di Luca Fumagalli

Rackwick, uno dei luoghi più importanti e ricorrenti nell’opera di George Mackay Brown, è una splendida vallata situata nella parte nord-occidentale di Hoy, la seconda isola per estensione dell’arcipelago delle Orcadi. Brown la visitò per la prima volta, con alcuni amici, nell’estate del 1946, in un periodo della sua vita particolarmente mesto, contraddistinto da una tubercolosi semi-invalidante e da giornate che si alternavano nel segno di una monotonia senza scopo. Ne rimase folgorato e nessun altro posto lo avrebbe mai segnato così intimamente. Da quel momento la valle rappresentò per lui una sorta di “Tir-nan-Og”, un paradiso terrestre, una fonte di ispirazione inesauribile e un angolo di pace e sicurezza. Di Rackwick si sarebbe innamorato anche il compositore Peter Maxwell Davies, suo amico, che volle addirittura traferirsi lì, in una piccola fattoria fatta ristrutturare allo scopo.

Tuttavia anche un posto meraviglioso come quello nascondeva delle ombre di cui Brown era perfettamente consapevole: a metà del XIX secolo Rackwick aveva una popolazione di circa 150 abitanti impegnati a lavorare in piccoli appezzamenti di terreno, ma all’epoca della sua visita, di quella piccola comunità quasi completamente isolata dal resto del mondo erano rimasti solamente una manciata di rappresentanti (venticinque anni dopo vi sarebbe stato un unico contadino residente). D’altronde la vita nella baia non era affatto facile ed era la natura capricciosa a dettare legge. A volte ci potevano essere insperati colpi di fortuna, come quando, prima dell’avvento dei fari costieri, qualche nave naufragava depositando sulla spiaggia il suo prezioso carico, ma si trattava comunque di avvenimenti rari. Pure gli abitanti potevano essere causa dei loro stessi mali, come testimonia la triste vicenda di Betty Corrigall, che intorno al 1770 si suicidò dopo essere stata messa incinta e abbandonata da un marinaio di passaggio.

Rackwick

Al netto di ciò, Brown avvertiva qualcosa di positivo al fondo del ritmo esistenziale dei contadini-pescatori della vallata, segnato da un ciclo senza fine di «nascita, amore, fatica, morte» mantenutosi inalterato per generazioni. Ed è proprio meditando sul destino tragico di Rackwick che arrivò a elaborare l’idea che fosse il “progresso” a destinare le cose al peggio, recidendo quei legami essenziali che esistono tra gli uomini, la terra e il Cielo. La luce elettrica, il miglioramento dei mezzi di trasporto e la meccanizzazione sono dunque, secondo Brown, alcune delle manifestazioni di quella nuova fede materialista che non fa altro che drenare linfa vitale dall’essere umano, riempiendolo di comodità e offrendogli l’inganno di una felicità inesauribile. Rackwick si è svuotata proprio perché i giovani sono stati spinti altrove dalle possibilità offerte da un mondo sempre più vasto, alla ricerca di un’occupazione meno gravosa rispetto a quella dei loro antenati. Da qui la convinzione che lo scopo ultimo dell’artista sia quello di ricordare costantemente alle persone le loro radici.

La baia compare in diversi lavori di Brown. Ad esempio ad essa è dedicato un capitolo di An Orkney Tapestry (1969) ed è il luogo in cui si ambientano le vicende descritte in The Golden Bird (1987). L’opera che però la valorizza maggiormente, rendendola in un certo senso protagonista, è il ciclo poetico Fishermen with Ploughs (1971), il cui titolo riprende un verso di Rackwick, una delle liriche di The Storm (1954).

Brown si era messo all’opera su una sequenza di poesie che raccontasse la storia della valle, tra gloria e decadenza, già a partire dalla primavera del 1965. Fu un lavoro lungo e non sempre facile, ma a gratificarlo arrivò la reazione positiva del pubblico e della critica. Uno dei recensori disse di lui che era «uno dei massimi maestri della poesia nella Gran Bretagna di oggi». Brown, generalmente molto autocritico, ammise nella sua autobiografia che in Fishermen with Ploughs vi erano alcune delle sue migliori poesie, anche se la sezione finale, col senno di poi, non l’aveva lasciato pienamente soddisfatto.

Il ciclo, dedicato agli amici Ian e Jean MacInnes – Ian era pure il dedicatario di Rackwick – è diviso in sei parti basate su poesie interdipendenti che danno alla vicenda una forma sequenziale anziché quella di una narrazione continua, in cui pure l’attenzione di Brown per i numeri ha una sua rilevanza. Le liriche, diverse delle quali già pubblicate in precedenza, sono caratterizzate da una straordinaria varietà metrica e non mancano nemmeno brani in prosa. Ciascuna elemento trae forza dal contesto generale, pur mantenendo una notevole autonomia. Fishermen with Ploughs è interessante anche perché Brown riesce a fondere in un unico prodotto coerente lo stile delle saghe norrene con le sue sperimentazioni linguistiche dell’epoca, il tutto condito da echi di G.M. Hopkins.

