di Luca Fumagalli
Patrick Braybrooke, critico e scrittore, è stato uno dei pionieri degli studi chestertoniani, iniziando a firmare saggi sull’autore inglese quando quest’ultimo era ancora in vita. Pure nel suo Some Catholic Novelists, dato alle stampe nel 1931, compare un breve ma interessante intervento intitolato The Peculiar Novels of G.K. Chesterton.
Dopo un elogio della poliedricità di Chesterton, capace di destreggiarsi dalla prosa alla poesia con straordinaria abilità, Braybrooke sottolinea come l’inventore del celeberrimo Padre Brown non abbia mai scritto un romanzo convenzionale. Anzi, sfruttando il facile gioco di parole che consente l’originale “novel”, arriva a definire quelli di Chesterton tra i pochi autentici romanzi in un’epoca in cui la letteratura è ridotta a piattume e ripetitività. Ecco perché l’autore inglese può essere a ragione considerato un genio: oltre al talento, non temeva il nuovo.
Non a caso, quando pubblicò il suo primo romanzo, Il Napoleone di Notting Hill (1904), la stampa lo accolse con commenti favorevoli, elogiandone la freschezza. In un certo senso si tratta di un lavoro che ben rappresenta l’attitudine del suo autore, il quale pare suggerire che per avere una storia che valga davvero la pena di essere narrata sia necessario ribaltare sottosopra il mondo. Così accade che il protagonista, il poeta Adam Wayne, fa fuoco e fiamme pur di ridare dignità a un quartiere, come quello di Notting Hill, sempre più sporco e degradato. Del resto, all’opposto di quanto predicavano allora Shaw e Wells, sa che per cambiare il cuore dell’uomo bisogna passare dagli occhi. Perciò è bene che Notting Hill ritorni ai fasti del medioevo, alla sua passata grandezza, consapevole di come, ad eccezione della Chiesa, il mondo finisca sempre per rimanere schiavo della sua epoca.
Anche dal punto di vista formale il romanzo è straordinario, assumendo di volta in volta le sembianze di una satira sociale, di un poema in prosa o di una fiaba surreale. Degne di uno scrittore consumato sono pure le descrizioni delle battaglie di Bayswater e di Notting Hill, e l’epilogo regala al lettore una lezione importante, ossia che la poesia e la cultura hanno valore in sé e non meritano di essere sacrificate sull’altare dell’utile economico.
Il successivo L’uomo che fu giovedì (1908) si fa ancora più ardito e la filosofia del romanticismo che caratterizzava il precedente romanzo qui è soppiantata da una filosofia della realtà. La vicenda è piuttosto semplice e verte su una combriccola di anarchici che, in verità, si scopre essere poliziotti sotto copertura. Chesterton attacca l’anarchia con la risata – il libro è pieno di brani di un umorismo raffinato – e arriva ad asserire che è impossibile per l’individuo comprendere ciò che è fuori da lui se prima non ha compreso se stesso (Syme diviene allora il prototipo dello stolto moderno, di colui che pretende di sapere tutto solo perché ha una vaga cognizione del proprio giardino). E se L’uomo che fu giovedì è un incubo, come recita il sottotitolo, resta comunque il prodotto di una mente singolarmente lucida, capace di dare corpo a un personaggio riuscitissimo come Domenica, quell’indefinibile che tutti cercano.
Alla domanda se via sia già una qualche traccia di cattolicesimo in questi primi lavori di Chesterton, Braybrooke risponde positivamente, portando come esempio di tante allusioni e sottintesi che percorrono L’uomo che fu giovedì una frase memorabile: «Eppure questa vecchia lanterna cristiana non la distruggerete».
Uomovivo (1912) è invece un romanzo psicologico, un antidoto contro ogni scetticismo. Il protagonista, Innocent Smith, è uno dei quei personaggi a cui Chesterton è sinceramente affezionato; è un “criminale” con una missione, quella di scoprire se la gente pensa davvero ciò che dice, e presto si ritrova a doversi confrontare con il professor Eames, un filosofo della scuola pessimista. Le sue idee sono solo un cumulo di bugie che negano la più semplice delle gioie, quella dell’esserci.
Con L’osteria volante (1914), interessante pure per gli inserti poetici, si passa dalla psicologia alla sociologia, affrontando di petto la questione del proibizionismo. In un’Inghilterra islamizzata, è raccontata la battaglia dell’ultimo locandiere per la propria locanda contro una politica che considera l’alcol intrinsecamente malvagio. Per Chesterton si tratta di pura blasfemia, dato che il proibizionismo implica che un dono di Dio sia negativo.
Molto belli sono anche La sfera e la croce (1909), un’appassionante disfida tra un credente e un ateo, e Il ritorno di Don Chisciotte (1927), un romanzo che si sviluppa sulla falsariga de Il Napoleone di Notting Hill.
Uno stile così peculiare come quello di Chesterton, cadenzato dai paradossi, lo rende inimitabile ed è questo il motivo per cui non è mai sorta una scuola che, in qualche modo, ne riproponesse la poetica. Da romanziere, conclude Braybrooke, l’inglese «ha un messaggio diretto e di valore per quelli che sono membri della Chiesa cattolica. E il messaggio è questo: non puoi fuggire dall’ottimismo se non con la cecità. Non puoi scappare dalla misericordia di Dio rifugiandoti nelle profondità dell’oceano o sulle cime delle montagne». In definitiva, per lui tutte le strade portano a Nazareth.


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