dalla Chiesa finisca invece per diventare uno dei luoghi attraverso cui la cultura contemporanea influenza il linguaggio e le categorie ecclesiali.
In fondo, tutta la questione può essere ricondotta ad una domanda essenziale. Per quasi venti secoli la Chiesa ha cercato di portare il mondo a Cristo. Oggi molti fedeli si chiedono se la stessa chiarezza di intenti sia ancora presente e se la missione evangelizzatrice continui a costituire il centro dell’azione ecclesiale. Le parole di Cristo conservano, in questo senso, una sorprendente attualità: «Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno». Se Cristo è realmente la Verità, come il cristianesimo ha sempre professato, allora la missione della Chiesa non può limitarsi ad accompagnare il mondo lungo il cammino che esso sceglie di percorrere. Deve continuare ad indicargli una meta. È precisamente su questo punto che si gioca oggi la questione più importante del cattolicesimo contemporaneo.



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