Fishermen with Ploughs
(The Hogarth Press, 1971)

La storia ha inizio nel IX secolo, quando una tribù di pescatori abbandona le coste della Norvegia su una nave per iniziare una nuova vita a Rackwick. La loro terra è infatti minacciata da un qualche male, chiamato semplicemente «il Drago», un’espressione che allude alla fame, alla pestilenza e alla guerra. La prima sezione, intitolata Dragon and Dove, si apre con la poesia Building the Ship in cui è descritta la costruzione dell’imbarcazione, ribattezzata “Dove”, ossia “colomba”, un richiamo alla speranza di una pace duratura: «L’uccello avrebbe aperto l’orizzonte verso ovest». Nelle successive liriche è raccontata la lotta disperata del capo tribù Thorkeld contro il Drago e la sua inevitabile morte. Gli succede il figlio, Njal, il quale è destinato ad abbandonare la pesca in favore dell’agricoltura e a fare di Gudrun, la sua sposa, «madre dei mietitori» (The Blind Helmsman to Njal Thorkeldson the New Chief). Il fertile suolo di Rackwick è pronto ad accogliere il seme dei nuovi abitanti così come la donna quello del marito (le donne nei lavori di Brown possiedono uno sguardo meno superficiale rispetto a quello degli uomini e sono generalmente associate alla riproduzione).

Il metro allitterativo della poesia anglosassone lascia il passo, nella seconda parte, intitolata Our Lady, a una maggior variazione stilistica. La comunità ha trovato la stabilità e le giornate dei suoi abitanti, pur faticose, sono rese significative e felici dalla fede. In Station of the Cross, a detta dello stesso Brown una delle poesie chiave per comprenderne gli scritti, si fa una comparazione tra la vita di Cristo e quella dei contadini, mentre in The Statue in the Hills le persone recitano litanie alla Madonna per invocarne la protezione. Gli isolani sono profondamente legati alla Madre di Dio, una forza unificante nella società medievale.

Hall and Kirk, la terza sezione, è caratterizzata invece da un linguaggio coinciso e criptico. In essa sono riassunti tre secoli di storia, dal XVI al XIX, in cui su Rackwick si addensano le prime ombre del “progresso” costituite dal fanatismo calvinista che condanna al rogo anziane donne innocenti (Witch) e dall’arroganza dei potenti che pretendono affitti (Taxman) e servizi sempre più onerosi (Grave Stone). La polemica di Brown nei confronti del protestantesimo, quella religione del libro che ha ridotto la fede a mera astrazione, rescindendo per sempre il legame tra il popolo e il Cristo realmente presente nell’Eucarestia, si associa qui al fastidio per tutti quelli che turbano la pace della comunità, compresi coloro che pretendono di arruolare a forza le persone per combattere guerre che con loro non hanno nulla a che fare (Buonaparte, the Laird and the Volunteers).

George Mackay Brown

Nella quarta e nella quinta parte, intitolate rispettivamente Foldings e The Stone Hawk, il declino di Rackwick tra Ottocento e Novecento appare inarrestabile e persino il nobile locale lamenta la sopraggiunta povertà (The Laird). Il lavoro è diventato troppo faticoso con la conseguenza che gli abitanti prima o poi «lasceranno questa valle lamentosa» (Crofter’s Death). La vita spesa tra terra e mare ormai promette poco (Fiddlers at the Wedding) e un senso di tragedia aleggia ovunque (Twins, A Warped Boat e Funeral). In Homage to Heddle un uomo anziano un tempo vigoroso è costretto a starsene seduto a leggere la Bibbia e sembra che la solidarietà tra i membri della comunità sia andata scomparendo: «Una casa piena di pesce e di mais / Ma una porta dura» (Ikey’s Day). A vegliare sui campi, quasi fosse una parodia della crocifissione, resta solo uno spaventapasseri (The Scarecrow in the Schoolmaster’s Oats); la baia è invasa da turisti con la passione per l’ornitologia (A Child’s Calendar) e all’antica religione si è sostituita quella moderna per i negozi e la tecnologia (Roads, Butter e The Coward). Man mano che la qualità della vita migliora, inizia il declino demografico, e nell’estate del 1952, a seguito della tragica morte di due bambini (The Drowning Brothers), Rackwick viene abbandonata dagli ultimi che ancora vi risiedevano. La poesia finale della sezione, Dead Fires, offre un’immagine di desolazione totale: «I fuochi dei poveri e dei buoni sono tutti spenti. / Ora, angelo freddo, preserva la Valle / Dal caos e dalle ceneri di una Pentecoste Nera».

Nella parte conclusiva, Return of the Women, quasi totalmente in prosa, si assiste al ritorno a Rackwick di un gruppo di sopravvissuti, composto da sette donne e sei uomini, dopo che la civiltà moderna è stata distrutta da una «Fiamma Nera», probabilmente un olocausto nucleare. La tecnologia è stata spazzata via e i nuovi abitanti della valle, guidati dal capitano Saul, occupano alcuni fattorie abbandonate, tornando a dedicarsi all’agricoltura secondo metodi tradizionali (vi è pure un rimando alla poesia The Horses di Edwin Muir quando si allude a un vecchio trattore arrugginito). Tutto sembra procedere per il meglio, anche se la morte di un bambino e l’indifferenza mostrata al ritrovamento della vecchia statua della Madonna si insinuano nella vicenda come sinistri presagi. Difatti non possa molto tempo prima che Saul, contaminato dal “progresso”, si riveli un leader brutale e che ci si renda conto, con amarezza, che il terreno non dà alcun frutto. L’unica strada percorribile è quella della pesca, rinnovando specularmente la scelta della tribù norvegese nella prima sezione.

Fishermen with Ploughs ha un finale enigmatico: le persone si arrenderanno a Saul o si ribelleranno e seguirà la propria strada? Nonostante l’atmosfera malinconica che pervade tutta la storia, nel suo insieme questa trasmette la speranza di un miglioramento e di una ripresa a tutti i livelli, mentre inizia un nuovo ciclo di rovina e rigenerazione.



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